Che suono hanno i ricordi?

A proposito di lamenti e sogni

Quando nell’ormai lontano 2005 la piccola etichetta di Rob Fisk dei Deerhoof, la Free Porcupine Society, pubblica l’enigmatico album Way Their Crept dell’artista americana Grouper, lo scenario avant-indipendente è ancora completamente occupato dalla New Weird America e dal drone-folk. Non a caso, i primi commentatori, di fronte a una collezione di suoni così ermetica, cercano di trovare formule facili e comode etichette per attaccare concettualmente un album che appare abbastanza impenetrabile. Lo sticker promozionale sul digipack azzarda un: “Like an ode to Throbbing Gristle by Arvo Part, Way Their Crept resembles a choir of ghosts recorded a hundred years ago”, ripreso sommariamente da David Keenan sulle pagine di Volcanic Tongue, il quale si spinge, ovviamente, ancora più in là: “It brings to mind early choral pieces by Allegri and Palestrina re-worked for post-pot consumption, with echoes of Keiji Haino’s Nijiumu rituals, Richard Youngs and Simon Wickham-Smith circa “Goat”, William Basinski’s Disintegration Loops, the Two Daughters LP and cassette and Meredith Monk’s Key as well as contemporaries like The Skaters and Inca Ore”. Termini e paragoni che rimbalzano da fanzine a webzine, da appassionato a cultore. La tiratura limitata delle prima edizione si esaurisce rapidamente e si cerca qualche notizia in più sull’artista che si cela dietro il nome d’arte.

Si scopre che dietro Grouper c’è Liz Harris, originaria di Portland, ma cresciuta artisticamente nella Bay Area alle spalle dei Yellow Swans e, in particolare, di Pete Swanson con cui fa coppia. Si viene a conoscenza che oltre a manipolare nastri e campionamenti, è anche prolifica artista visuale con una particolare predilezione per le forme ripetitive e cicliche, modellate attraverso le sue mani in geometrie arcane e ossessive. Da qui una concezione della propria arte, sia visuale che musicale, che si collega soprattutto alla dimensione dello spazio, nonostante l’aria nostalgica che spira dalla maggior parte delle sue produzioni. Ed è qui che, probabilmente, nasce la tensione perenne tra astrattismo avant e formalismo pop, un elemento che, sebbene comune ad altri musicisti dell’epoca, raggiunge in lei un apice paradigmatico. Inizialmente, la strada è ancora incerta e l’atteggiamento solitario ed elusivo della Harris complica le cose, dando pochissime chiavi di lettura. Al punto che qualcuno liquida frettolosamente con un “nostalgia della prima Kranky”, sintetizzando un po’ troppo un suono molto denso, monocromatico, inattaccabile eppure già estremamente mutevole, animato com’è da tensioni eterogenee. A dispetto degli episodi più mesmerici e ultraterreni come la title track, Sang Their Way, Black Out, Adorned, altrettanti abbozzano una forma seppure estremamente opaca di forma canzone: Hold A Desert Feel Its Hand, Second Skin, Zombie Wind, Close Clock, Second Wind, Zombie Skin. La coloritura dei riverberi deriva, più che dalla prima Kranky di Roy Montgomery (citato a più riprese dalla musicista), dalla rural psychedelia dei Flying Saucer Attack, dall’onirismo cosmico degli Amp e più in generale dalla tradizione shoegaze di cui Grouper sembra l’ultima profeta in un ipotetico day after. Per i canoni del genere il disco miete il successo sufficiente a destare l’attenzione presso l’avant intellighenzia di regime.

Nel vano tentativo di trovare una formula che sia valida per suoni contemporanei sempre più eterogenei e che diventi icona concettuale dell’epoca, dopo il successo che dalle pagine di Wire si è propagato in tutto il mondo intorno all’etimologia della New Weird America e ben prima che hypnagogico diventasse incredibilmente un termine di uso comune, Way Their Crept e Grouper si candidano a emblema di una nuova forma di psichedelia vocale, libera da formalismi di sorta e filiazione della corrente weird. E’ il batterista dei Flying Luttenbachers, Weasel Walter, a ideare l’espressione “moan wave”, dal verbo inglese to moan, ovvero lamentarsi, ululare, sospirare, indicando con esso una pletora di artisti che fanno della voce l’architrave principale di una forma di psichedelia free-form e anarcoide che vede in Grouper una sorta di portabandiera femminile, con dietro le varie Pocahaunted, Inca Ore, Juliana Barwick, Valet, U.S. Girls.

