
Chi se li ricorda, i Jonathan Fire*Eater? Sembravano destinati alla grandezza nella prima metà dei Novanta, tra contratti con la Dreamworks e pubblicità per Calvin Klein. Non accadde nulla, invece, e il leader Stewart Lupton si perse tra pessime storie di droga e la gestione fallimentare di un medio talento. Medio, ecco: tutta lì la questione e la zavorra che impedì al suo successivo progetto Walkmen di decollare. Non bastava, al belloccio tenebroso Stewart, il “physique du role” in abbondanza a scrivere brani che restassero impresse oltre l’effimera gloria di radiofonia alternativa e video notturni su MTV.
A un certo punto, probabilmente stufo, Stewart s’è ritirato a studiare letteratura e scrivere le canzoni destinate al nuovo progetto Child Ballads (un quintetto più ospiti: l’”esplosivo” Judah Bauer il più noto), che lo vede nei panni di cantautore urbano, secco ed essenziale come un Lou Reed senza spina più impastato che parlottante (la title-track), un bohemien folk-rock del Village (They Hunt Us We Run, Laughter From The Rafters) e uno sbilenco cantore pop (Old Man October insegue il Beck della gioventù, Green Jewelry quello blues). Si fa ascoltare ma non va a fondo, Lupton, pagando lo scotto di chi aspira a qualcosa di irraggiungibile.
(6.4/10)