Chip music is (not) dead
La sottocultura musicale del videogame

Nell’ultimo biennio l’utilizzo dei suoni e dell’immaginario dei videogame è stato oggetto di un ritorno di attenzioni ed interessi da parte della comunità musicale ed artistica.

Dalla nostra angolazione, dalla quale osserviamo sempre più spesso gli sviluppi delle contaminazioni elettroniche britanniche, gli esempi più recenti ce li ha offerti la Hyperdub con una buona gamma di esplorazioni -step intorno all’estetica degli 8 bit: Quarta330 (emblematico il gameboy-dub di Bleep From Outer Space finito nell’Hyperdub 5.3 EP di fine 2009), Zomby (fin dal primo singolo Mu5h, per poi continuare con Gloop nello Zomby EP) e soprattutto l’acclamato esordio di Ikonika (con il concept legato ai videogiochi di terza generazione Contact, Love, Want, Hate) sono ottimi esempi di una nuova effervescenza legata allo spettro di suoni dei chip audio anni ’80.

Ad essere oggetto di attenzioni non sono soltanto le colonne sonore degli old games, bensì l’intero immaginario di un’epoca fatta di videate a bassa risoluzione, cartoons e in generale caratterizzata da un’inventiva costretta a limitarsi a causa di una lo-finess pervasiva, ma a quel tempo considerata all’avanguardia. Andando ancora a pescare nel presente, non possiamo non citare la copertina coi pixeloni di Africa Hitech o, su un piano più prettamente mainstream, l’ultimo tour dei Pet Shop Boys i cui allestimenti hanno compreso ogni sorta di rimando grafico alla videogame age per eccellenza.

La fascinazione per l’epoca dei coin-op ha coinvolto sempre di più ampie fette di musicisti, ovviamente anche al di là dell’Atlantico. Alcuni esempi sono Flying Lotus (Pattern+Grid World EP), l’intera cricca wonky con Hudson Mohawke (soprattutto all’inizio, vedi Hudson’s Heeters e il Choices Vol.1 EP) e Bibio (con Clark nel recentissimo Willenhall/Basterville Grinch EP su Warp). Anche il glo-fi, che di anni ’80 vive e respira, risente l’influenza del classic gaming come oggetto di catarsi malinconica (vedi il Cabazon EP di Jacob 2-2). La stessa scena italo-wonky abbonda poi di reminescenze dei videogiochi anni ’90, con le produzioni di Digi G’Alessio e Planet Soap su tutti.

A ben vedere il suono di questi chip audio obsoleti è stato usato e sfruttato lungo tutti i noughties, decennio di riscoperta degli 80s e decade retrologica per eccellenza, come ci dirà presto Simon Reynolds nel suo nuovo saggio Retromania (in una vecchia intervista chiedevamo a Jamie Stewart se era un gamer, per via di alcuni proverbiali suoni a 8 bit in Fabulous Muscles, trucchi estetici che ritorneranno poi molto spesso nella poetica Xiu Xiu). Nel 2006 usciva sul magazine Blow Up un articolo storico e divulgativo firmato Valerio Mattioli dedicato proprio alla micromusic, nome di una delle tante comunità chip music diffuse in Europa ed etichetta che ha finito per rappresentare l’intera macro scena italiana. Già allora la chiptune community era un mondo iperattivo e ramificatissimo, che ha visto probabilmente nei Crystal Castles il pescecane più vorace: famigerati i casi di furto dei sample presi indebitamente da 8bitpeoples.com, la più importante delle netlabel specializzate, per l’album omonimo del 2008. È quindi evidente il ruolo emblematico assunto da quei suoni, che per un periodo limitato hanno furoreggiato nelle case, nei bar e sale giochi delle vacanze estive di migliaia di teen.

Da Pong in poi, il videogioco vintage ha fatto da ponte tra le generazioni anche attraverso i Multiple Arcade Machine Emulator, con i quali è stato possibile far rivivere a tutti i tardoadolescenti della fine Novanta la sinestesia uomo-macchina attivata originariamente nel decennio della sala giochi. Dalla fine dei 90s, il famoso M.A.M.E di Nicola Salmoria e altri emulatori hanno permesso il salto temporale verso quella folgorante epoca di rock’n’roll videoludico. Ricordi di un’epoca che dal 1994 fu oscurata dall’avvento della PlayStation. Non stupisce pertanto che in pieno boom della famosa consolle, grossomodo tra il 1995 e il 1998, Rephlex pubblichi progetti intrisi di suoni videogame come Cylob (già nel primo album Cylobian Sunset, 1995, era presente un brano come Synek), DMX Krew (la lo-fi-electro di You Can’t Hide Your Love è datata 1997) e nel ’99 i tedeschi Bodenständig 2000 (le esplorazioni tra chips e eurodance di Maxi German Rave Blast Hits 3).

