
Capita trovarsi davanti ad un disco che rasenta la perfezione dell’immaginario pop del momento e baciare la terra sulla quale cammina. Ritual, terzo album del dubliner Richie Egan, è “semplicemente” questo: uno dei migliori prodotti pop dell’anno.
Elettronica e acustica che si mischiano, figliando brani semplici suonati padroneggiando una tecnica apprezzabile; è variegato di generi facilmente digeribili ma ben lontani dallo scontato e dal cottimo.
C’è un’anima dietro a tutto, su questa forza si costruiscono le dieci tracce dell’album. Da ballabili strutture dance (Streetwise) a toccanti ballate sussurrate (At The Heart Of All This Strangeness), basta non prendersi troppo sul serio, basta saper giocare. E così si completa un album in cantiere da anni, con canzoni datate 2005 o 2006 (I was a man), seguito di altri due dischi facilmente definibili immaturi e incompleti.
È come se il nostro fosse cresciuto il giusto, tanto da raggiungere quell’età in bilico tra maturità e cazzeggio. Tanto da saper dare la giusta importanza e saper collocare riff e campionamenti. Occhiolini strizzati agli anni ’80 (Graveyard) e alla loro decantata vacuità, accanto a canzoni (Phil Lynott) quasi pure da cantautore di strada, di una piovosa strada anglofoba.
Di tutto un po’, senza strafare, senza peccare.
(6.5/10)