Smoke The Waterpipe

Sai, la musica balcanica per noi non è mai stata qualcosa da cui prendere spunto solo perché negli ultimi anni è tornata molto di moda. È qualcosa che amiamo profondamente, perciò cerchiamo di fare del nostro meglio per renderla nostra nel modo giusto. Crediamo che non ci si debba limitare all’imitazione di determinate band o generi, noi vogliamo provare a fare qualcosa di diverso. Siamo degli outsider, abbiamo una visione differente della questione, e quello che ci muove non è la nostalgia per il passato, ma la voglia di scoprire e sperimentare”.

Giunti al settimo album dopo oltre dieci anni di attività – quel You Have Already Gone To The Other World ispirato alla pellicola-culto Shadows Of Forgotten Ancestors del regista sovietico Sergej Paradzanov – per gli A Hawk And A Hacksaw di Jeremy Barnes e Heather Trost è tempo di fare bilanci. Li abbiamo incontrati qualche settimana fa all’Hana-bi di Marina di Ravenna (una della tappe di una serie di show in giro per l’Italia – cinque date in tutto, tra cui una anche in Sicilia) e ci siamo fatti raccontare direttamente da loro la storia di un viaggio in continua evoluzione, immersi tra secoli di ricercata tradizione old-est folk e appassionata etnomusicologia.

Una chiacchierata fondamentale per capire le dinamiche, o meglio, l’etica che muove questo piccolo gruppo innamorato della folk-music balcanica, con le radici piantate nel sud degli Stati Uniti (Albuquerque, la città più grande dello stato del Nuovo Messico) e il cuore rivolto all’Est Europa, anche se, come ci diranno loro stessi nel corso dell’intervista, “è difficile stabilire dove sia l’est e dove sia l’ovest”. Qui sta racchiuso il pensiero di una band che ha fatto della scoperta – sempre unita a una passione vera e profonda per la musica tutta -, il personale punto di partenza. E anche se è forte la tentazione di apporre etichette, lo è altrettanto la voglia di credere che, potenzialmente, per Barnes e Trost non esistano confini, partendo dall’assunto che “la cosa più importante è avere una costante curiosità, qualcosa che ti permetta di andare avanti, di guardare sempre oltre”.

Guardare oltre, cercare di non cadere nella trappola del sospetto, è forse la scommessa maggiore non solo per i due musicisti, ma anche per l’ascoltatore che abbia voglia di tuffarsi nella generosa discografia del duo senza storcere il naso di fronte alla dicitura “balkan-folk”. Il problema principale del cercare di analizzare in maniera più obbiettiva possibile l’amore sconfinato degli A Hawk And A Hacksaw per la tradizione est-europea, è infatti quello di riuscire a scindere le immagini da cartolina dalla voglia di appropriarsi di un genere che, per definizione, appartiene ad una cultura lontana e radicata nel tempo quanto la musica stessa, talmente riconoscibile che il rischio caricatura è sempre dietro l’angolo. Se ci concedete di generalizzare, si potrebbe azzardare che, a causa di certa miopia critica, in questi anni la musica balcanica è stata spesso relegata a prodotto tipico delle zone di provenienza, un bene da esportazione commerciabile solo da chi può vantare natali est-europei. Ridotta a stereotipo dello stereotipo, l’estetica gipsy si è trasformata in un marchio di origine strettamente controllata, con la tracotanza del punk zigano à la Gogol Bordello da una parte (e non è un caso che Eugene Hutz sia un maestro nell’arte della vendibilità etno-mainstream) e le suggestioni da Belgrado in bianco e nero del buon Goran Bregovich dall’altra. Solo un paio di esempi per dire che, nel bene o nel male, il folclore e la fascinazione per quel mondo sono troppe volte serviti a placare soprattutto le nostalgie di chi ha sempre voluto vedere nell’Est niente più che l’opposizione all’Ovest, o, nel migliore dei casi, a soddisfare la morbosa curiosità per un terzomondismo forzatamente lontano e, dunque, incomprensibile.

