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Live: Mi Ami – Circolo Magnolia, Milano (6/7/8 giugno 2008)

di Il Dariella. Foto di Emanuele Rosso.

Ritorna a Milano il festival italo-indie per eccellenza. Il nostro report dei tre giorni della manifestazione organizzata da Rockit.

Mi Ami 2008

Parafrasando Alessandro Raina (Amor Fou), vien proprio da dire che il Miami è il festival che più si avvicina ad una sagra di paese italo indie! Nel bene e nel male questa edizione ambisce a diventare una specie di grande “festa dell’Unità” (ora che la medesima è scomparsa) sia per il ruolo di riferimento che ha per la scena italiana sia perché si ha la netta sensazione di condividere una manifestazione dalla natura molto partecipativa dove ogni individuo, dall’hipster dell’ultima ora al musicista, al discografico, al giornalista di turno e perché no le cosiddette groupie, sono parte di un meccanismo che sembra necessitare obbligatoriamente di ognuna di queste presenze per funzionare.

Il Miami non è il Traffic e tantomeno l’Heineken, ovvero dei festival quasi imposti dall’alto, istituzionali e privi della scintilla tipicamente “Miamese”. Che ci siano 1000, 10.000 o 20.000 partecipanti, si ha la strana sensazione di conoscere tutti, ma proprio tutti! A pensarci meglio questo non è un caso poiché il suo pubblico coincide effettivamente con quello degli attuali social network! Se su myspace hai tanti amici il festival è quasi casa tua, anzi, ti sembra proprio di essere in camera o in ufficio davanti al tuo pc! Se suoni al Miami e ci partecipi in veste di “artista” hai l’impressione di vivere un grande “Saggio di pianoforte” dove chi ti giudicherà sono prima di tutto i tuoi compagni di corso, e cinicamente arrivi alla conclusione che questa sensazione di intima confortevolezza è data dal fatto che il mondo della discografia italiana è veramente un “satellite” per non dire un “asteroide”!

Mi Ami people. Foto di Emanuele Rosso

Il Miami 2008 è stato però ricco di novità rispetto alle passate edizioni, in primis il confronto con il cosiddetto “giugno novembrino” che ha messo a dura prova organizzazione e pubblico attraverso continue minacce ed effettivi acquazzoni che non hanno (incredibilmente!) spaventato il popolo miamese, comunque partecipe e reattivo. Altre novità sono state l’aggiunta del terzo giorno di live e dj set ed il conseguente allargamento della line up (una cinquantina di band e più!) che tra l’altro quest’anno contavano pure un primato in fatto di eterogeneità e trasversalità della proposta musicale. Il sottoscritto era li in veste di banchettaro Riotmaker ma soprattutto come spettatore, per cui bando alle ciance antropologiche e passiamo alle impressioni avute di fronte ai vari set sui due palchi, il “Pertini”e la “collinetta” (che a causa del maltempo è stato sostituita dal classico palchetto interno del Magnolia).

Nell’impossibilità di descrivere tutto quello che ho visto e sentito vagando da un palco all’altro, farò una specie di classifica “dantesca” con band che vanno in Paradiso, Limbo e Purgatorio (sì all’inferno non ci voglio mandare nessuno sia beninteso!). In Paradiso sicuramente ci piazzerei Bugo(dom), Ah!Wildness e Drink To Me: il primo perché con questo live conferma la compiutezza artisitica dell’ ultimo Contatti, portando sul palco una scaletta ed un set che emanano una calibratissima immediatezza pop da un lato e la classica gigioneria Bugatti dall’altro; per non parlare della nuova band formata da specie di ingegneri replicanti efficacissimi sia per la vista che per l’udito.

Ah!Wilderness. Foto di Emanuele Rosso

Ah!Wildness e Drink To Me sono state le mie rivelazioni del festival; i primi, parmigiani, li conoscevo da un annetto grazie ad una manciata di pezzi che già preannunciavano l’inaudito rispetto all’odierno panorama italiano. Dal vivo la conferma e di più! Chi si ricorda Sly and the Family Stone? Gli MC5? E i Rolling Stones più eighties? Probabilmente c’era pure l’ombra di Jon Spencer sul palco, ma le canzoni, un amalgama groovosissimo di cascate disco e rabbia sixties, stanno in piedi che è una meraviglia! Il basso canta, un sax impreziosisce e le chitarre intagliano i refrain soul di Silvia (chitarra e voce che se beccasse un Lenny Kravitz se lo mangerebbe a colazione!) e la sfrontatezza Jagger di Federico, frontman di una band che vibra come una sola cosa. Gli sguardi increduli del Miami, (tutto il backstage) confermano il piacevole “buco nero” causato da questi illustri sconosciuti. I cremonesi Drink To Me han suonato lo stesso giorno sullo stesso palco ed è come se i Liars fossero scivolati dentro il delirio pop di Wayne Coyne! Schizofrenia slacker, cazzeggio e melodie piacevolissime sono il marchio di fabbrica di questo trio; qua si passa dal folk intimista al noise puro con la disinvoltura di una pernacchia! Proprio freschi! Sempre in paradiso son passati i sardi Golf Club, un incrocio tra Death of Anna Karina ed El Guapo o gli stralunati Cosmetic, shoegazer senza paura di guardare negli occhi che mi hanno fatto pensare a come dovrebbero suonare i Verdena per piacermi!

