We don’t know what someone’s like. L’intervista a Carla Dal Forno

Chiariamo subito le cose: Carla Dal Forno, nonostante il nome italianissimo e il nonno di origini veneziane (o meglio venete, non è chiarissimo), non spiccica una parola di italiano. Ed è lei stessa a dispiacersene durante la conversazione via Skype, anche se più che di dispiacere sarebbe corretto parlare di mancata occasione. L’ignoranza di una lingua che una parte della famiglia (la madre è australiana doc) non è stata in grado di tramandarle, non è mai stata sentita come un’assenza vera e propria nella sua vita. Come del resto il suo caso non è per nulla anomalo all’interno del contesto più ampio della terza generazione degli emigranti italiani del secolo scorso. Dal Forno padre è cresciuto capendo l’italiano ma senza essere in grado di parlarlo, e dunque insegnarlo. Ed è interessante osservare questa premessa – lo leggerete nel corso dell’intervista – ricollegandoci all’interesse di Carla per tutto ciò che abita negli interstizi della comunicazione, quello che si vorrebbe dire e comunicare e non viene detto o non è stato possibile tradurre. Romanticamente, una lost in translation cromosomica o, per buttarla giù con un pragmatico Pirandello, una più basale inconoscibilità dell’io.

La musica alla quale la bassista/multistrumentista originaria di Melbourne ha lavorato nel suo primo progetto solista, autografo come a volerne sottolineare la dedizione, è inoltre un tutt’uno con lo spazio che la circonda. Anzi è lo spazio – leggi l’arrangiamento strumentale – a prendersi una bella fetta della scena – se non tutta – quando Carla lo decide. Il disco poi ha un titolo curioso. Lo puoi intendere in senso allusivo o assertivo. You Know What It’s Like, lo sai com’è, con o senza retorica. Appena ascolti l’album diventa preponderante un altro aspetto: in pratica, You know what it’s like …but you don’t. In tracklist, a dominare è una narrativa che seppur lineare nello svolgimento, proprio come quella di un qualsivoglia libro o film, è una continua rifrazione verso qualcos’altro, una costante relazione con ciò che non c’è e non viene espresso. Ci trovi canzoni in cui puoi scorgere anche passaggi di franchezza e lucido pragmatismo, eppure anche in quel caso vince l’ascendente sul segno, e la luce è sempre quella che porta lo sguardo fuori dalla finestra, esattamente lì dove Carla vuole che arrivi, in quel mondo di sfumature e dettagli dove i confini sono solo apparentemente familiari.

È questo probabilmente uno dei motivi per i quali la sua musica risulta così addictive: la ascolti e la riascolti per cercare un deeper meaning, senza essere davvero in grado di comprenderla oltre la rappresentazione. Un fatto tanto più enigmatico quanto più i legami con ciò che l’ha preceduta sono chiari e circoscritti: li puoi senz’altro ricondurre ai più recenti progetti in formato band F Ingers e Tarcar su Blackest Ever Black, al cinema italiano d’antan, alla scena diy psichedelica della sua Melbourne, e naturalmente a tutto un percorso che parte da Nico per arrivare ai Broadcast, passando per un amore dichiarato per gli Young Marble Giants, ovvero la folgorazione per un post-punk oligominerale, giocato sui minimi termini, secco eppur celestiale, col residuo fisso di un romanticismo fischiettato come a volerlo prendere in giro.

La musica di Carla si estende infine nella simbologia del suoi videoclip, girati anch’essi in DIY, dal taglio neo(neo ecc.) realista, anche nouvelle vague, se vogliamo. Piccoli saggi su certo voyerismo nell’epoca degli streaming video su internet che la raccontano nella più disarmante quotidianità, ma che in verità di lei dicono poco, se non proprio nulla. La prima evidenza di ciò è la musicista che mi parla dall’altra parte di Skype (a monitor spento), alla vigilia del suo primo vero tour italiano, una personalità tutt’altro che concettuale ed eterea, come suggerirebbe invece la sua omonima nell’artwork dei dischi e dei videoclip.