L’anno successivo, a battere il ferro finché è caldo ci pensa il secondo lavoro su Free Porcupine Society, l’ambizioso e irregolare Wide. La nube tossica di Way Their Crept si alleggerisce di molto, nella stessa maniera in cui il personaggio Liz Harris si concede sempre di più al dibattito web, sulla scorta di una progressiva invasione sui canali indie più cliccati (Pitchfork, TinyMixtape, Quietus, Dusted) e forte di un fan-base dalla crescita rapida e impressionante. Bianco e nero d’ordinanza per la foto di Agate Beach che risplende sulla copertina del disco e sigillo delle memorie perdute della giovane Liz che comincia a fare canzoni, nella vena classica che si riconosce in ogni autore che si rispetti. Echi e riverberi concedono un taglio più liturgico e solenne agli episodi più astratti, mutando in superficie quell’umore da distillato di LSD che stava alla radice del fascino di Way Their Crept. Quello che perde in originalità, Grouper lo acquista in spessore di insieme, finendo col sembrare, non a caso, una versione aggiornata e riveduta dei Clear Horizon, progetto estemporaneo che vedeva Jessica Bailiff fare coppia con David Pearce. Si spiegano così brevi e gracilissime romanze psichedeliche che fanno la forza del disco come Little Boat/Bone Dance, Imposter In The Sky, Agate Beach. Compare anche il piano fantasma e iper-trattato con il riverbero di Giving To You. Contemporaneamente la Harris avvia in modo sistematico le pubblicazioni della sua Yellow Electric, label casalinga con cui allestisce tirature limitatissime dei suoi primi cdr e inaugura la pratica della ristampa in vinile dei propri lavori, forte dell’aiuto della rinomata e amica Mississippi Records a fare da cassa di risonanza, per quanto i contorni di tutto questo siano invero di portata assai limitata.

Jefre Cantu Ledesma ex Tarentel e ora deus ex-machina della Root Strata – label con sede in San Francisco espressamente dedicata alla nuova drone music indipendente – la convince a pubblicare per la sua etichetta, nell’estate del 2007, Cover The Windows And The Walls, lavoro a tiratura limitata ed espressamente riservata al formato vinile. Una scelta che volutamente manda l’album in esaurimento e fa esplodere la curiosità del popolo del web, accalcato fin da subito sui primissimi blog che diffondono il rip/mp3 dell’album. Sorta di gemello nascosto e imbronciato di Wide, Cover The Windows And The Walls soddisfa ampiamente le premesse con un missaggio più povero e lo-fi che non fa altro che aumentare la fascinazione shoegaze di Grouper. Down To The Ocean è profondamente offuscata e persa in una nebbia in lontananza, e pure se non si raggiungono il degrado e la sporcizia delle nenie informi di Skaters e Vodka Soap, è oltremodo coraggiosa. Nondimeno il disco abbonda di brani senza tempo che vanno a riempire il catalogo degli highlights di Liz Harris, dalle pastorali ultraterreni di Heart Current e della title track, allo scurissimo stornello cosmico rappresentato da You Never Came, fino alla chiusura inaspettatamente pop di Follow In Our Dreams. E’ la premessa che sottende il vero e proprio turning point pop di Grouper.

Memorie da Agate Beach

L’eco entusiasta degli appassionati di drone-folk per Cover The Windows And The Walls non è ancora scemata del tutto che John Twells, also known as Xela nonché boss della Type Records, interviene sul proprio sito annunciando entusiasticamente di aver arruolato Liz Harris nella sua etichetta per un nuovo disco dalla pubblicazione imminente. E’ fin troppo evidente che una label con la diffusione e il raggio di copertura mediatica che ha la Type è cosa ben diversa dalle sofisticate, agguerritissime, ma estremamente limitate Free Porcupine Society e Root Strata. Dragging A Dead Deer Up A Hill appare da subito come il disco della svolta. Il trademark di voce, echi e riverberi permane, seppure estremamente limitato rispetto al passato, e il rosario per sola voce e chitarra viene sviscerato in tutto il suo spettro, complice una pulizia formale e sonora mai così definita. E’ il disco che un po’ tutti attendevano, compromesso ideale tra la spinta avant degli esordi e le velleità pop della maturazione. Di fatto il lavoro che va ad occupare una casella lasciata vuota diventando il classico caso di disco giusto al momento giusto. Pitchfork lo battezza con un altisonante 8.2 e stende il tappeto rosso per una serie di opinioni entusiastiche che si diffondono rapidamente. La ragione del successo del disco sta nella sua natura ambigua ma non timida e, da qui, la sua semplicità d’ascolto. Va da sé che tutto questo sarebbe vuota retorica se Liz Harris non dimostrasse ormai una lungimiranza stilistica tutta sua. Il folk rock firmato Grouper è una via di mezzo tra il classicismo retrò delle ritrovate Vashti Bunyan e Sibille Bayer, la malinconia perduta della prima Cat Power e del catalogo dream della 4AD e la perdizione sognante di certo slow core anni ’90, mai del tutto passato di moda, come Mazzy Star, Mojave 3, certi Low. L’equilibrio affascinante del disco sta tutto in nenie agrodolci a presa immediata come la fenomenale Heavy Water/ I’d Rather Be Sleeping, che diventa rapidamente un tormentone da social network, o ancora le struggenti When We Fall, Fishing Bird, Invisible, A Cover Over.

