Quando uomini e montagne si incontrano, grandi cose accadono. Intervista a Wrongonyou

Wrongonyou, assieme a Birthh, è uno dei volti nuovi della musica italiana dal respiro internazionale. L’ascesa di Marco Zitelli è ascrivibile a quel processo che muove dal movimento indie o underground (che dir si voglia) per sfociare in risonanze maggiori, che potremmo chiamare per comodità “mainstream”. La verità è che questo fenomeno, che ha già colpito I CaniCalcuttaTheGiornalisti, nel caso di Wrongontou si differenzia per un sound internazionale e l’uso della lingua inglese, elementi che fanno da collante alla mescola di elettronica, folk e pop rivisitati in chiave strettamente personale. Abbiamo intervistato Wrongonyou in occasione dell’uscita dell’EP The Mountain Man, che ha il compito di fare il punto della situazione e di preparare l’ascoltatore a quello che verrà.

Questo EP tira le somme di quanto fatto finora, ma all’interno è già riscontrabile una mutazione del tuo sound, da un folk e da un’elettronica intimista segnata dall’uso del vocoder, come in Killer, a un pop più solare, come nel singolo The Lake

Sostanzialmente è una parte di me, un percorso che giunge a un termine e, di conseguenza, segna un nuovo inizio. C’è folk, pop, elettronica, ma preferisco non generalizzare la musica, per quanto sia “globalizzata” al giorno d’oggi. L’EP contiene tracce vecchie e nuove, alcune sono state riprese e risistemate. Ho fatto uscire un EP e non un disco proprio per sottolineare questa fase di passaggio.

Mi piace quest’idea di musica “globalizzata” di cui parlavi prima, sento in te non solo il respiro internazionale, ma anche una componente tradizionale “italiana”, vedi le venature folk di alcuni passaggi. Allo stesso tempo, però, le tracce di questo EP non mi sembrano un mero tentativo di ricreare un sound anglofono…

Sicuramente, per forza di cose, c’è molta contaminazione; quando però mi ritrovo a scrivere non penso al sound che un brano potrebbe avere. Mi piace la spontaneità. Ovviamente tutto quello che ascolto e ho ascoltato finisce in quello che compongo.

In questo processo di scrittura quanto è stato importante l’apporto live della band?

In realtà poco, scrivo prevalentemente da solo. Ho scelto di fare un progetto solista per avere la massima libertà, prendermi le mie responsabilità. Ho chiamato Francesco ed Emanuele a supportarmi dal vivo e sicuramente da loro ho preso alcune cose che poi ho riportato in studio, ma volevo principalmente che il disco appartenesse a me al 100%.

Scorrendo i testi, la cosa che mi ha colpito è la semplicità, la schiettezza di base. Li sento molto spontanei, e credo che, paradossalmente, sia difficile raggiungere questo livello comunicativo così immediato…

Cerco di mantenere la mia naturalezza, nonostante il lavoro in studio e quello di produzione possano stravolgerla. Nel caso in cui venisse a mancare la spontaneità, verrebbe a morire il pezzo.

Parlando di spontaneità, mi viene subito in mente The Lake, un brano che, nonostante abbia un’ottima produzione su disco, anche in versione live rende alla stessa maniera…

Non ho mai voluto fare in studio cose che difficilmente avrei potuto riproporre live. All’inizio, quando facevo i concerti da solo, avevo con me pedaliere, drum-machine, chitarre, loop-station, e ho capito che per suonare ogni singolo brano avrei avuto bisogno di otto braccia! Quindi non riuscivo nemmeno a godere della mia musica, troppo cervello. Allora ho deciso di vendere tutto e di comprarmi una buona chitarra acustica. Ho speso tutti i soldi e, soprattutto, ho dato più importanza alla pancia, al cuore.

In più di un’intervista ho letto un aneddoto: appena hanno iniziato a chiamarti il “Bon Iver de Roma” hai pensato seriamente di abbandonare il vocoder, e poi lo hai fatto. Questo come episodio simbolico del fatto che, evidentemente, in Italia abbiamo bisogno di trovare subito un collegamento con l’estero e, spesso, non ci godiamo la musica fine a se stessa…

Sì, la gente sembra avere bisogno di questo controllo. All’estero importa poco di dover accostare un artista a qualcun altro…

Tra l’altro tu ti porti dietro un’altra “maledizione”: vieni dall’indie, dove questi accostamenti forse sono ancora più frequenti…

[ride, ndSA] Sì! Purtroppo me lo hanno accollato sin dal primo concerto che ho fatto, ma pian piano me lo sto levando di dosso. Tra l’altro, non so quanto The Mountain Man possa somigliare a Bon Iver, sinceramente. Magari qualcosa sì, quel maledetto “la minore” che è l’accordo preferito da Justin Vernon! Non capisco nemmeno l’accostamento tra lui e Killer

Secondo me è stato il vocoder, ci si è fermati lì…

Allora avrebbero dovuto dire che assomiglio a Kanye West e a Cher, se vogliamo parlare di vocoder!

Addirittura a Cher!

Io il vocoder l’ho amato da quando ho ascoltato Believe di Cher.

Sul serio?

Giuro! Poi ho scoperto Kanye WestBon Iver l’ho scoperto dal vivo: metteva il vocoder all’acustica e allora ho iniziato a sperimentare anch’io.

Immagino che Wrongonyou attualmente sia un cantiere aperto, ma possiamo rivelare qualcosa del futuro? Senza spoilerare troppo, ovviamente…

È tutto pronto!

15 dicembre 2016
15 dicembre 2016
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