I 20 migliori album psichedelici del krautrock tedesco delle origini

Che il krautrock (o rock cosmico) tedesco fosse connesso con la psichedelia e con velleità “espansive/chimiche” di vario genere, non siamo certo noi a scoprirlo: quando nacquero, a fine Sessanta/inizio Settanta in Germania, i “corrieri cosmici” avevano ben chiara la lezione del rock psichedelico americano e inglese dei Sessanta, tanto da miscelarla con i princìpi “europei” di compositori contemporanei come ad esempio Stockhausen, ricavandone una nuova formula. Ne parla, tra gli altri, anche Julian Cope nel suo libro Krautrocksampler, come del resto i vari autori – tra cui il bravo David Stubbs – che hanno curato l’intrigante Krautrock: Cosmic Rock And Its Legacy. Eppure moltissime discografie ragionate sui classici kraut che potete consultare in rete o su fonti cartacee si limitano a circoscrivere i dischi (cosiddetti) fondamentali, ma quasi mai quelli più “in linea” con quell’immaginario lisergico/cosmico di cui si diceva in apertura. Ci abbiamo provato noi, scegliendo alcune perle dalla sterminata discografia a disposizione – si fa per dire, molti album di band del periodo considerate minori non vengono ristampati da anni – di quello che, quando nacque, venne definito – con un termine originariamente dispregiativo, a quanto pare coniato dagli inglesi – “krautrock”.

Alcune indicazioni prima di iniziare. Innanzitutto, come tutte le “liste”, anche la nostra non pretende di essere onnicomprensiva, ma sceglie solo venti album che i redattori e i collaboratori coinvolti in questo articolo hanno ritenuto di dover/voler selezionare. In altre parole, si tratta di un elenco soggettivo, per quanto ben pensato e valutato da tutto lo staff, che non pretende certo di rappresentare una verità assoluta e assiomatica. Abbiamo inoltre cercato di scegliere album che, per caratteristiche peculiari, rappresentassero meglio di altri il tema centrale dell’articolo, il che significa che non troverete nell’elenco classici del genere come, ad esempio, Tago Mago dei Can, Trans Europe Express dei Kraftwerk o magari il disco d’esordio dei Faust, ma cose decisamente più particolari e “sintonizzate”. Ci siamo poi dati un limite di tempo e luogo, ovvero abbiamo considerato solo album di artisti riconducibili alla Germania degli anni Sessanta/Settanta, lasciando perdere tutte le possibili deviazioni di percorso.

Il risultato è una discografia essenziale che speriamo possa essere utile a chi volesse avvicinarsi a suoni tanto affascinanti, e che ha soprattutto l’intento di celebrare una delle fasi musicali più creative ed esaltanti (e atipiche) prodotte dall’Europa negli ultimi quaranta anni. Cliccando sul titolo di ogni disco, verrete reindirizzati alla scheda album relativa, contenente estratti audio o streaming integrali Spotify. Accendete i sintetizzatori e scaldate gli amplificatori, dunque, perché si parte. (FZ)

agitation free-malesch

Agitation FreeMalesch (1972)

La psichedelia che i berlinesi Agitation Free racchiudono nei solchi del disco d’esordio Malesch è un trip etnico e moderno al tempo stesso. Nel 1972 la band viene invitata dall’Istituto Goethe a compiere un viaggio in Egitto, Grecia, Libano e Cipro, da cui torna con un carico di suoni esotici e un immaginario tutto da plasmare. Dentro ci sono le percussioni e i suoni concentrici rubati ai luoghi visitati, ma anche una certa propensione per le strutture libere e “jammate” à la Grateful Dead e un’affezione per i sintetizzatori e le tape recordings. Tutto questo finisce in un album che odora di Haight-Ashbury (Malesch) eppure cede anche a una ambient tipicamente kraut con un biglietto aereo per il Medioriente (l’apertura inquietante di You Play For Us Today). In mezzo ci sono registrazioni sul campo che diventano scenari cosmici da oltretomba in stile Popol Vuh (Sahara City), minimalismo psichedelico rivisitato funk (Ala Tul), bordoni meccanici e claustrofobici (Pulse) e molto altro. Se i Beatles avevano lavorato di sponda sull’etnico dei santoni indiani decorando il pop, gli Agitation Free inghiottono un drop out musicale che si accoda a flussi migratori massicci, cavandone meravigliose contaminazioni tra mondi. (FZ)

