
Chi fa elettropop oggi ha un grosso problema da affrontare; il fatto che ne si ascolta talmente tanto che anche ciò che è passabile diventa dimenticabile e fugace come la bellezza esteriore. Sono pronto a scommettere che quasi nessuno di coloro che lo fanno, però, direbbe che si preoccupa di quel che hanno prodotto i predecessori del genere; e la cosa accade soprattutto in Europa. Prendi due synth, drum machine vintage, o semplicemente un laptop, crea una infilata di melodie appiccicose, voci femminili piacevoli o maschili bizzarre, qualche suono da videogioco anni ‘80 ed è fatta. Ma noi cerchiamo di non essere superficiali, lasciamo perdere frasi come quella precedente e dimentichiamo il sottile fastidio di dover parlare per l’ennesima volta di elettropop e di non sapere come attaccare.
C’è in Requiem For A Missing Link, il nuovo disco dei londinesi/berlinesi Warren Suicide, qualcosa che riesce a mettere virtuosamente a regime il miscelatore di mille esperienze già fatte. È vero che in pochi casi l’orecchio si desta con la curiosità di chi non sta capendo bene quel che succede (per gli archi di Run Run e Too Old For Suicide, per l’atmosfera straniata di Oh Baby), tutto vaga tra i riferimenti più noti del genere – i soliti El Guapo e Blow (Home) su tutti - e va a posizionarsi – giusto con qualche moto cyberpunk in più - nell’esercito della musica che sa intrattenere. Ma è anche vero che quasi nessun brano chiama il dito a cercare la traccia successiva, per vedere com’è.
C’è poi – e infine – un’impressione, e cioè che a volte questa musica sia una quinta teatrale (Good Morning Lord), che fa pensare a piccole scenette, facce storpiate in espressioni esagerate, mascheramenti attoriali. Stai a vedere che metà Warren Suicide lo fa l’ aspetto performativo dal vivo? Basta dare un’occhiata al loro My Space per capire che è davvero così. E su questa considerazione ci si ritrova a fine album con più eccezioni che conferme, rispetto al banalissimo elettropop.
(6.6/10)