Ciao Carla, dove ti trovi in questo momento, sei già in tour?

Attualmente mi trovo a Berlino; il tour parte mercoledì 25 gennaio dal Black Market di Roma. Sono già venuta in Italia un paio di volte con altre band e questa, diciamo, è la prima tournée importante per me; la cosa è davvero eccitante.

Chi ci sarà con te sul palco e cosa suonerete?

Ad accompagnarmi ci sarà un musicista nuovo per me. Abbiamo suonato un paio di volte assieme, si chiama Mark Smith, e si occuperà della parte elettronica. Io invece suonerò il basso e canterò.

Ho letto in giro che oltre al nome perfettamente italiano, hai un nonno nato dalle parti di Venezia, ma non parli la nostra lingua…

No, purtroppo non parlo italiano. Mio nonno, è vero, era italiano, ma mia nonna no, era australiana. Così mio padre è cresciuto capendo l’italiano, ma non gli è stato insegnato come parlarlo. Da lì il fatto che non lo parlo affatto. È un peccato perdere una delle lingue della tua eredità. That’s the way it is…

Entrando nel discorso musicale: credo che la tua musica dialoghi con l’inconoscibile attraverso il quotidiano. Anzi, in verità, è la tua intera produzione artistica – in cui rientrano anche i videoclip e le copertine dei dischi – ad orientarsi in questo modo. Il modo in cui guardi la telecamera nei clip, il sorriso accennato nella copertina dell’album. Sei la ragazza della porta accanto, una presenza familiare, eppure non sei lì veramente.

Penso di essere stata sempre consapevole del fatto che non ha importanza quanto tu riveli di te stessa attraverso la tua arte o la tua musica: nessuno potrà mai conoscerti o comprenderti completamente. La gente pensa di sapere chi sei, e cosa stai cercando di comunicare, ma alla fine c’è sempre una barriera che divide ciò che si è da ciò che si comunica. E questo penso che riguardi anche le relazioni più intime. Nessuno sa veramente chi sia l’altro. Questo concetto ce l’ho sempre in testa. Quindi sì, senz’altro la mia arte ha a che fare con l’osservazione di cosa comunichiamo l’un l’altro, quello che potremmo dire in rapporto a quello che vorremmo intendere, ciò che viene inteso o interpretato dall’altra parte.

Le scale di grigi sono importanti nella tua musica, ma non soltanto a livello di testi. In brani come Fast Moving Cars o What You Gonna Do Now anche l’arrangiamento ha la sua parte nel definire queste zone d’ombra. Tutto ciò mi porta all’Italian Cinema, che è il nome della tua intro track su You Know What It’s Like. Ti piace Michelangelo Antonioni?

Dammi qualche link che me lo studio, purtroppo non lo conosco […le passo un link via chat de L’avventura mentre conversiamo…, ndSA].

Sempre a proposito di Italian Cinema, tutti ti paragonano, anche troppo, a Nico, che è chiaramente un riferimento per la tua musica ma ovviamente non l’unico. Te la ricordi ne La Dolce Vita? Mi sono riguardato qualche scena su YouTube senza rivedermi tutto il film, pensando di scorgere qualcosa che non ero riuscito a cogliere, magari un rimando alla sua poetica musicale. Quel che ho visto invece è una Nico molto più gioiosa di quella che pensavo di trovarci. Una discrepanza tra il messaggio del film e l’interpretazione che volevo darne o cogliere…

È passato molto tempo da quando ho visto La Dolce Vita l’ultima volta. Però piacerebbe anche a me tornarci su e riguardarmelo. Senz’altro comprendo gli aspetti che hai colto in quel film in riferimento alla mia musica.

C’è un regista che ami particolarmente e che senti vicino alla tua visione musicale?