 

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Amon Düül IIPhallus Dei (1969)

Per usare un termine di attualità dandogli un valore retrospettivo, avremmo buon gioco nel parlare di una German occult psychedelia dell’epoca, per sottolineare l’aspetto esoterico e demoniaco degli Amon Düül II rispetto alla scena californiana o alle fiabe lisergiche barrettiane. Nati dalla celebre comune bavarese frequentata ai tempi anche dai futuri membri della banda Baader-Meinhof, i Nostri volevano darsi una dimensione internazionale senza suonare né tedeschi né americani. Guardavano «allo spazio», come ha detto il chitarrista Johannes Weinzierl, ma uno spazio che aveva un piede negli inferi. Infatti la musica di Phallus Dei non ha nulla di fantascientifico, evoca piuttosto le divinità ctonie con le intuizioni di Jefferson Airplane, Grateful Dead e dei primi Pink Floyd calate in uno scenario da incubo e un senso di teutonico sturm und drang invischiato nelle suggestioni pagane e orientali. Sono quattro brani che galoppano tra riff elettroacustici di sapore esotico, una lead guitar acidissima, tappeti di percussioni tribali, tempi di improvvisazione jazz e i vocalizzi stregoneschi di Renate Knaup; più la title-track, una sarabanda indescrivibile tra avant-jazz, folk progressivo e rock cosmico, per un trip che dura ben venti minuti e somiglia a un viaggio sulle montagne russe nella musica del Novecento.(TI)

 

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Ash Ra TempelAsh Ra Tempel (1971)

Formatisi a Berlino nel 1970 dall’incontro tra Manuel Göttsching, Klaus Schulze e Hartmut Enke, gli Ash Ra Tempel costituiranno uno dei capisaldi più seminali di tutto il movimento krautrock. L’omonimo esordio in LP del 1971 si compone di una monumentale traccia per lato: la prima, Amboss, è una delirante suite di quasi 20 minuti in cui a farla da padrone sono le divagazioni strumentali e le improvvisazioni più acide, in una jam psichedelica speziata di fascinazioni esotiche. La successiva e sterminata Traummaschine è un’oscura immersione in un abisso cosmico, algida e cupa fantascienza metafisica, mistica e meditativa, in cui è l’elettronica ambientale più buia e senza fondo a dominare, e su cui si reinnestano man mano chitarre provenienti da chissà quale dimensione. Gemma assoluta troppo spesso sottovalutata o dimenticata in favore dei successivi capolavori del gruppo, questo primo capitolo dell’esperienza Ash Ra Tempel è un tenebroso trip incredibilmente avanti sui tempi che, soprattutto nella seconda parte, influenzerà tantissimo tutta l’ambient più oscura a venire (da Lustmord a progetti come Atrium Carceri, fino agli abissi scandinavi di Burzum o a esperienze come gli Aghast). (LR)

 

invention for electric guitar

Ash Ra Tempel, Manuel GöttschingInventions for Electric Guitar (1975)