Mi Ami people. Foto di Emanuele Rosso

Dal palchetto del Magnolia ho potuto godermi pochi live a causa dei continui congestionamenti di persone ammassate negli unici valichi chiave del festival. A parte questo, ho buonissimi ricordi dei malatissimi Camilla’s, che tra una filastrocca ed un’altra hanno ipnotizzato la saletta e Le luci della centrale elettrica, uno dei live più attesi del Miami e che non ha deluso i presenti; Vasco è la conferma di quanto sia radicata in noi italiani la sete di parole “importanti”.

Nel Limbo ci metto le band il cui live è stato condizionato da stitichezza espressiva o fattori esterni come maltempo e problemi acustici. Questo è stato il caso dei Disco Drive, penalizzati da una ritorsione dell’impianto che ha sfigurato il massimalismo sonoro tipico dell’ultimo epigono stilistico del trio; il pubblico è però generoso e perdona tutto. Amor Fou e A Classic Education sono stati penalizzati da una pioggia fastidiosissima anche se gli ultimi hanno proposto un live comunque intenso e ricco di energia (ma io resto un fan dei Settlefish!). I piacentini Kobenhaven Store e il loro shoegaze sognante e pettinato sono piacevoli ma Kevin Shields storcerebbe il naso! I Fratelli Calafuria sono dei manici pazzeschi (veramente bravi) e a Milano hanno un sacco di gente che li segue, si capisce subito, eppure sono confuso: certe cose sono formidabili ma altre di una tamarraggine unica. Dentro il Magnolia invece, sono rimasto un po’ perplesso da il Genio in quanto già sentiti in altra occasione in formazione minimale e drum machine e qua dentro con quella batteria aggiunta, la suadente voce di Alessandra mi sembra un po’ uccisa.

Nel Purgatorio ci vanno le band a mio parere fuori luogo nella scaletta del festival o comunque fonte di pesantezza per il sottoscritto. Penso a Sottopressione o Truce Klan. I primi si esibiscono con Enrico, il nuovo frontman (già voce nei Pink Rays) e mi chiedo cosa può comunicare il muro sonoro di questo pezzo di storia dell’Hc milanese nel 2008? Noia? Non so mi fa un po’ reunion dei Sex Pistols sto live. Alla fine al posto del fantomatico truce Klan c’è solo Il fenomeno Metal Carter! E tutti: wow farà di sicuro Pagliaccio di ghiaccio! E invece l’amara scoperta degli indierockers: “Ma dai è un rappuso come tutti gli altri!!” Lo sguardo del Nostro però, anche quando si aggira per gli stand o nei pressi del palco, è quello di un Daniel Johnston de noi altri. Ma lo è o lo fa? Restando nei paraggi del “rap per l’intelligenzia indie” ci sono pure gli Uochi Tochi. Ma aspetta, tutta la strafottenza e il nichilismo verso il mondo/il prossimo dove sono finiti? Napo recita senza incertezze e dissenso il suo Vangelo di strazio iconoclasta, la gente applaude con la regolarità dell’automa. Napo è diventato Maurizio Costanzo e canta su uno sfondo di beat e rumore reiterato: uguale ed anacronistico.

Mi Ami people. Foto di Emanuele Rosso

Sul fronte movida “facciamo ballare gli indiekids” (impresa spesso ardua), ovvero i dj set notturni dopo le band, c’è questo dato significativo dello slittamento di un certo popolo della notte milanese verso il Miami. Se nelle passate edizioni questa fase del festival sembrava quasi uno stupro o comunque c’era la freddezza di un pubblico impreparato o frigido, questa volta, vuoi per la presenza di Congorock, Spiller o soprattutto delle celebrity webstars Bloody Beetroots (a Milano giganti), all’Idroscalo si sono riversati gran parte degli hipster gravitanti attorno a serate milanesi come Pink is Punk o locali come Rocket e Plastic. E proprio il venerdì animato dai B.B. è stata la serata con picco di culi in pista ma anche l’esempio ahimé di una certa massificazione estetica trasversale e underground propagata come un virus attraverso l’universo m-blog e myspace. I ragazzi in consolle picchiano duro, hanno presenza scenica da consumate rockstar dietro ai cdj ed hanno maschere da supereroi ma la selecta è arida e paracula. Si ci son tutti i pezzi che fan il loro dovere, Crookers, tanta fidget, tanto martello buttato sul piatto con pochissima poesia, ma se poi guardi i ragazzi fluo impregnati di wodka Redbull ammassati sotto il Pertini, capisci che tutto è cotto a puntino: musica per ubriacarsi e pestare i piedi. Il soul è scappato via da un po’. Soul che invece in forme ben distinte si è respirato nell’enciclopedico e poliedrico set di Spiller (sabato) o nel ghetto-tech sound di Congorock in chiusura di festival. Sì, i ragazzi fluo eran sempre lì ma questa volta si subivano pure i mie numeri da ballerino pazzo (poveri!). Miami mi hai devastato (ma ci stava), ci vediam nel 2009!