Lo stesso Aphex Twin, co-owner della label, sotto il moniker Power-Pill, aveva anticipato il revival già nel 1992, con lo storico Pac-Man EP (cinque versioni euro-techno del famoso game con voci sintetiche e tagli spastici di realtà virtuali primitive à la Tron) e con le sonorità dei suoi primi EP del 1991 (Analogue Bubblebath e Bradley’s Beat a firma Bradley Strider). Episodi di quel sarcasmo feroce con il quale la cultura rave assimilò e stravolse i ricordi d’infanzia trasformandoli successivamente in moda con la Happy Techno e le sigle di Pinocchio (vedi ad esempio i tormentoni del gruppo Pin-Occhio formato da Nicolas Savino e Marco Biondi) e di altri cartoni animati d’antan.

Gli esempi di come la più ampia generation E abbia sfruttato l’immaginario bambinesco si sprecano, ma ciò che si conosce meno è la vera comunità chiptune, quella che fin dai primi anni ’80 si è dedicata alla musica prodotta con i primi home computer (Atari, Commodore, Amiga) e game consolle. Poco noto infatti come questi gruppi di nerd genialoidi e hackers si scambiassero tracce audio prima via posta ordinaria e poi tramite nodi della rete digitale, dieci anni prima della nascita di Internet.

La chip music, come tutti i revival che abbiamo vissuto nella storia della musica, dal rockabilly al glo-fi, è da sempre legata alla nostalgia e al ricordo. Ha appena compiuto trent’anni ma rispetto a quella metà dei 2000 in cui si parlava tanto di 8bit e si facevano le sociologie del caso, sembra proprio che in pentola bolla qualcosa di nuovo. Gli stessi membri della community hanno voglia di spingersi verso il futuro, oltre i limiti della sottocultura, con la chiara volontà di far riconoscere la chip music come genere tra i generi, al pari del folk, del pop, del rock.

Ne abbiamo parlato con tre degli esponenti più rappresentativi: goto80, 4mat e Pixelh8. Tre artisti e tre album in questo 2011 che smuovono pensieri, energie e bit non solo a pacchetti di 8. Questi ragazzi, oggi più che trentenni, ci racconteranno verso quali direzioni sta puntando la chip music e se dobbiamo aspettarci l’esplosione decisiva del bitpop sound negli ascolti di larga scala. Ve lo diremo alla fine. Prima un diverso tributo a questa appassionante storia, forti delle fonti e delle informazioni che fino a pochi anni fa non erano così disponibili come lo sono adesso.

 Superficie e underground: la videogame music

La parte più conosciuta e visibile di questa storia è quella che accosta la chip music alla musica dei videogiochi di seconda generazione: quelli a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, l’età d’oro dell’arcade game, la cui esplosione si può far coincidere con l’uscita di Space Invaders nel 1978. E’ lo stesso periodo che segna la diffusione dei primi home computers tra le pareti domestiche, prima con l’Apple II e il Commodore PET nel 1977, poi con l’Atari 400 e il Texas Instruments, fino ad arrivare al mitico Commodore 64 nel 1982.

E’ il momento in cui le colonne sonore dei videogame acquistano un ruolo sempre più importante all’interno del “prodotto” venduto. Durante gli anni ’80 la game industry si arricchisce di personaggi di grande carisma, che diventano i miti della bit generation: tra i più conosciuti Martin Galway, uno dei più grandi virtuosi del SID (il chip audio del C64), autore delle musiche di Arkanoid e Wizball, Rob Hubbard, che a partire dal 1985 realizza le soundtrack di videogiochi culto come Commando o Skate or Die, e la coppia Christopher Grigg-David Lawrence, autori della colonna sonora dell’adventure più famosa della decade, Maniac Mansion. Il loro contributo (insieme a quello di altri nomi storici come Tim Follin e Jeroen Tel) elevò sensibilmente la qualità delle videogame tracks che circolavano in quel periodo, conferendo al sonoro uno spazio decisivo all’interno dell’esperienza di gioco.

