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Jape – Ritual (V2 / Self, 13 giugno 2008)

di Marco Canepari

Capita trovarsi davanti ad un disco che rasenta la perfezione dell’immaginario pop del momento e baciare la terra sulla quale cammina. Ritual, terzo album del dubliner Richie Egan, è “semplicemente” questo: uno dei migliori prodotti pop dell’anno.

Elettronica e acustica che si mischiano, figliando brani semplici suonati padroneggiando una tecnica apprezzabile; è variegato di generi facilmente digeribili ma ben lontani dallo scontato e dal cottimo.

C’è un’anima dietro a tutto, su questa forza si costruiscono le dieci tracce dell’album. Da ballabili strutture dance (Streetwise) a toccanti ballate sussurrate (At The Heart Of All This Strangeness), basta non prendersi troppo sul serio, basta saper giocare. E così si completa un album in cantiere da anni, con canzoni datate 2005 o 2006 (I was a man), seguito di altri due dischi facilmente definibili immaturi e incompleti.

È come se il nostro fosse cresciuto il giusto, tanto da raggiungere quell’età in bilico tra maturità e cazzeggio. Tanto da saper dare la giusta importanza e saper collocare riff e campionamenti. Occhiolini strizzati agli anni ’80 (Graveyard) e alla loro decantata vacuità, accanto a canzoni (Phil Lynott) quasi pure da cantautore di strada, di una piovosa strada anglofoba.

Di tutto un po’, senza strafare, senza peccare.

(6.5/10)

 

  • indie songwriter
  1. Christopher and Anthony
  2. I Was a Man
  3. Replays
  4. Graveyard
  5. Phil Lynott
  6. Streetwise
  7. At the Heart of Al l This Strangeness
  8. Apple in an Orchard
  9. Strike me Down
  10. Nothing Lasts Forever