Firmato Ash Ra Tempel VI e Manuel Göttsching, l’album va attribuito esclusivamente al musicista tedesco e alla sua chitarra: tutti i suoni provengono dalla sua Gibson Les Paul del ‘61, passano per una manciata di effetti e finiscono in un registratore a 4 tracce, senza l’ausilio di alcuna loop machine. Influenzato dal minimalismo colto americano di Terry Riley e Steve Reich, con questo disco Göttsching accantona le pastoie gratefuldeadiane per creare un caleidoscopico trip interstellare. Pur rigorosamente costruite, le tre Invenzioni per chitarra elettrica, registrate nel 1974 e pubblicate l’anno dopo in quadrifonia, sono il risultato di un approccio più libero e istintivo rispetto ai disciplinati esperimenti di Fripp & Eno dello stesso periodo (No Pussyfooting, Evening Star): inframmezzate dai suoni arrotondati di Quasarsphere (che ricorda il mondo interiore esplorato dai Popol Vuh), le due suite Echo Waves e Pluralis si avvicinano agli arpeggi elettronici di Edgar Froese, ma senza sintetizzatori. Pur perfettamente inserito nello zeitgeist psichedelico tedesco della metà degli Settanta, l’album preconizza un altro capolavoro one-man band di Göttsching, pubblicato nel decennio successivo: E2-E4 sarà la mossa d’apertura nella scacchiera della techno-house. (AP)

 

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CanMonster Movie (1969)

Formati da due allievi di Stockhausen, Holger Cuzkay e Irmin Schmidt, e da un batterista di free jazz, Jaki Liebezeit, convertito a un’idea di groove “monotono” e circolare suonato con la precisione di una drum machine umana, i Can devono sicuramente molto alla cultura psichedelica, in fatto di apertura di orizzonti musicali e di sperimentazione. La forma a cui arrivano in questo primo LP, pur indulgendo in atmosfere acide e free, è assolutamente peculiare, almeno nei brani che fanno la differenza. Father Cannot Yell è una jam di rock sperimentale suonata con quello che per la fine degli anni ’60 e non solo era un piglio “punk”. Il riferimento sono i Velvet Underground e il minimalismo; il risultato, con le tastiere atonali di Schmidt e la frenesia metronomica di Czukay e Liebezeit, gli accordi arrotati e gli assoli ultra-distorti di Michael Karoli uniti al delirio vocale di Malcolm Mooney, è una sorta di collasso nervoso controllato avvolto nelle spire di un futuristico avant-garage che fa pensare a dei Pere Ubu o a dei Sonic Youth ante litteram. Yoo Doo Right è un blues decostruito in maniera eccentrica, ipnotica, di un primitivismo “naif” come poteva pensarlo solo gente con il diploma di conservatorio in tasca. (TI)

 

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ClusterCluster II (1972)

Abbandonati da Conrad Schnitzler nel 1971, Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius cambiano la ragione sociale del gruppo da Kluster a Cluster e, dopo l’esordio omonimo, nel 1972 danno alle stampe Cluster II. Il disco diventerà a tutti gli effetti un classico, tanto che persino gente come i Suicide finirà per pescare dai suoi solchi (ascoltatevi Im Süden e provate a negarlo) e da un suono al tempo stesso claustofobico e cosmico, psichedelico e inquietante. In cabina di regia c’è il fondamentale Conny Plank, che tuttavia ricopre un ruolo ben più importante di quello di semplice produttore artistico, come testimonia il suo nome riportato tra i crediti dei brani del disco. Sia come sia, Cluster II rimane un tripudio di ambient sui generis, ovattata da un spazio profondo e insondabile in cui la forza di gravità non si aggrappa a un beat (Georgel) ma a pattern morbidi di synth circolari e a suoni analogici circuitati. E’ un fluire che non ha un inizio né una fine, costruito su microvariazioni della texture sonora che determinano il mood e la direzione di ogni brano. Un bagno primordiale con qualche punto di contatto con l’industrial (Nabitte) che sancisce la grandezza di una delle formazioni più importanti di tutta l’epopea krautrock. (FZ)

 

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The Cosmic JokersThe Cosmic Jokers (1974)

