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Fire Room – Broken Music (Atavistic, aprile 2008)

di Daniele Follero

Dietro il nome Fire Room, al suo debutto discografico in quanto progetto, si cela in realtà un trio già bello e rodato da molti anni. Nata da un idea di Ken Vandermark, eclettico e prolificissimo saxofonista chicagoano, la formazione comprende una costola della versione “norvegese” dell’ottima esperienza di Powerhouse Sound, band a metà strada tra la Scandinavia e gli Stati Uniti: il batterista Paal Nilssen-Love e il manipolatore di suoni Lasse Marhaug. Ma rispetto all’imponente lavoro dell’anno scorso, che si meritò appieno gli elogi della critica e non solo di quella specificamente jazzistica, Broken Music si presenta come un disco dai mezzi ridotti al minimo, anche se non si può dire lo stesso per le idee messe in campo.

Se Oslo/Chicago: Breaks (Atavistic, 2007) si concentrava sulla tipica costruzione jazzistica “from the top down”, esaltando le improvvisazioni collettive in una cornice fortemente strutturata e in alcuni casi addirittura funkeggiante, Broken Music rielabora il free jazz sotto altri punti di vista, completamente diversi dall’esperienza precedente, attraverso uno stile che mira alla frammentarietà, al puntillismo. La materia musicale qui si scardina sotto i colpi dei rumorismi elettronici di Marhaug, di un drumming scomposto e afasico, spezzettato in tanti micro-pattern e dell’inconfondibile sax di Vandermark, in questa occasione più braxtoniano che mai nel saper portare alle estreme conseguenze le possibilità dello strumento.

A prevalere è quasi sempre un atteggiamento costruttivamente implosivo, discontinuo, che tende a tratteggiare disegni dai confini sghembi che diventano flussi sonori ad intermittenza, che passano attraverso diverse fasi. Dall’irruenza dell’iniziale Broken Music 1 ci si perde poi nell’evanescenza di Slag, nella martellante When Water Burns Air, nei paesaggi sonori di Hand Lettered, passando poi per il funk decomposto di Dashboard Fire e sfumando nei bordoni rumoristi delle conclusive Line Of Lead e Broken Music 2, che calano il sipario sull’ennesima prova convincente sullo stato di salute del jazz degli anni 2000. Un lavoro che contribuisce a rafforzare l’idea di un jazz che prova (e ci riesce, a mio parere) a superare, seppure nel segno della continuità, l’esperienza del free e delle sue successive emanazioni, all’epoca battezzate con il nome di New Thing.

(7.2/10)

 

  • noise jazz core
  1. Broken Music 1
  2. Slag
  3. When Water Burns Air
  4. Hand Lettered
  5. Dashboard Fire
  6. Broken Music 2