La ragazzina vestita da strega sulla cover del disco è una foto raffigurante la stessa Liz Harris, stando alle sue parole, in uno scatto della madre preso un pomeriggio durante un excursus nel nord della California in direzione di una celebrazione cattolica. Un dato, questo della connessione con il passato dell’artista, che viene ripreso più volte, diventando una chiave di lettura a se stante. “Mi piace quella foto perché la fece mia madre e perché mi piace che la mia arte abbia connessioni con qualcosa di profondo, come il sangue della propria famiglia. Ho usato una foto fatta da mio padre per un altro album (Wide, n.d.r.) e mi è sembrato che bilanciasse bene il contenuto musicale. Mi piace che ci siano delle connessioni nostalgiche, come dei riflessi di specchio che ti fanno guardare al passato, anche perché non vedo come ci siano altri modi per qualcuno di rivivere la propria infanzia”. Il disco diventa il bestseller destinato ad essere e viene ristampato un paio di volte in vinile dalla stessa Liz Harris, con la sua Yellow Electric, ma è nel febbraio del 2013 che arriva una pubblicazione su scala più vasta dopo l’iniziale tiratura della Type.

Il merito è della Kranky, che rispolvera il disco e lo accompagna ad un altro contenete outtakes di quelle session. Il disco in questione è The Man Who Died In His Boat e più che una raccolta di scarti, sembra in tutto e per tutto un capitolo secondo del vasto libro dei ricordi di infanzia di Liz. Sulla copertina una foto di sua madre da giovane e un ricordo nebuloso, sinistro, ma assai chiaro, dietro la title track: “Quando ero una teenager il relitto di un’imbarcazione si arenò sulle spiagge di Agate Beach. I resti rimasero abbandonati per molti giorni. Scesi con mio padre per intrufolarmi furtivamente nella cabina, constatando che mappe, tazze di caffè e vestiti stavano sparsi ovunque. Ricordo di aver guardato tutto frettolosamente, con la sensazione che stessi violando quello che restava della presenza del marinaio, essendo in qualche modo testimone del suo fallimento. Più tardi, mi capitò di leggere la sua storia sul giornale. Era impossibile stabilire cosa fosse successo. La barca non aveva danni, non aveva urtato scogli, né aveva imbarcato acqua. Era come se l’uomo alla sua guida avesse semplicemente abbandonato l’imbarcazione, e quest’ultima, fosse tornata sulla spiaggia come un cavallo che senza cavaliere ritorna a casa”. Il disco ha la presenza e l’organicità dell’opera maggiore e snocciola piccoli ennesimi classici del suo repertorio come Vital, Being Her Shadow, la title track, Towers e STS.

La riscoperta della Kranky va però fatta risalire di un paio di anni indietro, quando ristampa il monolitico doppio album A | A, in origine stampato in pochissime copie dalla Harris stessa attraverso la mini joint venture tra Yellow Electric e Mississippi Records. Disco che, nell’estate del 2011, fa impressione soprattutto per la noncuranza con cui si permette una tiratura così limitata per un’artista ormai ben oltre lo status di hype momentaneo, oltre che per la mole e l’ambizione insita in ogni lavoro doppio. Il double album si divide in due singoli dischi, Alien Observer e Dream Loss, concepiti nelle intenzioni della Harris “per stare stabilmente come solitari, e anche come satelliti di uno stesso sistema. In qualche modo acquistano più valore se considerati insieme”. La visione di insieme è molto chiara, perché A | A in qualche modo si incarica di gettare un ponte tra il passato e il presente, ergo di far convivere in uno stesso formato, tanto le nenie cosmiche free form degli esordi, quando le filastrocche folk dell’attuale presente. Il materiale è eterogeneo e concepito lungo un periodo molto lungo: “Dream Loss è una collezione di vecchie canzoni, perlopiù concepite prima di un periodo molto duro. Alien Observer, per la maggior parte, è composto di canzoni scritte dopo. Ognuno contiene una canzone che tematicamente appartiene all’altro, una sottile tessitura li tiene insieme entrambi. Entrambi gli album esplorano l’essere diversi. Essere qualcun altro di fronte a se stessi, agli altri, di fronte a fantasmi e alieni, sia letteralmente che metaforicamente, così come di fronte ad altri mondi dove fuggire (siano essi nell’acqua, nel cielo). Pensando a quanti sono già morti… Fare questi due dischi mi ha rimesso in contatto con cosa voglio esplorare in musica: il contrasto, l’esplorazione di qualcosa di più grande e fuori di me, descrivendo e viaggiando attraverso oggetti e posti immateriali, gesti invisibili e connessioni tra persone e luoghi. Canzoni che si creano da sole, che hanno una propria grandiosa autonomia, canzoni per un altro mondo”.