Se la definizione “corrieri cosmici” ha un significato accostata al rock tedesco di fine Sessanta/inizio Settanta, lo si deve soprattutto ai The Cosmic Jokers, l’unica band del periodo che non sapesse di essere una band. A tirare le fila delle jam session alla base del qui presente e degli altri dischi di questo supergruppo (Jürgen Dollasse, Harald Großkopf, Klaus Schulze, Dieter Dierks e Manuel Göttsching) fu Rolf-Ulrich Kaiser, produttore, manager e figura centrale di tutto il kraurock tedesco, nonché sorta di Malcom McLaren ante litteram. Leggenda vuole che il Nostro chiamasse a raccolta i musicisti in studio, offrisse loro ogni genere di sostanza psicotropa e registrasse quello che nasceva da questa sorta di acid test. Il risultato veniva poi editato dallo stesso Kaiser e pubblicato all’insaputa degli autori. Questo album dei Cosmic Jokers spalanca la porta su un iperspazio inquietante e oscuro, un luogo che nemmeno il capitano Kirk avrebbe avuto il coraggio di esplorare. Due brani di venti minuti, uno per lato, in un abbraccio di phaser, free rock, batterie affogate, droning, ondate di synth, bassi raschianti e una costante sensazione di imminente disastro. (FZ)

 

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Embryo – Opal (1970)

Tra le formazioni più longeve e valide dell’intero filone krautrock, gli Embryo furono fondamentali anche per il contributo alla corrente fusion che stava iniziando ad attraversare il panorama jazz americano del periodo. Infatti, dopo i seminali Hot Rats di Frank Zappa e In a Silent Way di Miles Davis, entrambi del 1969, arrivò l’anno seguente l’esordio del gruppo tedesco, ovvero Opal, che spostò le contaminazioni jazzistiche su un inedito piano psych-rock. Il disco è infatti un’incredibile caleidoscopio di stili che abbraccia rock psichedelico, jam lisergiche, vaghi accenni di kosmische musik, suggestioni etniche dai sapori orientaleggianti, sfoglie prog di marca tipicamente anglosassone (con gli archi che sembrano anticipare esperienze come i Gentle Giant, spogliati però delle fascinazioni medievaleggianti, o i dimenticati Beggars Opera) e una generale attitudine free jazz, andando a comporre un mosaico sonoro vastissimo e ricchissimo, colorato ed oltremodo psichedelico. Assolutamente da recuperare anche la monumentale suite Läuft aggiunta in seguito come bonus track. (LR)

 

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Guru GuruKänguru (1972)

Strane creature che intercettavano la scena jazz – il batterista Mani Neumeier arrivava da quel mondo, portando in dote un drumming free e tribale – ma anche l’impegno politico, i Guru Guru (il nome ironizza sul portato spirituale dei Beatles del periodo Maharishi Mahesh Yogi) registrano questo disco dopo essere passati per un Hinten del 1971 e soprattutto un Ufo del 1970. Già nell’album d’esordio il power trio (oltre al leader Neumeier, si contano Uli Trepte al basso e Ax Genrich alla chitarra elettrica) teorizzava un free-rock sabbathiano-hendrixiano spesso strumentale e con fortissime ascendenze psych: in quel disco, il ringhiare del wah wah e delle distorsioni incontrava un’attitudine improvvisativa selvaggia capace di sfociare in cavalcate lisergiche come la programmatica Der LSD_Marsch. I Guru Guru di Känguru sono una band meno freak è più strutturata: chiamano l’eminenza grigia del krautrock Conny Plank a co-produrre, tengono a freno i deragliamenti più inconcludenti, uniscono alla consapevolezza del jazz mire dadaiste, ironia, hard rock, il fraseggio articolato di gente come Quicksilver Messenger Service e Cream, e la consueta dose di psichedelia e di taglia e cuci. A testimonianza della tecnica e del coraggio dei musicisti, i quindici minuti di Immer Lustig o gli undici del collage conclusivo Ooga Booga. (FZ)

 

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KalacakraCrawling a Lhasa (1972)

