The times I begged for you to stay. Intervista a BIRTHH

Born In The Woods rientra perfettamente in quella visione schopenhaueriana dell’arte come sospensione delle sofferenze: è «un album intimo, oscuro, che parla di morte e isolamento, un piccolo surrogato di Unknown Pleasures dove non sembra esserci soluzione al tormento esistenziale, If you want death, darling, death you’ll find». Il Chris Martin introspettivo e tutt’altro che muscoloso, quello di A Rush Of Blood To The Head per intenderci, avrebbe usato le parole di Amsterdam: «And I know I’m dead on the surface but I am screaming underneath». Un disagio esistenziale tradotto in maniera molto efficace da una ragazza, Alice Bisi, che sotto lo pseudonimo BIRTHH è diventata in brevissimo tempo uno dei nomi più chiacchierati nell’ambiente alternativo (e non) italiano e internazionale. Abbiamo parlato con lei in occasione del suo live a Cosenza, ennesima data di un tour iniziato all’SXSW negli Stati Uniti.

Partiamo da un dato su cui hanno insistito in molti: la tua giovane età. Credo che questo “scalpore” che si è creato in Italia attorno al fatto che una ragazza di 19 anni abbia fatto un disco così profondo e maturo sia in netta controtendenza rispetto all’estero, dove si inizia molto presto a far musica e, se le pubblicazioni sono importanti, in poco tempo si passa dallo stato di “next big thing” a quello di artista a tutti gli effetti…

Personalmente non ci penso molto, ho fatto anche cose prima. La tua osservazione è molto giusta: in Italia fa scalpore, ma dal punto di vista globale forse sono anche troppo vecchia, in un certo senso. Se avessi fatto un disco a 13 anni, forse, quest’attenzione a questo aspetto sarebbe stata giustificata. Ovviamente se qualcuno mi fa notare di aver fatto un disco maturo per la mia età, ringrazio, ma non mi sono posta l’obiettivo di fare un disco prima dei vent’anni.

Parlando della musica di Born In The Woods, quello che mi è arrivato è una forte componente indie-folk alla Daughter con intagli di XX, Bon Iver e qualcosa di Alt-j. Che suoni avevi in testa mentre stavi scrivendo il disco?

Quello che un artista scrive viene da una vita di ascolti, nel disco non c’è stato l’intento di seguire un sound particolare. Andando avanti sono emersi certi ascolti che rientravano coerentemente in una visione stilistica del tutto, ma quando ho scritto i pezzi non avevo alcun riferimento. Credo che tutte le derivazioni che ci sono state si siano sviluppate in maniera naturale; l’unica cosa che ha inciso è stata la mia esperienza personale: un periodo negativo della mia vita che ho veicolato tramite la musica.

Quando mi è arrivato il promo del disco, leggendo il titolo mi aspettavo un lavoro molto folk. Invece Born In The Woods è un album “freddo” dove però ti sei messa completamente a nudo, e questo lo si evince sia dall’intimismo sonoro, sia dai testi introspettivi. È molto sincero da questo punto di vista, e credo che questo aspetto si colga…

Penso che gli ascoltatori non siano stupidi, a volte è giusto ribadirlo. Credo che se si scrivono cose che non si sentono, la gente se ne accorga. Per un periodo ho seguito un corso di musica logaritmica: si faceva riferimento ad una persona, di cui non ricordo il nome, che aveva costruito una macchina che ricreava la musica di qualsiasi compositore esistito attraverso l’analisi delle sue opere. La cosa che veniva fuori era proprio l’assenza di emozioni dietro le canzoni. Secondo me, quando si scrive, la cosa che conta davvero è avere qualcosa da dire. C’è un commento su YouTube che forse è quello che ho preso peggio di tutti, una cosa del genere: “questo disco è spontaneo come Valeria Marini”. Ci sono rimasta malissimo: se mi dici che il disco fa schifo ci sta, ma se metto in mostra i miei sentimenti e mi accusi di non essere sincera, mi fa male.

Leggendo i testi invece mi sono fatto questa idea di te: la profondità di alcuni passaggi mi fa credere che ci siano letture che ti hanno “formato” in un certo senso…

Sì, credo che nel disco si percepisca che nei testi c’è una forte componente della poesia che ho studiato al Liceo. Non citazioni precise, ma cose ispirate a cose lette: non avevo mai pensato ai cori che si ripetono nei Queen. Avevo letto una traduzione di un sonetto di Petrarca, Pace non trovo, ad opera di Wyatt. C’è un riferimento a Ungaretti nel verso Stop screaming. È un processo al contrario: scrivo senza avere in mente riferimenti e in un secondo momento mi fermo e comincio a ricollegare un verso a una lettura o a un ascolto.

A me i tuoi testi hanno ricordato anche la decadenza di Oscar Wilde o la visione macabra dell’esistenza di Edgar Allan Poe…

Questo è molto interessante, anche perché non riesco a leggere Edgar Alla Poe, nel senso che rimango sempre sconvolta perché faccio molta fatica dal punto di vista psicologico a sopportare quello che leggo di lui. Sono autori che conosco bene, ma che non hanno segnato alcun momento della mia vita; però mi piace molto che tu li abbia citati, al di là del fatto che sono mostri sacri della letteratura, perché magari sono stati inconsciamente influenti in qualcosa che ho scritto. Da questo punto di vista, è la poesia francese, e in particolare Baudelaire, che mi ha davvero colpita quando ho avuto modo di studiarla e conoscerla. Da autrice, però, è molto stimolante vedere come le cose che scrivi vengano interpretate in maniera del tutto personale da chi ascolta.