Insomma, appare chiaro che, con le dovute eccezioni, la musica balcanica ci è stata spesso presentata totalmente svuotata, se non di significato, perlomeno di tutta la sua portata culturale, utile soltanto per riempire gli spazi vuoti di un diffuso trend votato all’esotismo. In questo contesto, è difficile non considerare gli AHAAH soltanto come l’ennesimo capriccio di un musicista folgorato lungo i binari dell’Orient Express; anche perché, spesso le migliori intenzioni sembrano avere un generale vizio di forma, e cioè la convinzione che cercare l’ispirazione in un altrove non meglio specificato e misterioso possa essere la miglior medicina per supplire alla mancanza di idee. Un rischio che i due hanno cercato di evitare attraverso una personale rivisitazione e riformulazione dei canoni strettamente musicali, grazie a una volontà ferrea – e qui sta la differenza – di cercare di vivere, e non solo conoscere, ogni aspetto dei paesi in questione – ovvero Ungheria, Serbia, Romania e Bulgaria, eccetera… – sforzandosi ogni volta di trovare differenze e similarità non solo a livello musicale, ma anche culturale e storico.

Viene da chiedersi, allora, quale sia il ponte che collega idealmente i due mondi, come se esistesse un filo rosso tra la sabbia riarsa del New Mexico e la polvere millenaria dei Carpazi. Barnes riflette prima di parlare, quasi come se dovesse rispondere prima a se stesso: “ad essere sincero non ho mai pensato ad un ponte geografico che unisca questi luoghi. Casomai, credo che il ponte esista tra certa musica messicana e certa musica dei Balcani. Ad esempio, ci sono molti legami tra melodie e strumenti, soprattutto con la musica romena, che è stata influenzata principalmente dalla presenza dell’impero austro-ungarico. Allo stesso modo, in New Mexico c’è una lunga storia di colonizzazione spagnola, francese e anche tedesca. Certo, è chiaro che ci sono delle differenze, anche se quando ho sentito la musica romena per la prima volta ci sono stati degli elementi che mi hanno immediatamente ricordato alcune tradizioni del New Mexico, ad esempio nell’uso degli ottoni”. Non stupisce, allora, come la componente di ricerca sia perfettamente amalgamata a quell’attitudine über-folk che da sempre ne caratterizza il lavoro: la musica degli AHAAH, infatti, non ha mai rinnegato l’Occidente, perché è pur sempre con la preparazione e la tecnica di quest’ultimo che i due si sono appropriati dell’Est, e sono loro stessi a confermarlo, quando, prima di tutto, si definiscono musicisti Americani. “Credo che ci siano due modi di considerare la musica folk”, prosegue Barnes: “il primo guarda al modo di suonare di cento o duecento anni fa, in cui si tende a conservare la tipicità del genere come se fosse un pezzo da museo. Anche questo è un aspetto molto importante, perché comunque si devono conoscere e mantenere le origini di questa cultura, ma allo stesso tempo, per me, significa fossilizzarsi su determinate caratteristiche che non ti permettono di costruire nulla di nuovo. Dall’altro lato, il folk è una musica estremamente viva, che cambia e si evolve continuamente. Non è qualcosa che, semplicemente, può trasmettermi mio nonno e che io a mia volta posso insegnare a mio figlio. Penso che sia fondamentale sottolineare che la sopravvivenza di questo tipo di musica non dipende dai trend e dalle mode: le mode vanno e vengono, per un po’ alla gente piace la musica balcanica e poi l’anno successivo passa a quella africana, quindi credo che la cosa migliore sia semplicemente ignorare questi meccanismi e continuare a fare ciò che amiamo”.

Ma prima di esplorare il cammino musicale degli AHAAH, c’è un’altra storia da raccontare. Tutto ha inizio nell’ormai lontano 1998, anno dello scioglimento di una delle band più influenti del pianeta, di cui il giovane Jeremy, allora 23enne, era stato il batterista. Stiamo parlando dei Neutral Milk Hotel e di quel capolavoro uscito appena pochi mesi prima, In The Aeroplane Over The Sea, che li aveva innalzati – a ragione – a nuovi sacerdoti dell’indie americano. Ripercorrere la storia, passata e presente, dei NMH non è compito di questo articolo, anche se è interessante notare come il percussionista di Albuquerque si sia ritrovato, in pochissimo tempo, ad essere un outsider tra gli outsider. Infatti, dopo lo split della band madre, Barnes, unico musicista di professione della compagnia, si trova davanti a un bivio. Se a poco più di vent’anni hai già militato nel gruppo di riferimento di un’intera generazione, le scelte che hai sono due: fossilizzarti nel circuito del rock underground nel (vano) tentativo di ripetere da solo i fasti passati, oppure – ed è questo il caso – fare tesoro dell’esperienza e aspettare che le cose vadano avanti, maturino e magari portino ad una svolta inaspettata.