Uno dei dischi meno conosciuti della prima ondata krautrock, Crawling a Lhasa è stata la prima e unica opera dei Kalacakra, duo formato da Natale Rauschenbach e Heinz Martin. Il disco è una delle più psichedeliche incursioni mai realizzate in ambito kraut e non solo. L’opera è, di fatto, una sorta di mantra “acidfolk” realizzato con sintetizzatori, flauti, sitar e percussioni, e influenzato dalla musica raga indiana. Il disco è permeato di suggestioni orientali. Il nome stesso della band, Kalacakra, si riferisce a una delle principali divinità tantriche del Buddhismo Vajrayana (Kalachakra), e significa “ruota del tempo”. Il Kalacakra Tantra è anche una forma complessa di meditazione esoterica e il lavoro ruota intorno al concetto di tempo ciclico, con brani dedicati alle fasi lunari e alle danze dei nativi americani. Musicalmente si tratta di un folk blues psichedelico con divagazioni prog e viaggi acidi di cui rimangono tracce nelle voci in tedesco e in inglese (a volte distorte e biascicate) che affiorano a tratti nel lavoro, assieme a risate inquietanti e rumori di sottofondo catturati nel corso delle registrazioni. Emblematico è il brano iniziale, la cupa Nearby Shiras, sulla peste nera che colpì l’Europa nel Medioevo, sorta di apocalyptic folk ante litteram (MdB)

 

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Klaus SchulzeIrrlicht (1972)

Concluse le esperienze con Tangerine Dream (Electronic Meditation, 1970) e Ash Ra Tempel (omonimo, 1971), tumultuose ma abbacinanti per creatività dei risultati raggiunti, Schulze inaugura la sua sterminata produzione solista nel 1972 con quello che rimarrà forse l’apice compositivo del musicista, ovvero Irrlicht. Monumentale «sinfonia quadrifonica per orchestra e macchine elettroniche» tripartita e potentissima: a cavallo tra musica cosmica, elettronica, concretismo, krautrock e musica sacra, il muro sonoro innalzato da Schulze, attraverso un organo distorto e l’apporto trasfigurato in studio della Colloquium Orchestra di Berlino, trasporta prepotentemente l’ascoltatore nel trip cosmico per eccellenza, dipingendo freddi mondi alieni lontani e decadenti da cui è bandita ogni traccia di umanità, e lontane lande spaziali squassate e desolate. Fortemente intriso di un laico misticismo religioso e dotato di una potenza immaginifica ed evocativa senza confini, il disco rappresenterà nel tempo un imprescindibile punto di non ritorno e di riferimento per tutta la musica elettronica a venire (dall’ambient alla techno, dalla new age all’elettronica tesa tra sperimentazione e consumo di artisti come il Jean Michel Jarre di Oxygene). (LR)

 

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KlusterEruption (1971)

I Kluster prima di diventare Cluster, sono Dieter Moebius, Hans-Joachim Roedelius e Conrad Schnitzler. Inizialmente la band dà alle stampe due album dal suono nervoso e oscuro, Klopfzeichen e Zwei Osterei, a metà strada tra proto-industrial e LSD, e in cui convivono droni, feedback, violoncello, flauto, percussioni, recitativi inquietanti. Buona parte della musica che si ascolta in Eruption è invece tratta dal concerto che la formazione tedesca tenne a Göttingen nel ’71 (poi rielaborato in studio), materiale a suo modo distante dai dischi precedenti ma anche da quella che sarà l’evoluzione dei Moebius e Roedelius post-Schnitzler nei Cluster. Una terra di mezzo sospesa tra le profondità metalliche e angoscianti dei primi due dischi e una visione musicale che si concentra su un flood sotterraneo, a suo modo “cosmico” e più strutturato rispetto al passato. Sembra di ascoltare i Tangerine Dream di Aplha Centauri in chiave drammatica, fangosa, crepuscolare, su interferenze reiterate che fanno pensare a quello che saranno i Throbbing Gristle di lì a poco. Il disco viene stampato in 200 copie carbonare, per poi vedere il mercato ufficiale, col titolo di Schwartz, all’interno della discografia solista di Schnitzler. (FZ)