Mmm…

O forse uno scrittore…

Sono una grande divoratrice di libri. Mi è piaciuto molto Henry James, sono cresciuta leggendo Jane Austen e un sacco di altri scrittori inglesi, tipo E. M. Forster e molti che non ricordo. Non sono molto brava con i nomi.

O forse una band … [non solo] a me vengono in mente gli Young Marble Giants…

È interessante che me li citi. Quando li ho ascoltati per la prima volta ho come avuto una sorta di wake up call, una lampadina accesa sul fatto che un certo tipo di musica fosse possibile. Sono stati inoltre uno dei primi gruppi post-punk che ho ascoltato in assoluto. Ed è stato un momento speciale quando li ho conosciuti. Come sono sicura che è stato così per un sacco di altra gente. Ciò che mi ha colpito di loro è stato l’uso non convenzionale che facevano della strumentazione. Il suo uso con un senso dello spazio e della spazialità.

Questi ascolti risalgono a quando vivevi ancora in Australia. Sei ancora in contatto con la gente che frequentavi quando abitavi a Melbourne?

Sì, parlo online con alcuni di loro, ma è dura. Non posso andare avanti e indietro con l’aereo. È troppo costoso. Però quello che posso dire è che, contestualmente, mi sento ancora legata a quel posto. La scena artistica e musicale della città è quella da dove provengo e di cui faccio parte.

Hai girato il video di Fast Moving Cars durante uno dei tuoi ritorni in terra natia, giusto?

Sì, ero tornata a casa per circa tre mesi in corrispondenza con le vacanze di Natale nel 2015. E quella canzone sì, fa riferimento all’Australia e al fatto di stare lontani dalla propria terra.

You Know What It’s Like invece è il pezzo che dà il nome al tuo disco. Qual è la storia dietro alla canzone e dietro all’album in generale?

Quando ho iniziato a comporre il disco non avevo un’idea precisa di cosa volessi farci. In particolare per quella traccia, ho fatto un po’ di overdub, e poi ho pensato che fosse finita. Quella è una di quelle tracce che finisci e poi pensi a cosa vogliano dire. Tracce così le interpreti a cose fatte, piuttosto che avere qualcosa in mente prima di farle.

È giusto così. Nel senso: ci sono artisti che un brano lo fanno crescere e non riescono a mettere la parola “fine”. In questo modo, quando una fine arriva, l’urgenza e la freschezza iniziali potrebbero essere compromesse. Trovi che sia più difficile buttar giù il testo o scrivere la musica relativa a quel testo?

Applico differenti strategie quando compongo. Ogni tanto scrivo i testi accompagnandomi con la chitarra e poi compongo l’arrangiamento in un secondo momento; altre volte non parto affatto dalla melodia e questa è l’ultima cosa che compongo. Fast Moving Cars e What You Gonna Do Now sono state fatte nella prima maniera, mentre la title track e The Same Reply sono state composte a partire dalla parte atmosferica e strumentale. Alle volte scrivere un pezzo a livello di testi è una questione di mezzora. Viene naturale. E altre volte ci metto davvero molto. Ma è comunque un processo molto intuitivo. When It feels right, then is right.

Dicevamo prima che nei tuoi testi si parla anche di relazioni interpersonali. Nel continuum tra romanticismo e pragmatismo dove ti collochi?

Bella domanda. Diciamo che mentre crescevo l’amore è sempre stato un concetto importante per me. Volevo provare amore per qualcuno e volevo che qualcuno ne provasse per me. Non lo so, forse è una cosa che ha a che fare con la cultura, ma l’amore è sempre stato un fattore importante nella mia vita. Della serie: devo trovare l’amore, devo essere amata, e queste cose qui. Ma dall’altra parte mi sento anche piuttosto pratica e pragmatica. Mi piace fare le cose quando le sento. Alle volte mi piace far un passo indietro e ragionare sulle cose per conto mio, cercando di razionalizzarle.