Ma quello dei videogiochi è solo lo scenario più evidente, quello di più immediata e generalizzata percezione. Nel frattempo, su uno strato pressoché sconosciuto e parallelo, si va sviluppando la generazione dei chiptuners: la nascita del fenomeno collettivo ‘chiptune’ non va ricondotta all’industria del videogame, ma ad un livello underground sottostante, in cui la composizione di musica 8-bit si sviluppa come pratica diffusa tra gli adolescenti sparsi per il globo. La scena si muove così lungo un binario separato rispetto all’industra blasonata, rivendicando una propria genuina originalità contro gli intenti più ‘earning-oriented’ delle produzioni ufficiali. L’indipendenza DIY che torna a porsi in conflitto col mainstream, in un ricorso storico esemplare, coi chiptuners nei panni dei rock-rebels e le varie Taito, Electronic Arts e LucasArts nei panni delle major. La never-ending story continua.

 

La demoscene e gli anni ’80

Insieme alla diffusione capillare degli arcade games degli anni ’80, esplode tra gli adolescenti la voglia di provare tutti i giochi in circolazione, ma c’è un grosso semplicissimo problema: non tutti i ragazzi potevano permettersi di acquistare le nuove uscite. Entra dunque in gioco la figura del cracker, che (illegalmente, of course) rimuoveva la protezione dalla duplicazione e ne effettuava copie pirata. Mossi da orgoglio e senso della sfida, per i crackers era fondamentale che i propri sforzi venissero riconosciuti: perciò, si diffuse la tendenza di “firmare” i propri interventi con le cosiddette crack-intro, una piccola introduzione grafica al gioco contenente il nome dell’autore della crack.

Negli anni la intro si è sempre più andata raffinando ed evolvendo, da semplice frame grafico a set più complesso, coinvolgendo motion picture e musica. La diffusione dei giochi (e delle demo) passava sempre più attraverso “zone temporaneamente autonome” visibili in rete (i BBS, Bulletin Board Systems) e raggiungibili attraverso connessioni remote via modem. Cominciò una vera e propria sfida, a chi creava la demo più efficace, sempre utilizzando solo le risorse hardware di base, e a fine anni ’80 divennero eventi regolari i cosiddetti copy parties, in cui i crackers si sfidavano a programmare in un tempo limitato la migliore demo (valutata da un’apposita giuria) su un tema svelato solo all’inizio della sfida: siamo in piena demoscene, eoni prima di The Social Network.

Le demo divennero rapidamente dei lavori estremamente complessi, realizzati da gruppi di ragazzi, ognuno con una propria specializzazione: chi si occupava del codice, chi della grafica, e chi – eccoci – delle musiche. Dalla demoscene al ragazzino della porta accanto il passo è breve: nasce così la generazione dei chiptuners, che si occupavano di produrre musica attraverso l’utilizzo delle sempre più diffuse consolle domestiche, nella prima fase soprattutto Commodore 64 (forse il più amato di sempre tra i chip-musicisti) e Amiga, più avanti anche NES (il primo Nintendo) e Gameboy.

Gli anni ’80 vedono il fenomeno in continua crescita: nel 1985, quando Rob Hubbard rilasciava la sua prima colonna sonora ‘ufficiale’ (il mitico Commando), si contavano già almeno 40.000 demo in giro per la rete. E il panorama si andava arricchendo sempre più di giovani creativi che, chiusi nella propria cameretta, liberavano la loro ispirazione a sette note con gli unici strumenti che avevano a disposizione (perché ricordiamolo, non tutti potevano permettersi quella splendida invenzione che è il sintetizzatore). Una formidabile fucina di materiale che quasi mai è riuscita a ottenere visibilità, ma che è stata la fondamentale base di consolidamento della scena (è dal materiale prodotto tra gli ’80 e i ’90 che 4mat, ad esempio, ha pubblicato Decades nel 2010, subito diventato un classico della chip music).