 

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KraftwerkRalf und Florian (1973)

Fautori di un progetto dalla portata innovativa inestimabile e additati di frequente come padrini di qualsiasi espressione musicale vagamente attinente alla sfera “elettronica”, i Kraftwerk vedono spesso ridurre il proprio percorso a un “prima” e un “dopo” lo spartiacque Autobahn (1974), divisione che semplicisticamente delimiterebbe un periodo artisticamente valido e ricco di sperimentazioni prima e uno successivo svenduto al facile richiamo delle svanziche. La realtà, come spesso accade, è molto più sfumata e interessante di come appare, e la transizione tra i primi dischi e quelli successivi – più accessibili, ma non per questo privi di importanti elementi innovativi – è stata graduale e ragionata, con un anello di passaggio che risponde al nome di Ralf und Florian. Testimone fin dal titolo della realtà ormai bipolare del gruppo, il disco raccoglie e mette in ordine frammenti creativi delle esperienze precedenti, aggiornandoli ad una maggiore fruibilità e creando un raccordo tra le istanze più assimilabili al kraut degli inizi e il definitivo approdo all’embrionale elettronica che verrà. Una policroma unione di flauto traverso, archi, drum machine, sintetizzatori e primi esperimenti con il vocoder che già abbozza gli elementi che ispireranno legioni di artisti (fino ai facili esotismi da esportazione di esperienze come la Yellow Magic Orchestra, di soli 5 anni successiva). (LR)

 

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Neu!Neu! ‘75 (1975)

Il terzo lavoro di Michael Rother e Klaus Dinger (transfughi dai primi Kraftwerk) è album crocevia sotto vari aspetti. Fugace ritorno alla formula in coppia (registrato e pubblicato fra la fine del 1974 e l’inizio del 1975, con Rother ancora in ballo con Moebius e Roedelius dei Cluster per il supergruppo Harmonia, e Dinger già lanciato verso il progetto La Düsseldorf), le due facciate del disco sono segnate da due approcci che non solo rappresentano le ormai divergenti visioni del duo, ma sintetizzano anche la duplice anima del rock psichedelico tedesco: la side A è più ambient, con il pianoforte di Rother spesso appoggiato su sound effect naturali; la side B è più tesa e acida, seguendo gli istinti di un Dinger protopunkiano (i suoi sguaiati e strafottenti interventi vocali saranno pietra di paragone su cui si misurerà, di lì a poco, John Lydon). Non si tratta di una netta divisione: nel suo slancio melodico sostenuto dal tipico ritmo in quattro, l’incipit ISI mette subito tutti d’accordo; e se Seeland e Leb’ Wohl sono indolenti e bellissime ballate velvetpinkfloydiane, mentre Hero (brano che verrà direttamente omaggiato da Bowie due anni dopo) e After Eight sono due fucilate verso il futuro (Joy Division e Cabaret Voltaire prendono freneticamente appunti), in E-Musik il motorik diventa mantra, e l’uso e l’abuso di effetti (phasing, flanger, tape reverse) rende il tutto claustrofobicamente lisergico. (AP)

 

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Popol VuhIn Den Gärten Pharaos (1971)