È il manifesto di Liz Harris come Grouper e A | A ripaga la pazienza e la devozione che richiede, perché lavoro tutt’altro che semplice da assorbire. Alien Observer, che contiene i brani più nuovi, si muove secondo leggi della fisica radicalmente mutate dalla mano cosmica della Harris, che liquida in piccolissimi, astratti lied onirici, decenni di vagazioni stellari. Moon Is Sharp è una piacevole passeggiata lunare, tanto quanto la title track, con il suo rhodes ultraterreno, getta un tappeto per una febbrile inquietudine simil Lynch. E’ lo stesso umore sospeso ed ermetico si respira nella magistrale Vapor Trails, laddove She Loves Me That Way, Mary Oh The Wall e Come Softly, si agganciano ad una struttura più tangibile ma estremamente compromessa. Per molti tratti, a due passi dalla stasi completa, Alien Observer regala nuovi significati al termine onirismo, prima di sganciarsi totalmente dalla superficie terrestre con un Dream Loss che, complice il materiale più datato, appare meno originale ma più facilmente collocabile nella sua discografia. Fondamentalmente, siamo dalle parti di Wide e Cover The Windows And The Walls. L’arpeggio di Dragging The Streets cita Windy & Carl, mentre I Saw A Ray è un neppure tanto velato omaggio ai My Bloody Valentine di Sometimes e ai Cocteau Twins di Victorialand. Generazioni di epigoni shoegaze e dream pop vengono sciolte sotto l’acidissimo missaggio di Soul Eraser, laddove il lato più solenne, malinconico, liturgico del suo sound manda in gloria il disco con le superlative Atone, No Other e l’indimenticabile Wind Return.

Split Show

Altro lato rilevante nell’economia musicale di Grouper sono le collaborazioni, da sempre tutt’altro che esperienze di corredo o accessorie all’attività solista fondamentale. Ovviamente le più affascinanti sono quelle in cui non ci si limita a condividere un EP, quanto proprio a condividere le session strumentali, come la primissima collaborazione con Jamie Stewart degli Xiu Xiu nell’ormai lontano 2007 sotto l’egida horror di Creepshow: “Entrambi avevamo una profonda paura per il film del terrore quando eravamo piccoli, ed è sulla scorta di questi sentimenti che abbiamo incentrato i temi del disco”. Le parole di Jamie Stewart chiariscono la particolare natura di un EP che ragiona intorno all’idea di un terrore gelido e raggelante, irrimediabilmente psicologico, fondendo di fatto, stilisticamente, il clangore disumano degli Xiu Xiu e il riverbero ottundente di Grouper in brani come Waiting for The Flies, Growing Into Veins o ancora Sea, dove il dato melodico è del tutto secondario, rispetto a un costante ragionare di atmosfera.

Di diverso tenore lo split omonimo con Inca Ore, dapprima pubblicato esclusivamente su cassetta, poi ristampato sia su CD che su vinile e ripreso più volte, anche dalla Harris stessa, con la sua Yellow Electric. Disco che, nel suo genere, miete molte vittime e nonostante la tiratura costantemente limitatissima, ottiene successo grazie ai blog. Le intenzioni dello split originario erano quelle classiche di dividersi entrambe i lati della cassetta. Il lato A è quello di Grouper, che pubblica quattro canzoni ben rifinite e che anticipano di molto la tensione quasi mistica di A | A. Little Gray Cat, Fallow e A Light Charge sono efficaci piccoli lied, ma la migliore è sicuramente una Poison Tree che azzecca un refrain irresistibile. Il successo di questo split spinge inevitabilmente a replicare l’operazione, sia pure in modalità di volta in volta riviste. Arrivano così collaborazioni con Pumice e City Center e un particolare 45’ in condivisione con Xela per la serie della Root Strata, denominata Tsuki No Seika, espressamente dedicata alla voce.