 Sulla cresta dell’onda: gli anni ’90 e la web explosion

Negli anni ’90, la chip music inizia ad affiorare anche tra le uscite discografiche regolari. Gli Urban Shakedown, gruppo nato nel 1990 dalla scena rave/techno/jungle, possono essere considerati il primo esempio di chiptune band: la loro musica era interamente prodotta coi suoni dell’Amiga, fin dal primo singolo (Some Justice, 1991). Uno dei primissimi software ad uso casalingo fu proprio il Protracker, sempre per Amiga, che compare abbastanza presto nelle uscite di Osdorp Posse (Osdorp Stijl, edito su Djax Records nel 1992), Psycho Drums (Pattern 1-6 su Overdrive, Pattern 7-12 su R&S), e dello stesso fondatore degli Urban Shakedown DJ Aphrodite (tutte le sue prime uscite del ’93 su Aphrodite Recordings).

Pian piano la cosa si fa più esplicita e guerrigliera (sono gli anni dell’esplosione europea del gabba). Il suono videogame diventa suono di rottura: nel ’93 i Neophyte pubblicano The Three Amiga EP e Protracker EP e Hardsequencer l’Amiga EP mentre del 1995 è l’esordio su album degli Atari Teenage Riot (anche Collapse Of History dell’ultimo Is This Hyperreal? riprende i suoni di Pong) il combo più rappresentativo di queste tendenze (ricordiamo anche il side project Nintendo Teenage Robots con We Punk Einheit!, del 1999, con tutti suoni per Gameboy).

Sempre nel ’95 esce su Irdial Discs una delle prime compilation, The Electric Family – Mariopaint, fatta di brani realizzati col solo utilizzo di un Super Nintendo. E così via, in un crescendo di diramazioni e scene, da quella di terroristi sonori come Venetian Snares (le prime autoproduzioni Spells, Subvert!), Kid606 e Lesser (che nel 2002 tirerà fuori il mix C64 SID 6581 Massive) a veri e propri fanatici degli 80s a tutto campo come James Ferraro (il film in VHS Rapture Adrenaline).

Ma è negli anni Duemila che la chiptune inizia a percepire sé stessa come una scena compatta. Da una parte l’esplosione di Internet offre nuovi canali di confronto e contatto, oltre a diventare la principale vetrina per aumentare la propria visibilità. Dall’altra, la chip music conosce una nuova fase di successo in quanto importante espressione di riscoperta nostalgica, che la generazione noughties riversa sull’ultima decade compatta e riconoscibile, gli ’80 appunto. I musicisti del nuovo millennio ritrovano nell’8-bit music il loro primo contatto adolescenziale con la dimensione sonora, e la usano con uno spirito revivalistico differente da chi invece 10 anni prima la adottava come elemento di rottura rispetto alla diffusione della high fidelity.

Da trick alternativo a fenomeno di tendenza, dunque. Nei ’00 assistiamo alla nascita di web community come la label 8bitpeoples (fondata nel ’99 da un altro dei pilastri, Nullsleep), Micromusic, 8bitcollective, e più recentemente chipmusic.org e True Chip Till Death. La chiptune diventa un argomento che desta interesse: a partire dal 2000 sul canale radio svedese P3 va in onda Syntax Error, rubrica settimanale incentrata su demo e computer music. Nel 2003 la chiptune giunge alle orecchie di un big come Malcom McLaren, che la definisce la folk music – e accortamente non punk musicdell’era digitale, e si guadagna un articolo su Wired.

I nomi legati alla chip music diventano man mano più popolari. Sempre in Svezia, nel 2003 il 2-chip-step act Puss viene nominato ai Grammy Awards come miglior dance act. Acquisiscono risonanza sempre maggiore realtà come 8 Bit Weapon, Gameboyzz Orchestra, FirestARTer, Teamtendo. Nel 2005 è anche la volta di Beck, che in Girl gioca col Little Sound DJ, un software generatore di suoni per Gameboy nato alcuni anni prima. A partire dal 2006 la 8bitpeoples organizza il Blip Festival, evento a cadenza annuale con sede a New York ma che ultimamente ha visto cloni anche in Europa e Giappone, trovando spazio anche su Pitchfork.tv.