I Popol Vuh (nome del libro sacro della tradizione Quiché) furono tra i massimi esponenti del filone krautrock tutto, con una proposta che forse più di tutte riuscì a utilizzare il canale musicale come viatico per afflati spirituali, mistici e religiosi. Il loro secondo disco, spesso accostato e contrapposto al successivo e più facilmente fruibile (ma altrettanto meraviglioso) Hosianna Mantra, è anzitutto un viaggio interiore e ancestrale verso una religiosità primitiva che viene resa in musica con sonorità che sembrano provenire da una dimensione altra, in un’atmosfera trascendente che quasi nulla mantiene di umano e terreno. Flusso sonoro monolitico e bipartito, l’apertura affidata alla title track è un primordiale rituale apotropaico e catartico che guidato dal movimento dell’acqua e scandito da tribaleggianti percussioni ancestrali lascia definitivamente questo mondo per approdare al giardino dei faraoni, noumenico non-luogo di trasfigurata sacralità ascetica. La successiva Vuh è una poderosa suite dominata dalle devastanti bordate dell’organo della cattedrale di Baumberg (dove la traccia è stata registrata) suonato dallo stesso Fricke, che anticipa le future fluttuazioni spaziali di Schulze permeando il tutto di un’aura mistico-religiosa ancor più fitta e pregnante, guida per una purificazione spirituale mèta-terrena e definitiva. (LR)

 

Sand - Golem

SandGolem (1974)

Nati dalle ceneri del precedente gruppo Part of the Time, i Sand (Johannes Vester, Ludwig e Ulrich Papenberg) furono presi sotto l’ala protettrice di Klaus Schulze, che produsse il loro primo – e insuperato – album Golem nel 1974. Il disco non fu compreso appieno all’epoca, ma, come molte opere in anticipo sui tempi, fu oggetto di successive rivalutazioni. Sicuramente la cover di May Rain realizzata dai Current 93 su Thunder Perfect Mind (1992) ha contribuito a far conoscere questo lavoro oltre il circolo degli appassionati del genere kraut. La suite d’apertura Helicopter è un viaggio psych in cui un loop iniziale simula il movimento delle pale di un elicottero, mentre ascoltiamo la voce di Johannes Vester distorta con l’ausilio del sintetizzatore analogico VCS3. Il risultato è un trip oscuro in cui un’elettronica alla Tangerine Dream acquista tonalità decisamente dark (si ascolti anche la successiva Old Loggerhead). Se On the Corner risente dell’influenza dei Can, è con l’elettronica pulsante di Sarah che si entra appieno in una dimensione cosmica da viaggio triste e melanconico che fa baluginare oscure sonorità a venire. (MdB)

 

sergius golowin-lord krishna von goloka

Sergius GolowinLord Krishna Von Goloka (1973)

Amico dell’artista H.R. Giger, scrittore esperto di misticismo e culture orientali, archivista, esponente di spicco della controcultura svizzera, Sergius Golowin presta la voce e i testi a Lord Krishna von Goloka nel 1973. Dietro al disco ci sono in realtà il produttore Rolf Ulrich-Kaiser (già deus ex machina dei Cosmic Jokers, ma non solo) e tutta la cricca del giro Ash Ra Tempel, tra gli altri Klaus Schulze e la coppia Walter Westrupp/Bernd Witthüser (ovvero il duo folk Witthüser & Westrupp). L’album è un misto di esoterismo e raga indiano, naturalismo e rock cosmico, psichedelia, landscapes inquietanti e freak-folk, un po’ come se, in una realtà parallela, Philip Dick fosse stato l’ideologo degli hippie californiani. L’iniziale Der Reigen abbottona sedici minuti di raga ad aspirazioni ambient sospese tra mellotron, flauti, chitarre acustiche, percussioni, con il recitato in tedesco di Golowin pesantemente riverberato che sembra intonare la formula di qualche incantesimo; la successiva Die Weiße Alm è un folk celestiale e arpeggiato su un’autostrada per il Paradiso; la conclusiva Die Hoch-Zeit è un collage di batterie selvagge e suoni tribali, visioni acide free-form, paesaggi interstellari, e un Sergius maestro di cerimonie di un suono ipnotico, stratificato e con molteplici piani di lettura. (FZ)

 

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Tangerine Dream Electronic Meditation (1970)