Così, in attesa di un avvenimento che indichi la strada da seguire, ecco che riemergono dalle nebbie del pre-NMH i Bablicon, trio avant-jazz formato nel 1996 assieme a David McDonnell e Griffin Rodriguez degli Icy Demons (quest’ultimo, qualche anno più tardi, sarà una presenza fondamentale nel neonato progetto A Hawk And A Hacksaw), con all’attivo tre album e un EP basati quasi interamente sull’improvvisazione. L’ensemble si scioglierà nel 2001, con Rodriguez ormai concentrato sugli Icy Demons e McDonnell sull’experimental rock dei Michael Columbia. Barnes, invece, ha alle spalle varie tournee, tra cui quella con i Gerbils, altra band di stanza ad Athens, Georgia, e legata al collettivo degli Elephant 6 fondato, tra gli altri, da Jeff Mangum e Robert Shneider.

Dopo i Gerbils, l’esperienza di live-drummer continua. Siamo ancora agli sgoccioli del 1999 e i side-projects provati da Barnes sono stati numerosi e diversi fra loro. Tuttavia, il musicista non ha ancora ben chiaro in mente quale sarà il suo futuro professionale. “I was kind of at a dead end in what I was listening to, and it just opened up a whole new world for me”, si legge sul web, e il riferimento è chiaro: nel corso dello stesso anno, durante uno dei tanti viaggi che fin dagli esordi influenzeranno l’estetica degli AHAAH, arriva la scoperta – banale, se vogliamo, ma letteralmente rivoluzionaria per lui – della musica balcanica. Qualcosa che, come racconta lui stesso, “mi aveva davvero colpito, facendomi ripensare anche alla mia intera esperienza di musicista. Ma ero ancora un batterista, e non pensavo che avrei potuto suonarla io stesso: di solito, quando scopri un determinato genere, è probabile che si tratti solo di una moda, una fissa che dura un mese e poi passa. Ma ormai ci sono dentro da dodici anni, perciò credo che sia diventata qualcosa che fa davvero parte di me”.

Da qui a decidere di perdersi completamente nei sentieri della vecchia Europa, passano altri tre anni. Continuano i tour – tra le fila di Broadcast, Bright Eyes e Of Montreal – e, soprattutto, i viaggi. Uno in particolare, nell’ovest della campagna francese, convince definitivamente Barnes a mettere su un progetto nominalmente solista, ma che di fatto riunisce sotto di sé un collettivo di musicisti/amici reclutati nei luoghi più disparati. Con il moniker di A Hawk And A Hacksaw – preso, non a caso, da uno dei baluardi della letteratura europea, il Don Chisciotte di Cervantes, e unito all’aksak, termine della musicologia turca che indica il ritmo della canzone tradizionale – nel 2002 l’ex batterista dà alle stampe l’esordio eponimo tramite Cloud Recordings, la stessa etichetta di amici come Icy Demons e Olivia Tremor Control. Siamo ancora lontani dalla compiuta attitudine stra-folk che caratterizzerà i lavori successivi: infatti, l’album appare più come il tentativo di dare voce alle mille impressioni scaturite dalle prime peregrinazioni lungo la penisola balcanica piuttosto che un’idea coesa e coerente di ricerca sonora, un collage di impianto lo-fi che cerca di fondere folclore mediterraneo e esperimenti avant. Il disco, comunque, diventa la colonna sonora del docu-film diretto da Astra Taylor (moglie di Mangum) Žižek!, incentrato sulla carismatica figura del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Žižek, giusto per sottolineare ancora una volta che la prospettiva musicale di Barnes, anche se non ancora completamente a fuoco, è già rivolta ad un ideale punto d’incontro tra est e ovest.

