Dani Siciliano. A Late Night Singer On The Dance Floor

Inflessioni jazz e tepore soul, fascinoso sampling e innate capacità compositive, l’arte della trasfigurazione non è dote di cui tutti si possono vantare. Dani Siciliano può. E la sua voce si è pian piano distinta nel corso degli anni per la facilità con cui si piega ai voleri del pentagramma, per la curiosità che la spinge a sezionarsi e rifrangersi in mille composizioni differenti per ritrovarsi in una sensualità melodica che non ha fretta di conquistare. Non è infatti la voracità la tecnica seduttiva adottata, ma un sapiente battito di ciglia, un composto accavallare le gambe, un gesticolare sinuoso, uno sguardo di ghiaccio celato dietro i biondi capelli. Longilinea bellezza americana con una classe inglese tutta da invidiare, l’algida compagna – nella vita artistica e affettiva – di Matthew Herbertha alle spalle la più classica gavetta: una volta imparato a suonare il clarinetto all’età di sette anni, entra a far parte del North Virginia Regional Choir, esperienza che le fa scoprire l’amore per il canto. Approdata poi all’università di Richmond è il jazz a rubarle l’anima e a portala in giro per i locali della città assieme al suo quartetto, ma l’irrequietezza dei suoi appena diciott’anni la spinge a lasciare tutto e a trasferirsi nell’eccitante San Francisco dei primi Novanta, dove inizia a frequentare club e party in cui finirà per mettere i dischi. La ricerca di una propria dimensione pare essersi conclusa: la fervente scena house cittadina le calza talmente bene da diventare presto residentdi alcuni leggendari club della Baia, dove incontra il suo futuro mentore che le chiede di cantare per lui, a Londra. La collaborazione tra i due ha inizio. E non avrebbe potuto essere più florida. Da Around The House a Scale, Dani ha modulato, spezzettato, incastrato la sua voce sottile su trame elettroniche multiformi, contribuendo a forgiare quel sound che tutti i prodotti a marchio Herbert hanno. In mezzo, due album in proprio.

Non solo una voce, dunque, ma una comprimaria, una che impara subito e con un piccolo studio costruito in casa registra il debutto Likes… (!K7 / Audioglobe, 26 gennaio 2004).

Delicata mistura di elettronica e strumenti acustici, in cui le gradazioni vocali passano dalla grafite alla brillantezza del bianco. Una presenza dai contorni sfumati. Si percepisce l’altezza, le linee affusolate, la leggerezza delle movenze, ma rimane sfuggente, appartata. Bisbiglia Samee lo sguardo si ritrova in un gioco di specchi su cui rimbalzano minimali beat e parole in ombra, tastiere lounge, loop ipnotici e rumori screziati. Lo strascico di un abito di seta che scompare dietro una porta ed è lì, su un palco da night club a flirtare con Come As You Are dei Nirvana: luce direzionata che illumina un sorriso malizioso sotto un cappello a cilindro, tra il contrabbasso puntuto, i fiati sornioni e le spazzole ammalianti. Cambio di scena: metropoli, caos, indifferenza, è l’hip hop dalla voce tellurica di Walk The Line, con Mr. Oizo a rifarle il look. E poi la polka futurista di All The Above con Mugison a irrobustire l’intreccio e il soul meccanizzato ma dal battito umano di Extra Ordinary. Intrigante rincorsa di umori di donna, scatole cinesi di gusti e influenze costruite su strutture sonore intricate come ragnatele, seppur con un basilare know how, che in alcuni episodi mostra il fianco (She Say Clich).

Inutile negare che il tocco di Herbert nella produzione non si senta, pulita e rigorosa com’è, ma più che offuscare le qualità della Siciliano la sua mano è servita a smussare gli angoli vivi dell’artigianalità, a realizzare quel palco sui cui un timbro vocale caldo e particolarmente duttile si è svelato con parsimoniosa cura, diventando unico protagonista. (7.0/10)

E i plausi raccolti nella successiva tournèe promozionale non sono che la giusta conclusione per un’artista completa, che non si tira indietro quando si tratta di mischiare le carte in tempo reale, ma anzi lo fa a viso scoperto e palpabile trasporto, guadagnandosi anche il consenso dei più scettici. Che sia relegata al ruolo di comparsa o abbia il titolo di prima attrice, la Siciliano incanta con una presenza scenica di forte impatto, quasi una donna di altri tempi, ma completamente immersa della contemporaneità, come una Roisin Murphy più discreta con il vezzo della musica concreta, ma senza l’ambizione di diventare regina di chissà quale pianeta.

E forse non è un caso che il secondo Slappers (!K7 / Audioglobe, 4 settembre 2006) suoni come uno strambo incrocio tra il Ruby Blue di quest’ultima (in Think Twicesarà lei o la Murphy ai tempi dei Moloko?), senza una spiccata linea melodica e con in più le accortezze stilistiche patinate di Scale.

Ritmi sincopati, spezzettati e sontuosamente assemblati si alternano a piacevoli sorprese, come il country blues di Why Can’t I Make You High, ritornello cantilenato tra lo scazzo e l’irriverente. Mutare scenografia, ambienti, espressioni non è mai stato un problema per Dani, che scavalca i pensieri del precedente album privilegiando atmosfere solari piuttosto che notturne, mettendo in gioco la voce sempre con grande sobrietà (il soul in controtempo di Too Young), pur non rinunciando al gusto per la ricerca sonora (il gradevole esercizio di stile Repeats) e all’autonomia professionale (l’unico nome a comparire in Be My Producerè il suo). Un approccio che vuole essere diretto, ma che in più di un’occasione scopre le miniature della costruzione, con tutte le conseguenze del caso: gli spigoli elettrici acuminati di Frozen, la contorta dissonanza di Wifey, l’herbertiana doppietta iniziale Title Track / Didn’t Anybody Tell You più che far accostare l’orecchio potrebbero allontanarlo.

Magari non sarà una separazione definitiva, la Siciliano continua comunque a sprigionare fascino ad ogni passo, ma certe donne, a volte, vanno osservate da lontano per essere apprezzate in pieno. (6.6/10)

13 settembre 2006
13 settembre 2006
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