
I Ponytail sono un gruppo di Baltimora, la stessa città di Dan Deacon; in effetti se penso a un locale dove il sudaticcio occhialuto scatena il pubblico con la sua electro minimalista impazzita e giocosa, non mi riesce difficile immaginare un concerto collaterale dove presentare le tracce di Ice Cream Spiritual, secondo album della band. La formula dei Ponytail da quelle parti non è nuova; una specie di japa-pastiche-core dove le partiture scheggiano veloci l’hc e lo rendono prolisso, accompagnato da urletti divertiti di ugola da estremo oriente.
Il riferimento più immediato in questi casi dovrebbero essere i Deerhoof, ma in realtà il suono sembra più imparentato con un altro fenomeno degli ultimi mesi, gli Holy Fuck; o, per citare un gruppo più simile ai Deerhoof ma molto meno conosciuto, gli Experimental Dental School, nelle loro divagazioni meno controllate.
La velocità è infatti accompagnata da improvvise schizofrenie, però solidificate su vere e proprie strutture, per nulla vicine all’atteggiamento free; in definitiva, più che di jap pastiche, in realtà, l’ascolto mette in rilevanza un ordine soggiacente molto preciso, delle regole di evoluzione che sono più prossime alla musica progressiva di quanto uno potrebbe credere. Omar Rodriguez cosa (Sky Droll)?
Certo, i riff sono figli della deframmentazione del math, la distorsione è l’estetica prevalente; ma rispetto a gruppi analoghi di veri japa-gag-noiser come i Limited Express, per esempio, non è impossibile seguire – e prevedere – l’evoluzione dei brani. E quasi quasi in Late For School si anticipa la cavalcata (da nativi americani elettrificati), si percepisce quando sta per fermarsi, quando riparte, quando fa finta di sciogliersi nel disordine del passo finale. Ice Cream Spiritual lavora dunque sulla dissimulazione del disegno attraverso la veemenza – e soprattutto le ripartente al fulmicotone; e non lo fa neanche male.
(6.6/10)