Il successivo Darkness At Noon, registrato nel 2005, segna la nascita definitiva degli A Hawk And A Hacksaw: compare per la prima volta anche Heather Trost, musicista klezmer che diventerà ben presto l’altra metà del duo, nonché compagna di Barnes. Il disco, concepito tra Praga, New Mexico e Regno Unito, riprende le fila del seminale old-est folk precedente, anche se sporcato da un’attitudine maggiormente live che ne documenta la girandola di influenze: non più solo i tentativi avanguardistici dell’esordio, ma anche echi morriconiani (l’album si apre addirittura con degli spari western) e folk anti-militarista à la Woody Guthrie, oltre a campionamenti di field recordings e citazioni letterarie (Nabokov nell’opening Laughter In The Dark, Arthur Koestler nel titolo dell’album). Un pastiche preparato per accumulo di suggestioni, in cui l’est si fonde alla musica mariachi e l’ortodossia klezmer alla tradizione acustica appalachiana, costruito sulla combinazione di violino e fisarmonica, tromba e tuba.

Si comincia così a intravedere la base fondante del Barnes-pensiero, e cioè una sapiente ricerca del nuovo attraverso la scoperta sul campo della musica popolare. La stessa di The Way The Wind Blows, terza proposta che conferma e consolida quanto elencato finora. Grazie anche all’ausilio della Fanfare Ciocarlia, brass-band di dodici musicisti di etnia romena e rom, Barnes e Trost continuano il loro nomadismo musicale ed esistenziale, attraverso un percorso che cerca nelle strade del mondo la sua ragion d’essere. È per questo motivo che, meno di un anno dopo, il duo decide di raccontare il proprio percorso attraverso la release di A Hawk And A Hacksaw And The Hun Hangar Ensemble. EP registrato assieme al suddetto quartetto ungherese e pubblicato in un doppio formato cd più dvd, il disco documenta l’interazione dei due all’interno del contesto in cui hanno deciso di immergersi. Il video, intitolato programmaticamente An Introduction to A Hawk And A Hacksaw, mette insieme le immagini di due anni di tour in giro per l’Europa ed è utile soprattutto per capire definitivamente che la vicenda musicale di Barnes e Trost non è affatto il mero divertissement di una coppia ubriacata d’oriente. Qui ci sono determinazione, spontaneità e umiltà, il terreno ideale per Délivrance, quinto album che segna il punto di svolta nella discografia degli AHAAH. Stabilitisi definitivamente a Budapest, i musicisti allargano il loro itinerario comprendendovi non più soltanto i Balcani, ma anche Grecia e Turchia, Nord e Sud, in un immaginifico percorso che riunisce sotto di sé Asia e Mediterraneo. Dieci brani tra riadattamenti di pezzi traditional e composizioni ex novo, che sintetizzano al meglio la disarmante volontà di voler comprendere attivamente il folk est-europeo, come di inserirsi coscienziosamente in una cultura evitandone la sacralizzazione o l’esaltazione. Dunque, non un atto d’amore, ma il disco più maturo e consapevole, il luogo dove ispirazione e mestiere si incontrano per dare vita a una musica scoperta, sentita e assimilata al cento per cento.

È su questi presupposti di improvvisazione, ricomposizione e ricerca, che per Cervantine gli AHAAH decidono di tornare a casa, a quella Albuquerque fino a quel momento lontana, ma solo sulla carta geografica: una nuova tessera di quel mosaico transcontinentale composto con pazienza e tenacia album dopo album, che li ricongiunge, dopo aver seguito mille itinerari, alle radici e le origini del proprio suono. Un punto di arrivo che diventa anche punto di partenza, e la miglior chiosa all’ultimo capitolo della storia, You Have Already Gone To The Other World.