L’amore è importante ma anche le amicizie lo sono, specie se abiti in un posto lontano da casa. Ti sei costruita un giro di contatti su cui poter fare affidamento a Berlino? Ti ci senti a casa?

Sì, mi sento a casa, e godo anche del supporto di alcune persone che credo siano davvero speciali. Attualmente credo di aver costruito alcune forti relazioni d’amicizia qui. Non posso dire di avere un grande giro di amici ma, sai com’è, vivere in un altro Paese accanto a persone che stanno facendo la tua stessa esperienza facilita un po’ le cose. Aiuta a costruire bei rapporti d’amicizia.

C’è un sacco di gente che orbita attorno alla musica elettronica in città, ti sei fatta amici producer o comunque nel giro?

Di base lavoro molto con gente connessa con la mia label, Blackest Ever Black. Sono molto affettuosi e utili per quanto riguarda la mia carriera, su come organizzarla, l’aspetto del booking e tutte quelle cose. Ma diciamo che sono anche i legami più forti che ho in questo momento in città.

Nom mi sembri una persona che frequenta assiduamente la vita notturna berlinese, ma potrei sbagliarmi…

No, non sono una assidua frequentatrice, ma il Berghain, quando è la serata giusta, è un ottimo locale in cui andare. Diciamo che frequento i club, ma soltanto una volta ogni due o tre mesi. Senz’altro alcuni dei miei amici ci vanno spesso ma, per quanto mi riguarda, sono troppo concentrata sulla mia musica, e ho bisogno di risparmiare energie per farla al meglio.

Parlando di gente di Melbourne all’estero, mi viene in mente Ben Frost. Lui abita in Islanda da un po’ di tempo e in un certo senso rappresenta un tuo ideale opposto, artisticamente parlando. Lui va di potenza e volume, tu invece lavori di fino sullo spazio tra le note e nelle zone d’ombra. Se lavoraste assieme sarebbe un disastro o magari verrebbe fuori qualcosa di assolutamente inaspettato e sublime…

Ogni collaborazione è rischiosa. Non sai mai cosa aspettarti e come sarà. Ho ascoltato qualcosa di Frost e mi piace, ma non ho approfondito abbastanza per dirti di più.

Frost non crede in dio. Lavora per ottenere una connessione profonda con le cose, soprattutto dentro la musica, fino ad annientarvisi. Tu sei credente o atea?

Ehm, sì, sono atea. Decisamente. Il discorso è un po’ quello che hai fatto per lui: c’è anche in me una ricerca di un significato sotto la superficie, un deeper meaning. Poi non so, è molto difficile spiegare certe cose [ride, ndSA].

Esplorare correlazioni nascoste, legami invisibili, mi riporta un po’ alla tua narrativa musicale, quella prettamente strumentale, dove lavori di fino con i suoni, anche concreti…

Quando ho pensato di comporre un disco, ho pensato di fare qualcosa di lineare, di metterci una sorta di storia dentro. Anche il cinema è solitamente lineare e basato su una trama, quindi sì, il legame in questo senso ci sta. Poi ho pensato a suoni che potessero aprire un po’ lo spazio nell’album, ma anche connettere le tracce tra loro. Stavo leggendo di recente una intervista concessa da Jenny Hval ad un magazine, non ricordo quale. Lei ha questa idea di disco e annota tutto su spreadsheet, dot point. Lei mappa tutto. Vede i collegamenti tra gli argomenti di cui vuole trattare anche prima di iniziare a comporre. Per me, all’opposto, questa pianificazione è sempre risultata limitante. Diciamo che lavoro in modo più confuso, puoi metterla così [ride, ndSA]. Seguire quello che è il percorso giusto al momento giusto, se questo può aver un senso per te.

Hai già composto nuova musica, c’è già un nuovo album?

Sto pensando di buttar fuori un EP di quattro tracce di cui sto finendo la produzione. Attualmente quelle canzoni le sto testando dal vivo durante i set.