Nel 2009 arriva un altro split di “spessore” con Roy Montgomery. Nome celebrato a più riprese dalla Harris, da cui ha preso ispirazione evidente per il modo e il suono della propria chitarra. Non a caso un nuovo disco di Roy Montgomery viene pubblicato, dalla Yellow Electric sul finire del 2012, anche se si tratta per lo più di materiale di archivio del grande chitarrista neo zelandese. L’apporto di quest’ultimo nell’EP in questione è invero minimo, giacché di fatto il lato A riprende una versione live della Fantasia On A Theme By Sandy Bull, presentata anni prima nella raccolta di culto Harmony Of the Spheres. Il piatto forte è quindi il lato B dedicato a Grouper, che di fatto pubblica un piccolo EP autonomo e contenente i capolavori Vessel e Hold the Way con un suono ancora più rarefatto e liturgico, che si unisce a quello delle altrettanto riuscite Water People e Moving Machine di un precedente 7’ passato abbastanza inosservato. Altri brani sparsi si aggiungono poi con il singolo Hold/Sick. Messi tutti insieme tirerebbero fuori una raccolta di B sides dal peso specifico non indifferente.

Per tornare alle collaborazioni fondamentali, quelle che esulano dalle semplici condivisioni, bisogna aspettare il 2011, quando Kranky pubblica il disco dei Mirrorring, una collaborazione a quattro mani con Jessy Fortino meglio conosciuta come Tiny Vipers. Le due si conoscono tramite internet, si scambiano dischi, si incontrano a più riprese in quel di Portland e dopo un po’ decidono di fare insieme alcune session senza particolari aspettative. Il risultato arriva però alla durata di 45 minuti e giustifica un disco vero e proprio, quel Foreign Body che Kranky si affretta a pubblicare ad inizio 2012 fiutando l’affare. Il materiale è una condivisione pressoché speculare dello stile di ciascuna. Laddove la Harris parte per il cosmo, la Fortino la riporta sulla terra attraverso la cupa crudezza della sua chitarra folk. L’iniziale Fell Sound esemplica lo stile dei Mirrorring, che va ad aggiungersi alla tradizione cosmica della Kranky sulla scia di Windy & Carl, Amp, Clear Horizon. Disco profondamente emotivo, che gioca tutte le carte giuste per muoverti dentro, dallo struggente arpeggio di Silent From Above, passando per il sognante tappeto d’organo di Drowning the Call, fino alla più ambiziosa del lotto Cliff , dove le due uniscono le proprie singole armi in un’unica efficace parabola cosmica. Il disco raggiunge un successo istantaneo e surclassa gli altri esperimenti che la Harris si concede in un anno estremamente pieno: dapprima la collaborazione con Ilyas Ahmed nel progetto Visitor e poi la collaborazione con Lawrence English per la performance multimediale di Slow Walkers, serie di videoinstallazioni e live incentrati sullo zombie “as cultural phenomena, waking in 2012….

Il ritorno alla drone music ortodossa, alla manipolazione dei nastri e degli effetti, alla pratica con i walkman e i mixer del progetto Violet Replacement appare quasi come una medicina necessaria per controbilanciare tanta sovraesposizione. Le due parti di una performance completamente dedicata all’avanguardia ambient, portata anche in giro per l’Europa, sono denominate rispettivamente Rolling Gate e Sleep e rappresentano lo stato dell’arte di Grouper come alchimista di suoni dell’inconscio amniotico da cui ciascuno proviene. Ovvero nessuna concessione al formalismo pop, né tanto meno sfoggio di elucubrazioni concettuali che tanto danno arrecano alla maggior parte di esperimenti sul genere. Puro e semplice ritorno alla forma della psichedelia informale degli esordi, una prassi dal sapore decisamente old school, quando l’ondivago alternarsi dei nastri di Rolling Gate viene interrotto a favore della voce trattata, che non a caso è la chiave di volta di Sleep. Una sorta di ritorno all’etere drogato di Way Their Crept. Come un cerchio che si chiude e che autorizza qualsiasi tipo di metafora a riguardo, non ultimo il feto cosmico di 2001, che nel finale ci guarda dallo schermo e sembra dirci che il viaggio è finito, possiamo tornare da dove siamo venuti. E’ stato bello sognare ad occhi aperti e avere Liz come soundtrack delle nostre esistenze.

18 marzo 2013
18 marzo 2013
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