Generato dall’incidentale unione di tre menti troppo creative per poter coesistere con continuità (Froese, Schnitzler e Schulze), l’esordio dei futuri pionieri della kosmische musik nulla ha a che spartire con quelle che saranno le siderali esplorazioni marchio di fabbrica del gruppo. Mentre il titolo potrebbe suggerire un’ascetica catarsi sintetica, il disco contiene invece un delirante flusso sonoro drogatissimo e deviato, figlio tanto dei Pink Floyd più lisergici quanto dei Velvet Underground più eroinomani e avanguardisti, con frequenti ammiccamenti anche ai contemporanei trip acidi macchiati di esoterismo dei colleghi Amon Düül. Registrato nel 1969 in una fatiscente fabbrica abbandonata alla periferia di Berlino, il disco è un incredibile viaggio psicotropo e claustrofobico che mescola radiazioni free jazz a istanze rock più avant-garde, realizzato con chitarre, organi, percussioni, sinistri archi, dispositivi elettronici ideati da Froese e campionamenti organici non meglio identificati. Per un trip sonoro che fonde la più malata psichedelia con elementi di primitivo ritualismo e solennità teutonica. (LR)

 

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Timothy Leary & Ash Ra Tempel – Seven Up (1973)

Nel 1970 il guru americano dell’LSD, Timothy Leary, arriva in Svizzera, dopo essere scappato da una prigione californiana. E’ lì che incontra la band tedesca Ash Ra Tempel ed è lì che i Nostri decidono di registrare insieme questo disco. Già il titolo – omaggio alla celebre bibita analcolica, si dice consumata durante le session dopo essere stata addizionata con sostanze non esattamente legali – dà il metro di quali fossero gli scopi: creare una sorta di crescendo psichedelico ambivalente: un lato A (Space) in cui far convivere in un’unica traccia, blues, rock acido in stile MC5/Stooges e bordoni di synth usati come collante tra le varie parti; un lato B (Time) immerso in un ambient-trip cosmico, sognante, frastagliato ed erotico, solcato da un recitato caldo e accogliente. I testi (e le voci) sono dello stesso Leary e dell’artista-sperimentatore Brian Barritt, dietro la consolle c’è il fondamentale Dieter Dierks, la produzione è di Rolf Ulrich-Kaiser e, nonostante tra i crediti del disco campeggi la scritta “Live from the Bern Festival”, il materiale è probabilmente stato inciso al Sinus Studio di Berna. Un cozzare azzardato di creatività che rimane una pietra miliare della discografia del periodo. (FZ)

 

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Walter Wegmüller ‎– Tarot (1973)

Il doppio album è il terzo episodio della trilogia cosmica frutto della visione utopica e LSD-indotta del produttore Rolf-Ulrich Kaiser (dopo Seven Up e Lord Krishna von Goloka, tutti pubblicati nel 1973 dalla sua Die Kosmischen Kuriere), che per l’occasione rimescola il collettivo di musicisti riunendo molte delle figure che avevano partecipato ai due lavori precedenti: pezzi di Ash Ra Tempel e dei Wallenstein, il duo acid folk Witthüser & Westrupp, ma soprattutto i due ashriani storici Manuel Göttsching e Klaus Schulze (che troveranno anche il tempo, durante queste session, di registrare “l’album nell’album” Join Inn). Dopo Timothy Leary e Sergius Golowin, qui la voce guida è del visionario pittore svizzero Walter Wegmüller (autore di uno dei mazzi più famosi di tarocchi tzigani), che ci guida salmodiando attraverso la lettura dei 22 arcani maggiori. Il risultato è quasi un’ora e mezza di delirio centrifugato, una disordinata enciclopedia che affastella soundscapes elettronici, ballate liquefatte, rievocazioni di cavalcate elettriche riprese dal rock psichedelico sixties. E come i 22 tarocchi sono in grado di spiegare il mondo intero, Tarot abbraccia tutto l’universo kraut: vera e propria musica Kosmische. (AP)

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