I 2000 sono anche gli anni in cui la chiptune si diffonde in Italia. I Micropupazzo, due che coi chip bazzicano la techno di Mr. Oizo, sono stati tra le prime realtà italiane ed erano sul palco al primo evento live italico in assoluto, nel 2004 al Linux Club di Roma, insieme a FirestARTer e Role Model. Nel 2006 nasce ufficialmente la prima community italiana, la bolognese Micro.Bo, facente parte dell’area Micromusic. Più avanti arrivano anche le web labels, come la CouCou, diretta da Buskerdroid e J8bit. Tra i nomi più importanti oggi, oltre a quelli già citati, ci sono nrgiga a Bologna e il bit-punk di Postal_m@rket nel torinese, poi a Roma Lo_Lo e Cobol Pongide (che nel videogame world sembra essersi perso) e i techno act Tonylight (direzione acid) e Kenobit (happy mood) a Milano. Proprio a Milano si è tenuta tra marzo e aprile 2011 la mostra Bit World, un approfondimento della chip music italiana col documentario The Italian Micromusic diretto da Andrea Galuppini.

Oggi la scena chiptune globale è divisa: da un lato le nuove leve continuano a subire il fascino del suono nostalgico, mantenendosi fedeli a NES e Gameboy e riuscendo in certi casi ad acquisire una buona visibilità (è il caso degli Anamanaguchi, uno dei nomi oggi più conosciuti). Dall’altro, molte realtà che in passato hanno sposato l’8-bit sound sembrano adesso volersene allontanare (Adventure recentemente si è convertito al classic synth-pop, mentre Polish Ambassador ha aperto le porte ad un ampio crossover di electro-funk con sfumature hip hop). In mezzo ci stanno le colonne storiche, che hanno vissuto la storia del genere sulla loro pelle e che oggi sentono forte il peso degli anni passati (col loro carico di eventi che lasciano il segno, come il suicidio nel 2005 di Kjell Nordbø, uno dei producer più apprezzati all’interno della community).

Quali sono dunque gli ascolti imprescindibili per chi vuole scoprire la chip music? I più emotivamente legati ai videogame troveranno soddisfazioni nella compilation Back In Time, rilasciata dalla High Tecnology Publishing nel 1997, che raccoglie i cult game classici del Commodore 64. Chi invece vuole approfondirne il versante più genuino, non ha che l’imbarazzo della scelta: Dawn Metropolis, album d’esordio degli Anamanaguchi, è un brillante esempio di chiptune-punk che ha scosso il panorama contemporaneo; The Phantasmal Farm di Polish Ambassador offre un efficace spaccato della varietà offerta dall’artista californiano, chiamando in causa movenze synth-pop e vivacità dance; gli amanti dell’hardcore-metal apprezzeranno Delete The Elite di Covox; mentre a chi vuole osare si consiglia FX3 di Virt, capace di momenti epici (Bedtime Story) o approcci jazz (Survivor) e dotato di una notevole espressività melodica di matrice rock che gioca con riff massicci di bip analogici.

E se ancora non bastasse, c’è un mondo sterminato di produzioni da scoprire sulle pagine delle net-label, con particolare menzione per 8bitpeoples.com, che raccoglie news su uscite ed eventi, consente il download gratuito o l’ascolto online della musica prodotta da oltre 50 artisti e organizza periodicamente compilation e raccolte a tema. Com’era prevedibile per un fenomeno underground legato al web e diffuso in ogni parte del mondo, lo scenario è una polveriera fin troppo vasta, che offre materiale per tutti i gusti ma in cui orientarsi può diventare difficile. Un punto di partenza possibile è allora proprio la storica compilation 8bp050, celebrativa della 50° release, con il meglio della crew (25 artisti per 25 tracce) e una panoramica che copre passato, presente e futuro della label.

Oggi però è sacrosanto partire proprio dalle ultime intuizioni di goto80, Pixelh8 e 4mat, che provano ad offrire alla chipmusic nuove opportunità e nuove direzioni possibili: giocando coi generi riproducibili (il primo), esplorando il range sonoro dei chips (il secondo), superando la dimensione underground (l’ultimo). Non vi resta che ascoltare le loro stesse parole.

 Top-10 chiptune tracks of all times

Ecco una possibile chart delle migliori chip songs di sempre (parziale e soggettiva come ogni classifica):

1.  4matChipmusic Is Dead
2.  AnamanaguchiBlackout City
3.  goto80Breakfast
4.  CovoxSwitchblade Squadron
5.  Pixelh8Girl Fight
6.  MinusbabyKicking Make-Believe Pebbles Into Cars
7.  VirtSurvivors
8.  Puss3step
9.  The Polish AmbassadorSubterranean Stepdance
10. NullsleepBallistic Picnic

25 luglio 2011
25 luglio 2011
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