Riducendo i codici a zero. Ben Vida arriva al Centro Pecci per l’anteprima di Hand Signed

Ben Vida è un artista, multistrumentista e compositore che vive a New York. Musicalmente lo abbiamo conosciuto a metà degli anni ’90 con il minimalismo in chiave folk della band Town and Country, poi con l’improvvisazione al centro del progetto Pillow e le declinazioni pop di Central Falls. Incuriositi dall’eclettismo quanto dal piglio sperimentale ne abbiamo poi seguito le avventure in solo attraverso le uscite per PAN, Alku, Shelter Press, Future Audio Graphics e Kranky. Nel mentre, la sua ricerca nell’ambito delle arti visive e performative trovava spazio nella programmazione di spazi come il Guggenheim di New York, The Museum of Contemporary Art di Chicago e l’Institute of Contemporary Art di Londra. È proprio questa polarizzazione dell’attività creativa tra ambiti e linguaggi differenti una delle cifre specifiche del suo lavoro, assieme all’idea del suono come unicum di forma, contenuto e concetto. Spesso i suoi album nascono come performance per gallerie e spazi museali, rispettando le logiche e i codici di quella particolare forma espressiva che non prevede mediazioni. Poi vengono sviluppati secondo un processo compositivo complesso ed articolato, nel quale la riflessione critica ha lo stesso peso della pratica compositiva. I suoi lavori più recenti combinano elettronica analogica e fonetica, suono generativo e performance vocale.

Reducing The Tempo To Zero, per esempio, è un lavoro che esplora un territorio di mezzo tra performance e installazione, nel quale la ricerca musicale per voci ed elettronica gioca a inventare nuove relazioni tra pubblico, spazio e suono. Ispirato a lavori di avanguardisti come Morton Feldman e La Monte Young, Vida indaga il rapporto fra ascoltatore, memoria e concentrazione. Durante la performance, lunga dalle due alle quattro ore, il pubblico è libero di ‘uscire ed entrare’ dallo spazio sonoro generato dai suoni elettronici, mentre un coro di voci alterna lo sviluppo della composizione attraverso trasformazioni e incastri fonetici basati sulla ripetizione, lo sfasamento e l’improvvisazione.

Alla vigilia della tappa italiana, domenica 6 novembre 2016 al Centro Pecci di Prato per l’anteprima di Hand Signed, nella quale l’artista sarà presente assieme al Coro Euphonios diretto da Elia Orlando, lo abbiamo raggiunto per un’intervista.

ben-vida-2016

Puoi raccontarci qualcosa del tuo background artistico?

Sono stato un musicista professionista fino ai venti anni, girando molto in tour con tante band differenti. Poi, sei o sette anni fa ho deciso di focalizzarmi maggiormente sull’ambito artistico, presentando i miei lavori soprattutto in musei e gallerie. Questa transizione è stata molto naturale per me, come naturale è stata la scelta che la musica fosse alla base del processo di creazione artistica. D’altra parte, credo sia innegabile che la mia musica è stata, negli ultimi tempi, profondamente ispirata da discorsi critici emersi dalla frequentazione del mondo dell’arte. Ecco perché mi trovo così a mio agio in un territorio di confine tra le due discipline nel quale i loro sistemi logici e linguistici si compenetrano.

Capita spesso che la tua musica evochi scene d’infanzia, nelle quali gli oggetti maneggiati diventano giocattoli sonori, mentre in Slipping Control al centro del gioco sembra esserci la poesia, interrogata attraverso meccanismi di input e output.

Nella mia pratica di studio cerco di partire sempre da un’attitudine esplorativa, garantendomi di lavorare sempre all’interno di sistemi che prevedano un’alta dose di incertezza. Molte volte, sia in ambito musicale che artistico, i risultati paiono predeterminati. Non riuscirei mai a divertirmi in una situazione del genere. Io ho bisogno di sentire che sto giocando con gli elementi, di essere sorpreso dai risultati per trovare continui stimoli nel processo di lavorazione. Slipping Control è un progetto nel quale sono partito da una struttura nella quale, a partire da un input, provavo a capire cosa accadeva declinando l’output su vari media. Non solo la registrazione del disco ma anche le performance audiovisive nelle gallerie e nei musei sono state l’occasione per sperimentare su forme di poesia sonora. In qualche modo è partita lì la ricerca che ora sto sviluppando nei nuovi lavori, uno dei quali sarà proprio quello che porterò al Centro Pecci.

Reducing the Tempo to Zero è la performance che porterai al Centro Pecci. Puoi introdurcela?

Reducing the Tempo to Zero è una performance per elettronica e coro. La versione che porterò a Prato è temporalmente ridotta rispetto a quella realizzata di recente a New York: durerà un paio d’ore invece delle quattro precedenti. In questo caso il coro viene usato per creare ritmi e tessiture sonore attraverso il linguaggio fonetico. Il pubblico viene invitato ad ambientarsi, rilassarsi e decidere come interagire con l’azione sonora.

Una conferma del tuo interesse per le forme poetiche legate alla musica si ha anche nella tua recente collaborazione con Hieroglyphic Being

Quello è stato un progetto collaborativo che ha coinvolto me assieme a molti altri artisti. Personalmente si è risolto in un paio di giorni in studio di registrazione ma ci è piaciuto così tanto che pensiamo di trasformarlo in una grande performance live il prossimo anno.

Se osserviamo la scena elettronica sperimentale potremmo leggere una certa comunità di intenti e pratiche tra il tuo lavoro, quello di Lorenzo Senni, Mark Fell, e Markus Schmickler, per esempio. Senti una qualche vicinanza artistica con questi nomi?

Mi sento assolutamente vicino a tutti loro e li conosco anche molto bene. Credo che questa comunità internazionale di artisti sia qualcosa di molto tangibile e interessante nella quale le mutue influenze giochino una parte fondamentale della ricerca. È davvero bello vedere quanti progetti interessanti questi che mi piace considerare artisti stanno realizzando.

La voce, i sintetizzatori modulari e complessi programmi generativi sono gli strumenti principali del tuo mestiere di compositore. Come li fai interagire creativamente?

Credo che usare sistemi e strumenti differenti sia una cosa interessante, anche perché non saprei quale prediligere se dovessi sceglierne uno soltanto. Mi è un po’ estraneo il concetto di usare lo strumento giusto per quel lavoro specifico. Mi piace molto, invece, cercare degli incroci affascinanti tra vari sistemi. I risultati migliori, infatti, arrivano da circostanze sonore inaspettate.

Cosa hai in agenda per il futuro?

Ho pubblicato un disco su Shelter Press che emerge dalle performance con le quali sto girando da un po’ di tempo, ovvero Damage Particulates e Reducing the Tempo to Zero [ascolto e dettaglio nella pagina dedicata all’album]. Per quanto riguarda le performance, invece, sarò impegnato in due progetti in duo, rispettivamente con Lucio Capece e Marina Rosenfeld.

3 novembre 2016
3 novembre 2016
Leggi tutto
Precedente
Rapconti di una speranza possibile. Intervista a Murubutu Murubutu - Rapconti di una speranza possibile. Intervista a Murubutu
Successivo
What We’ve Lost #9 – Un altro Rap è possibile Riducendo i codici a zero. Ben Vida arriva al Centro Pecci per l’anteprima di Hand Signed - What We’ve Lost #9 – Un altro Rap è possibile

artista

recensione

recensione

articolo

La Monte Young. Se la musica diventa un organismo vivente

Articolo

Benvenuti nel mondo della musica senza tempo, della relatività dello scorrere dei minuti, della magia delle “case del sogno”, del suono...

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite