La storia più violenta di Bologna: la Uno Bianca

Cerca sempre di scombussolare l’ascoltatore, Nicola Manzan a.k.a. Bologna Violenta, e ci riesce ogni volta col suo “grindcore necrologico”, per dirla col titolo di un pezzo del nostro Barachetti di qualche anno addietro. Ora l’impatto sonoro devastante e disturbante del progetto è messo a disposizione di un album a concetto – in full streaming nella pagina dedicata – che ruota intorno ad una vera Bologna violenta, forse la più violenta dai tempi degli “anni di piombo”: quella della famigerata banda della Uno Bianca che seminò il terrore per un abbondante quinquennio tra la città degli Asinelli e la costa romagnola, in un misto di violenza da Arancia Meccanica di provincia, spunti ideologici deviati, teorie da superomismo ed efferata criminalità comune.

Un centinaio di feriti e almeno 24 morti lasciati sul percorso di sangue dai fratelli Savi, tra depistaggi, falsi obbiettivi, errori giudiziari e razzismo più o meno manifesto. Un percorso che Bologna Violenta ripercorre in 27 momenti, analizzando uno per uno tutti i casi di cronaca nera con protagonista la Uno Bianca. Un lavoro ostico ma necessario per ripensare alcuni tra i momenti più bui della Prima Repubblica, che già ha sollevato critiche e reazioni contrastanti tra chi dileggia la “superficialità” con cui Manzan avrebbe affrontato il tema e chi invece ne esalta lo sguardo critico e lucido nel confrontarsi con una storia che molti vorrebbero dimenticare in fretta. Per approfondire l’argomento abbiamo scambiato due chiacchiere con Manzan.

La nostra generazione l’ha vissuta in prima persona ma magari per i più giovani la “Uno Bianca” è qualcosa di poco noto. Vuoi dire loro cosa è la Uno Bianca e cosa ha rappresentato per quegli “anni bui”?

A cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta una banda di rapinatori ha compiuto più di cento atti criminali in una zona compresa tra la provincia di Bologna e le Marche, prendendo di mira caselli autostradali, supermercati Coop, uffici postali e banche. La banda si muoveva con automobili rubate, in genere delle Fiat Uno bianche, le più diffuse ed insospettabili dell’epoca. La banda era capeggiata dai fratelli Roberto e Fabio Savi, il primo del quali era un agente in servizio della questura di Bologna, a cui si erano uniti per lunghi o brevi periodi altri quattro complici, anch’essi poliziotti in servizio. La “carriera” dei banditi, denominati La banda della Uno Bianca ha sconvolto per la brutalità dei colpi, durante i quali chiunque potesse compromettere il risultato dell’azione criminale veniva eliminato. La lunga scia di sangue conta 24 morti e 102 feriti in sette anni. In parole molto povere, in quegli anni la Uno Bianca era diventata un simbolo di terrore.

Uno Bianca è un concept abbastanza forte e che ha già attirato su di sé reazioni diverse. Vuoi spiegarmi perché sei arrivato ad elaborarne uno su un tema così scottante eppure al tempo stesso marginale o minore rispetto ai tanti che questo paese non smette di produrre?

Ho pensato di raccontare in musica la storia della banda appena mi sono trasferito a Bologna. Volevo in qualche modo omaggiare la città in cui vivevo e avrei voluto farlo con un disco di musica strumentale. Dopo alcuni anni è nato il progetto Bologna Violenta con cui ho deciso di descrivere la città da un punto di vista diverso rispetto al solito; l’idea era quella di raccontare le sue storie più oscure attraverso una musica violenta. Dopo tre album mi sono deciso ad affrontare questa storia perché mi sentivo pronto sia emotivamente che tecnicamente per affrontare un lavoro di questo tipo. Il tema di per sé non dovrebbe essere così scottante, io semplicemente racconto una terribile storia che si è sviluppata proprio a Bologna e provincia. Il mio intento è di ricordare cos’è successo in quegli anni perché penso che sia un esempio eclatante di come non deve agire un essere umano, e forse anche chi non ha l’età per ricordare può trarre qualche insegnamento da quanto successo.

BV - UnoBianca [cover]

Una narrazione senza parole ma affidata alla violenza sonora come corrispettivo delle violenze del commando. Gli inserti di archi però sembrano quasi addolcire il peso di quel ricordo. È una sensazione mia?

Gli archi a volte addolciscono, altre rendono il tutto ancora più doloroso. E’ la prima volta che decido di usare in maniera così massiccia gli archi, l’ho fatto perché lavorando sul piano armonico si riescono a creare atmosfere molto diverse tra loro su una base ritmica che tendenzialmente è molto fredda. I pezzi sono pensati per essere colonne sonore dei crimini e sono strutturati sulla base di quanto è successo durante quei momenti di follia. Gli archi possono creare suggestioni molto forti, guidando l’ascoltatore attraverso i differenti stati d’animo che possono creare. Ho cercato di calcare spesso la mano in fase compositiva proprio su questo aspetto, anche perché non mi interessava usare gli archi come un semplice tappeto sonoro.

Di solito si è portati ad “esaltare”, nel senso di “dar risalto”, movimenti o momenti degli anni di piombo. La banda della Uno Bianca forse è sempre stata meno accattivante per la mancanza di un retroterra politico-ideologico marcato, anche se sappiamo bene tutti che quel background c’era eccome…

Questa storia è molto controversa perché racchiude in sè così tanti argomenti e sfaccettature che a distanza di vent’anni, a volte sembra ancora di non venirne a capo. In questo caso ci sono di mezzo le forze dell’ordine, che passano da “chi ci dovrebbe difendere” a “chi ci uccide per due spiccioli”; c’è una componente politica molto forte, perché la città rossa per eccellenza (Bologna) per un periodo è stata vittima di rapine sanguinarie alle Coop, dando così il via ad una serie di indagini di stampo politico che hanno portato a poco o niente. Io penso che sia una storia che ha sconvolto un po’ tutto il tessuto socio-politico bolognese. Quando si è risolta con l’arresto della banda, in molti hanno dovuto far i conti con se stessi ed ammettere di aver sbagliato (parlo di poliziotti, magistrati e di chi stava indagando in generale), visto che molte persone sono finite in carcere pur essendo innocenti. Insomma, vista la figuraccia generale, sembra che non si abbia più voglia di parlarne.

Il disco non è ancora uscito ma hai già avuto, come preventivabile tra l’altro, reazioni piuttosto forti tra chi accusa e chi esalta. Pensi che ai primi non sia arrivato il messaggio di Uno Bianca?

Io ho fatto un disco che è contro la banda della Uno Bianca, non voglio dare alcuna immagine positiva di quanto accaduto. Penso che basterebbe ascoltarlo per capire di cosa parlo. La gente tende a trattare le cose con molta superficialità e quindi a non approfondire mai. Io ho mandato il disco ai giornalisti che hanno cercato di attaccarmi, ma vista la loro reazione (e i successivi articoli al riguardo), ho proprio l’impressione che nessuno si sia minimamente scomodato ad ascoltare quanto ho fatto. Come diceva qualcuno, non c’è più sordo di chi non vuol sentire…

17 febbraio 2014
17 febbraio 2014
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