Quello che ci ha spinto a fare un disco come You Have Already Gone To The Other World è stata l’ispirazione. La trama del film è essenzialmente una favola antica, e l’abbiamo usata per inventare e raccontare una nuova storia. Anche se l’immaginario da cui siamo partiti è quello del film, abbiamo cercato di creare qualcosa di completamente nuovo”. Per l’ultimo album, la coppia decide di attingere ad un altro pilastro della cultura balcanica, stavolta cinematografica, che è il film di Paradzanov Shadows Of Forgotten Ancestors. Riprendendo già dal titolo le immagini visionarie e spettrali del lungometraggio (You Have Already Gone To The Other World è infatti una delle frasi chiave della pellicola), i due musicisti costruiscono il loro personale tributo al regista ucraino, anche se la celebrazione è soprattutto lo spunto per comporre una nuova gamma di suoni in cui la tradizione, come al solito, viene assorbita attraverso la rivisitazione e riformulazione delle musiche del film. Come ci raccontano loro stessi, “inizialmente il progetto era di portare in tour la colonna sonora, e lo abbiamo fatto per circa un anno. Durante quel periodo, suonando ogni sera, abbiamo iniziato a pensare di fare un disco in cui la dimensione cinematografica fosse un punto di partenza, invece che di arrivo. Non abbiamo riprodotto esattamente le musiche originali di Shadows Of Forgotten Ancestors, piuttosto direi che l’album è stato il risultato della nostra ispirazione”. I due hanno lavorato soprattutto sui suoni e sui dialoghi, suonando sia sopra le canzoni originali che componendone di nuove: un’assimilazione avvenuta progressivamente, guardando il film ogni giorno. “Siamo entrati completamente dentro la pellicola, non solo dal punto di vista musicale, ma anche puramente cinematografico: il soggetto, la sceneggiatura, la fotografia, e ogni altra cosa al suo interno, sono tutti elementi che hanno influito sulla realizzazione dell’album”. Un ulteriore passo in avanti in questa continua ricerca storica e musicologica, anche rispetto a Cervantine e Délivrance: “direi che una delle differenze maggiori tra You Have Already Gone To The Other World e gli ultimi due album è che in questi abbiamo suonato con una band. Abbiamo viaggiato ininterrottamente per due anni e questo ci ha portato a comporre come duo, e penso che sia stato il cambiamento più evidente. Si è trattato di un processo naturale, che ha influito molto sul nostro modo di lavorare alle canzoni e anche sul nostro approccio agli strumenti: se si escludono un paio di episodi con John Dieterich alla chitarra, abbiamo suonato personalmente ogni singola parte del disco. Credo che a volte sia giusto anche restringere gli orizzonti, e non solo allargarli, e questo è anche il motivo per cui abbiamo registrato ad Albuquerque invece che a Budapest”.

Che si trovino in New Mexico o in Ungheria, quello che importa è cercare di creare una materia sonora in continuo movimento nello spazio e nel tempo. È lo stesso intento che anima il live, di cui abbiamo potuto avere un assaggio già nel pomeriggio durante il soundcheck, pochi minuti prima di cominciare l’intervista. Dopo anni, la formazione è di nuovo al nucleo originario, a quell’accordo quasi simbiotico tra fisarmonica e violino che costituisce il cuore pulsante della strumentazione del gruppo. L’atmosfera è allegra e rilassata, come lo sarà due ore dopo sul piccolo palco dell’Hana-bi, cornice perfetta di un concerto intimo e coinvolgente non solo per il pubblico, ma anche per i musicisti. Gli stessi che, tra sguardi e occhiate di reciproca complicità e ammirazione – Barnes elargisce inchini alla moglie canzone dopo canzone –, riescono a portare nel cuore e nelle orecchie dei presenti l’atmosfera, i suoni e i colori delle mille strade percorse finora. Tra i pezzi dell’ultimo album e i brani più significativi e belli di sempre (basti pensare, sul finale, a Raggle Taggle, solo violino e fisarmonica con marito e moglie avvolti dalla folla), il risultato è una splendida sensazione di indimenticabile viaggio che ribadisce, casomai ce ne fosse ancora bisogno, come i due abbiano saputo creare una musica vibrante e tangibile, estremamente vera e romantica ma lontana da qualsiasi velleità di riproposizione nostalgica. Vengono alla mente le parole di qualche ora prima, quando, tra e una chiacchiera e un’altra, avevamo chiesto come fosse suonare una musica così irrimediabilmente senza tempo in un’epoca come la nostra: “siamo troppo abituati a sezionare e tagliare, e mi chiedo quanto questo possa servire per concentrarsi davvero sulla musica. Trovo che sia abbastanza triste che con il tempo si siano un po’ persi questi presupposti, ma credo che la cosa davvero importante sia continuare a fare ciò che amiamo di più, e cioè preservare un certo tipo di musica attraverso il nostro modo di suonare, o meglio, attraverso il nostro modo di vivere la musica”.

Ecco il miglior sigillo ad una parabola che, ci auguriamo, possa ancora riservare delle bellissime sorprese. Nel frattempo, il concerto è finito, e quello che rimane è la sensazione di aver assistito ad una splendida magia, dove l’unico trucco è, semplicemente, riportare la musica a quello che dovrebbe sempre essere, e cioè qualcosa di assolutamente vivo, reale ed emozionante. Qui si suona con la S maiuscola, dicevamo, e così è. Vi basta?

24 giugno 2013
24 giugno 2013
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