Cobain: Montage Of Heck. Impressioni a caldo dal Bif&st di Bari

Al netto di qualunque speculazione sulla tecnica o sulla prospettiva autoriale, Cobain: Montage Of Heck è un film sull’individuo. Il profilo pubblico di Kurt Cobain, e perfino quello prettamente artistico, nel film di Brett Morgen passano in secondo piano rispetto alle dolorose malinconie, ai continui alti e bassi di salute, alla voce roca che si confessa a un registratore riempiendolo di visioni e paure.

È forse anche per questo che una delle scene più d’impatto dell’intera prova filmica – 132 minuti fitti di ricordi e suggestioni – si rivela una breve sequenza con un Cobain sfatto, magrissimo, a torso nudo e col viso prosciugato, quasi incapace di tenere la sua bimba in braccio perché in pieno trip psicotropo. Morgen attraversa l’intera esistenza di Kurt Cobain in un documentario realizzato in otto anni e che utilizza materiale privato della famiglia d’origine per raccontare la figura dell’artista; un fil rouge di scrittura diaristica e registrazioni audiovisive, dove si incrociano i servizi della stampa, i ricordi domestici e la viva voce di Cobain. Forse proprio per questo il lavoro di Morgen scende a un compromesso che in parte mina la solidità dell’intera operazione.

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Montage Of Heck è la biografia “ufficiale” del musicista di Aberdeen, il documento riassuntivo di quanto il pubblico ha potuto scoprire nel corso di un ventennio. Una versione della storia che – volutamente – tralascia le tante ipotesi, supposizioni e talvolta illazioni su una vicenda che va oltre il mero fatto di cronaca. Invece l’ascesa e la caduta di Kurt Cobain hanno rappresentato molto di più per una generazione di ascoltatori, perché la morte del cantante ha di fatto consacrato il sacrificio della musica alternativa sull’altare del music business. Un fardello troppo pesante da portare per una personalità problematica e brillante come quella di Cobain, figura quasi evangelica per l’immaginario indipendente del pubblico anni ’90 e ’00. In un unico, struggente, momento questo essenziale concetto viene espresso in una sola annotazione materna, quando Wendy Cobain racconta il concepimento di Kurt come una chiamata necessaria, l’unica concreta ragione per motivare il suo matrimonio.

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Cobain: Montage Of Heck è comunque un must-see per qualunque appassionato di musica alternativa, un viaggio essenziale in una delle storie più significative degli ultimi decenni. Il documentario, che sarà trasmesso in televisione da HBO, mette sullo schermo tantissimi super 8 della famiglia Cobain, mostrando un Kurt bambino che cresce e cerca disperatamente il suo posto. C’è davvero un senso intimamente voyeuristico in queste immagini, che difficilmente l’autore di I Hate Myself And I Want To Die avrebbe accettato. Ci sono le feste di compleanno, gli scherzi in famiglia, le foto con la prima chitarra e i video in pieno effetto da eroina.

I diari dell’artista vengono animati con una tecnica di produzione che si concentra sulla grafia spigolosa e tormentata di Cobain. Le ricostruzioni di fasi cruciali della sua vita prendono la forma dell’animazione, portando alla mente lo straordinario stile di Richard Linklater. E infine ci sono le narrazioni – o forse dovremmo dire confessioni – dei genitori di Kurt, entrambi dipinti come cause del suo eterno contrasto interno. C’è la voce dell’amico e bassista Krist Novoselic, della sorella Kim e delle donne della sua vita. C’è anche Courtney Love, quasi ammiccante davanti alla telecamera, che fuma con disinvoltura una sigaretta mentre parla della depressione che ha ucciso Cobain. Manca Dave Grohl, che compare solo nei filmati d’epoca. E perfino la parabola dei Nirvana, una delle realtà più significative della moderna storia musicale, diventa infine il riflesso di un confronto pubblico che porta Kurt ad un’instabilità poi incontrollabile.

22 marzo 2015
22 marzo 2015
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