
Alex Neilson è un percussionista free tra i più gettonati nel Regno Unito, tra gli altri ha lavorato con Jandek, Will Oldham e Richard Youngs. Vinnie Blackwall viene dalla musica antica, ma non ve lo farà pesare più di tanto.
Insieme si interessano al folk inglese delle origini (nella fattispecie, quello insulare) e decidono di rivisitare in chiave improvvisativa ballate classiche e medievali.
Alex (percussioni, salterio, voce) e Vinnie (voce, arpa, violoncello e armonium) sono l'ennesima dimostrazione di come l'accoppiata voce "importante" - percussioni sia privilegiata all'interno dell'attuale panorama improvvisativo - sperimentale (People, Wildbirds & Peacedrums), se non altro per la capacità di lavorare per sottrazione senza sacrificare la creatività.
E What Put The Blood può essere inserito all'interno di questo discorso, benché si muova su terreni lontani da quelli dei gruppi di cui sopra: l'improvvisazione virtuosa e antiscolastica di Meredith Monk (Two Brothers, The Temptation), un protagonismo percussivo ai limiti del cervellotico (l' attitudine da saggio dimostrativo in Speed Agreement), sortite di monofonia gregoriana (My Lagan Love) e occasionali virate al di fuori della scala temperata (My Son David). Se a questo aggiungiamo che in alcuni casi i nostri arrivano a somigliare ad una versione colta e revivalistica dei Charalambides (i drones di armonium e violoncello in Carbeth) abbiamo un' idea di come il disco possa risultare piuttosto disomogeneo. Manca un filo conduttore che sia riconoscibile all'ascolto, non solo negli intenti.
La promessa è buona, se non altro per la perizia tecnica e le possibilità che aprirebbe una strada del genere, se sufficientemente battuta. Per ora i due hanno messo le carte in tavola. Attendiamo fiduciosi di assistere alla partita.
(6.5/10)