
Questo terzetto friulano ha idee chiare e ben rodate. La formula chitarra-chitarra-batteria non è inedita ma possiede comunque quel quid che scava un solco nella consuetudine. Quanto alla forma, siamo dalle parti del post punk declinato math e noise, roba che poi è inevitabile tirare fuori i soliti nomi, un rosario che sgrana Wire e Sonic Youth via Devo, lambendo i primissimi Talking Heads (soprattutto in Amniotic), l'intensità Fugazi e particelle wave-psych pescate in coda ai Television (come in Spleen Attack).
Ma aspettate a pensare "grazie ho già dato", anche se probabilmente è vero, perché il bello sta proprio nel continuare ad averne voglia, un dare che non si stanca grazie all'unico additivo possibile: un incandescente intruglio di attitudine e convinzione. Che per gli Stayer significa in primo luogo buttarcisi dentro tutti interi, metterlo in piedi questo teatrino psicotico (sentitevi Words On Paper) e fare in modo che accada tutto quel che deve.
Occorre perdersi in ciò che si fa, in quello che si è disposti a fare, una cosa che i ragazzi sembrano aver imparato bene nel quasi decennio trascorso assieme a covare il qui presente debutto, che difatti sfoggia tutta l'essenzialità e gli spigoli e l'impatto e la tensione del caso. Col piglio agro e radente di chi sa di non potersi permettere sconti (come nella congettura convulsa e famelica di Machine), ma anche con la consapevolezza che certi deragliamenti si possono addomesticare (vedi la selvatica ma stranamente affabile rumorosità di So Perfect). Abbiamo già dato, ok. Ma – a queste condizioni - continueremo a farlo.
(7.0/10)