
Sa fare fin troppo bene il suo mestiere Quinton Scott, del quale potete leggere con maggior dovizia di particolari in un’altra sezione di Sentireascoltare. C’è di che essergli riconoscenti per le compilation - ricche di note e grande musica, mai banali nelle tematiche - che pubblica e per aver resuscitato una label fallita. Avercene e dunque stai attenta, Vampisoul, perché il duello tra pesi massimi non resterà confinato al titolo di questo eccezionale disco, ma pare imporsi come un avvenimento da tenere d’occhio nell’anno in corso.
Per quel che ci riguarda, faremo il nostro dovere, iniziando con l’imporvi l’acquisto di Nigeria 70 Lagos Jump, anche se magari la musica africana non vi interessa. Cambierete idea, perché poche altre nazioni della fascia subsahariana del continente posseggono una tradizione sonora al pari articolata ed entusiasmante. Frutto in parte non piccola di quel “cannibalismo” teorizzato dai Tropicalisti, nello specifico facendo leva sulla ricchezza dei contatti col mondo occidentale e in particolare con gli Stati Uniti. E’ infatti da una peculiare interpretazione di soul e funk - non di rado chiazzati di reggae - che s’è raggiunta la sensazionale musica di questo stracolmo cd, miracolo d’inventiva che solletica il cervello ma non fa star fermi un minuto.
Materiale che sa di antico ben oltre il decennio in cui fu prodotto, questo, e nondimeno risulta di avveniristica fattura, capace di esser fonte di idee per Eno e Byrne (magari citando Marley come fa Sir Shina Peters & His Internationsl Stars) passando per i Can (l’inebriante di Everybody Likes Something Good sbuca fuori dai solchi consunti di Tago Mago; Eric Akaeze & Royal Ericos li coniugano psichedelicamente con una fissità alla James Brown), infine restituire non la fotocopia sbiadita ma la sua peculiare evoluzione (esemplare African Dialects, che espande Isaac Hayes e George Clinton mentre evoca Remain In Light). Avrete senz’altro preso nota dei nomi tirati in ballo per fornire le coordinate interpretative e meglio orientarsi sulla mappa, tra orge percussive (Dynamic Africana), organi sugosi (The Immortals: afro-garage?) e chitarre serpentine (Eddie Quansa) oppure frenetiche (Ezuku Buzo), passi in levare geneticamente modificati (Ashanti Africa Jah) e ottoni bollenti (Tug Of War). Sappiate che la maggior parte dei sedici brani qui raccolti fa con loro pari e patta, ma quel che più conta è la sensazione di aver di fronte un mare di elettrizzanti rivelazioni sonore. Tuffatevi senza esitazione, e al diavolo il salvagente.
(8.0/10)