Al di là delle influenze letterarie o meno, credo che si possa affermare senza dubbio che Born In The Woods è un disco inquieto; c’è un verso dei Coldplay che recita: «And I know I’m dead on the surface but I am screaming underneath». Lo trovo molto aderente all’atmosfera del disco: avverto questa coltre di freddo sotto la quale c’è un essere umano che urla in maniera silenziosa…

È un’immagine che riesco a ricondurre molto al periodo in cui ho scritto il disco, io non sono di base una persona triste. Mi piace scherzare, devo sempre specificarlo alle persone che hanno ascoltato il disco, perché a volte capita che qualcuno mi dica “Sai che però sei simpatica!”, perché dal disco si è fatto l’idea di una persona negativa e cupa. Però è significativo, perché vuol dire che riesco ad esprimere in musica concetti molto profondi che magari nella vita di tutti i giorni non sono abile a spiegare.

È capitato anche a me: ascoltando il disco ho pensato “Bene, brava, magari tirerà fuori un paio di dischi su questo filone emotivo”. Poi ho avuto occasione di conoscerti meglio e mi è arrivata quest’altra tua parte; ho cambiato idea, nel senso che non mi stupirebbe un secondo disco diametralmente opposto a questo in futuro…

Sì, hai detto bene. Sto lavorando a cose nuove, ho cambiato il mio modo di scrivere, soprattutto i testi. A me piace di più adesso; ho avuto una crescita piuttosto rapida grazie alle esperienze di questi ultimi sette, otto mesi. Sono cambiate un sacco di cose in poco tempo, sono all’esatto opposto di dov’ero quando stavo scrivendo il disco. Questo non significa che farò canzoni mega-felici, però…chi lo sa…la cosa che mi preme è che il disco successivo sia distante da Born In The Woods. Sono molto lenta a scrivere; da quando è uscito il disco ho scritto soltanto un pezzo che ho chiuso una settimana fa. Sono contenta così, perché quello che ci metto dentro è sentito.

IntervistandoGlass Animals ho scoperto che l’esperienza è stata la componente essenziale del nuovo disco. Loro avevano fatto Zaba, un album introspettivo, e sono andati in tour per due anni, hanno avuto modo di conoscere tantissime persone, le loro storie. Il risultato è stato un disco figlio di queste esperienze. Credo che per te sia la stessa cosa, cioè che il tour ti segni anche dal punto di vista emotivo. Tra l’altro, il tuo tour è partito dagli Stati Uniti: quali sono le tue impressioni?

Andrò forse in controtendenza, ma ti direi come prima cosa: mentalmente stressante. Per esempio, per la legislazione degli Stati Uniti noi siamo ancora minorenni (lì si raggiunge la maggiore età a 21 anni), eravamo tutti spaesati, erano i primi live che facevamo. In teoria eravamo preparati, ma ci mancava l’esperienza del palco, i problemi da risolvere in breve tempo, senza un mezzo di trasporto. Abbiamo fatto un tour in taxi, autobus e aereo, cercando di risparmiare…

Molto On the Road!

Sì! Assolutamente! Quando sono tornata a casa ho avuto bisogno di staccare per un po’! Sinceramente non so come sarebbe andata se avessimo iniziato il tour in Italia, probabilmente sarebbe stato uguale, però a noi è servito molto per capire che suonare fuori, al di là del divertimento, è un lavoro che va fatto bene, in maniera professionale.

Sono d’accordo. Immagino che anche i festival siano stati un’ottima palestra. Soprattutto perché parliamo di un genere musicale preciso e non sporco, dove una spia che salta in contesto live può compromettere tutto. Però imparare a gestire queste situazioni è la base per il discorso sull’approccio professionale di cui sopra…

Sì, abbiamo dovuto gestire di tutto. Siamo molto sfigati! Dovevamo provare il nuovo live e ci siamo riusciti soltanto cinque giorni fa, perché non ci funzionava nulla! Non andava niente, ero disperata. Credo che il culmine sia stato a Reggio Emilia, a metà del secondo pezzo è saltata la scheda audio. Abbiamo continuato a suonare, era l’unica cosa da fare: senza stem, senza computer, una cosa inaspettata. Mi stupisce quando poi riusciamo a portarla a casa anche nei casi estremi; servono molto i casi estremi, dal punto di vista della formazione.

Sì, credo che siano cose importanti, sia perché il pubblico apprezza la capacità di rimediare in corso d’opera a un problema, sia perché ti permette di affrontare le situazioni ottimali con più consapevolezza. Ultima domanda: cosa stai ascoltando in questo periodo?

Sicuramente Frank Ocean; da quando è uscito non ho smesso di ascoltarlo…

Tutti e due?

No, no Blonde. Più l’ascolto e più capisco quanto sia geniale, parere personale! Mi sono fissata ultimamente col pezzo nuovo di Pop XSecchio. Mi è piaciuto anche il disco di Solange. Sto ascoltando molta musica in questo periodo, perché ci ritroviamo per molto tempo in furgone, me questi sono al momento gli ascolti che mi hanno colpita di più.

 

14 dicembre 2016
14 dicembre 2016
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