Non ho approfondito la cosa, ma non mi pare che tu abbia tracce remissate a tuo nome, o sbaglio?

C’è un remix in arrivo, ma non ti posso dire nulla di più. E sì, sarebbe il primo ad uscire riguardo alla mia produzione.

Hval è un’artista che non ho mai sentito citare, parlando della tua musica; al contrario Grouper è un nome che spesso salta fuori negli articoli che ti riguardano. L’hai mai conosciuta personalmente?

No mai, e non sento particolari legami, musicalmente parlando, tra di noi.

In passato hai suonato in alcune band: è un’esperienza che ti piacerebbe ripetere? Hai una band e non ne sono a conoscenza?

Attualmente non suono in nessuna band. In futuro, magari, lo farò. Sono decisamente interessata a lavorare con altri musicisti. Quando troverò la gente giusta, la cosa accadrà naturalmente.

La tua prima band posso descriverla come la tipica formazione influenzata dal suono della psichedelia australiana e neozelandese? Dalle parti della Flying Nun, tipo…

Credo che sia una descrizione adeguata, sì. All’epoca della mia prima band – Mole House – non avevo molte conoscenze musicali. Ero interessata a persone che fossero disposte a fare delle jam con me, e così abbiamo iniziato a comporre musica assieme. Non ci siamo mai chiesti come dovesse suonare la nostra musica. Suonavamo su un 4 tracce e basta. A posteriori posso dirti che suonavamo con quelle atmosfere che hai citato. Ora so che suonavamo in quel modo.

C’è una distanza considerevole tra quello che facevi allora e quello che fai ora. Quando è scattato l’amore per il post-punk e per gli Young Marable Giants?

Ho ascoltato la loro musica ma anche quella dei Broadcast per anni, senza pensare mai di fare qualcosa di simile. Poi sono stata in altre due band – F Ingers e Tarcar – ma anche lì non avevamo molta consapevolezza su come la nostra musica avrebbe dovuto suonare. Diciamo che il tourning point c’è stato quando ho ascoltato questo duo, Gareth Williams & Mary Currie. L’album era Flaming Tunes e a pubblicarlo era la stessa mia etichetta. Ecco, quel disco, composto con quel tipico registro post-punk inglese, mi ha stregato. Era musica che comprendevo e che sarei stata in grado di plasmare e produrre, da un punto di vista tecnico e strumentale.

Se parli di Broadcast, mi fai venire in mente Berberian Sound Studio, che è un omaggio al cinema horror italiano anni Settanta…

Conosco poco le soundtrack dei film di quegli anni, ma sicuramente conosco molto bene quel film e la sua colonna sonora. Gli arrangiamenti che i Broadcast hanno composto per quel lavoro sono veramente fantastici, e anche il film mi è piaciuto molto. Ah, poi conosci il film Don’t Look Now di Roeg? È un altro film e un’altra colonna sonora [le musiche sono di Pino Donaggio, all’esordio come compositore] davvero ottimi.

Non abbiamo ancora parlato di David Lynch. Stai aspettando con ansia anche tu la terza serie di Twin Peaks?

Per il momento sono nel mezzo della seconda stagione. Appena ho finito quella, credo che sarò pronta per la nuova serie. Riguardo a Twin Peaks, ho iniziato vedendomi prima il film [Fire Walk With Me], e la cosa è un po’ mi è dispiaciuta perché sapevo già la trama e dove sarebbe andata a parare. Comunque amo David Lynch e credo che sia un regista fantastico. Sono decisamente una sua fan.

Ultima domanda. Sei una di quelle hardcore fan di Lynch che si sono buttate anche sul lato della meditazione trascendentale promossa dalla sua Fondazione? Una delegazione è capitata anche qui a Bologna per dei seminari, e il loro costo non era proprio irrisorio…

Non ho mai provato a fare meditazione trascendentale. Ma è una di quelle cose che potrei provare. Non si sa mai.

25 gennaio 2017
25 gennaio 2017
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