Oh! talkin’ to Devendra

– Devendra, la tua vita è cambiata molto da quando conosci Michael Gira. Prima eri un homeless, una sorta di vagabondo, ora sei diventato una persona “nuova”. Come ti senti?

Ti dirò sono un uomo felice …felice come si può essere soltanto a volte. Non affogo nel dolore e neanche nuoto nella felicità.

– Qual è il prezzo da pagare per essere un promettente folk-singer?

E’ economico veramente. Stai sotto I cinque dollari. Devi soltanto metterti in testa il giusto taglio di capelli e sei a cavallo.

Rejoicing the Hands è stato registrato in uno studio vero. È più arrangiato e curato. Ci puoi raccontare qualche aneddoto sulla sua realizzazione?

Il mio ricordo più bello è Michael (Gira ndr.) che danza nudo per mettermi a mio agio in Todo Los Dolores, che spettacolo!

– Ci puoi raccontare quella storia su Sammy Hagar… (si legga in merito “Michael Gira, la Young God e Sammy Hagar al sushi bar…”)

Ho ordini precisi di stargli almeno a venti miglia lontano. Che uomo fortunato che è! Mondo infame…

– Ci sono delle canzoni che ti ossessionano?

Le canzoni di Kevin Barker da Curritck Co.

– Che mi dici delle belle influenze latine in Rejoicing, sono omaggi alla tua adolescenza in Venezuela?

No, sono regali musicali a Caetano Veloso…

– Come ci si sente a suonare dal vivo? Non è stressante andare in tour?

Sì è difficile… Certo, in primo luogo, perché devo rispondere a troppe gravidanze impreviste …proprio come le coppie che hanno amore libero per un lungo, lungo tempo… Queste sono le session ideali per i miei lavori…

– Verrai in Italia? Mai stato dalle nostre parti?

Sono stato a Venezia e un gondoliere mi disse che conosceva satana. No, è una storia vera questa! Sì, sto programmando di venire molto presto. Per ora so che andrò in Francia (The Camarg) per l’inverno poi da lì ci saranno altri concerti italiani e spagnoli.

– Oh My Oh My è descritto da Gira come un album che avrebbe potuto essere scritto negli anni ’30. Ti senti partecipe del tuo tempo o il mondo non ti riguarda?

Bhé che dire… il 2003 è sicuramente un buon anno per Iggy!

– Tra i crediti di Rejoicing In The Hands, oltre a due membri degli Angels Of Light, c’è la mitica (quanto sconosciuta) folk singer Vashti Bunyan!

LEI È UNA LEGGENDA! Ci sei vicino. È un onore, veramente, immaginare di scrivere una canzone per lei e poi averla a cantare con me. È stato fantastico, lei è un angelo, lo spirito della saggezza e della purezza!

– Un altro album tuo uscirà questo autunno. Di cosa si tratta?

È il figlio

– Passeresti una settimana a registrare dei “basement tapes” nello scantinato di Big Pink insieme a. Uhm, diciamo Howe Gelb?

Sì, sì (?)

– Blues, country, gospel, spiritual. Perché dovrebbero ancora interessarci. Ma, soprattutto, perché sono ancora così capaci di stregarci?

Loro ci fissano come Donkey Godz! (tradotto sarebbe come asini dei ndr.)

– Credi che ci sia ancora del mistero nel cuore della cultura americana che il folk-blues possa in qualche modo portare alla luce e cavalcare? Oppure i mass-media ci hanno spediti definitivamente in orbita?

Ascolta Fahey (John ndr.) in lui quello spirito vive …e VIVE.

– Per raggiungere quel particolare “vibrato” della voce (sembra l’ululo di un homeless ubriaco all aluna) hai dovuto esercitarti, hai dovuto “costruirlo” o te l’ha fornito madre natura?

Madre natura ha nutrito la mia gola con latte, bucce di banana e richiami…

– Le CocoRosie hanno espresso apprezzamenti nei tuoi confronti. Cosa pensi di loro?

Loro sono delle maghe, teletrasportatrici, di quegli esseri che ti cambiano l’umore, in poche parole sono RELIGIONE!

– Sei mai stato a un rave party?

Una volta. I pantaloni di mio padre mi coprivano letteralmente. Una cosa inedita…

– Ti piacciono i vini? Italiani o Californiani?

Che domande: italiani!

Devendra: un texano venezuelano…

Texas: the lone star state. Storicamente, terra di musicisti eccellenti, ma anche sbalestrati come cavalli. 13 floor elevators, Rocky Erickson, Red Crayola, Butthole Surfers, Ed Hall, Pain Teens e Daniel Johnston furono e sono, di tale autoctona follia, fra i più noti e celebrati monumenti. Tanto il sostrato sociale di quella porzione sud degli States è reazionario e bigotto (vaccari e rednecks, mica che!), quanto più creativo e innovativo risulta il suo fertilissimo humus artistico. Così è sempre stato e così, speriamo bene, lungamente continuerà a essere.

Devendra Banhart, classe 30 maggio 1981, è nato nel Texas, maledetti stivali! …ma dopo pochi anni la famiglia si dovette spostare a Caracas in Venezuela, dove rimase per parecchio tempo; esattamente fino a quando la madre si risposò. E da lì, il passaggio alla California fu repentino. La nuova residenza diventò quindi un canyon di nome Encinal, luogo dove trascorse i suoi teen-year e nel quale iniziò a suonare la chitarra, questo fino a quanto giunse l’età del college e un nuovo cambiamento geografico si profilò all’orizzonte. La nuova dimora divenne San Francisco e la scuola un istituto d’arte multimediale. Non potendo imparare il mestiere di musicista, Devendra si convinse che la pittura era la sua vocazione. Non riuscì tuttavia a concludere nulla del genere nell’ambito accademico. Certo, non fu tutto tempo sprecato: divise la stanza con Jerry Elvis e Bob The Crippled Comic, frequentazioni illuminanti che lo portarono dritto al suo primo show, al loro matrimonio. E lì, in quel magico evento, tra il verde del prato inglese e il legno dipinto di bianco di una casa adibita a chiesetta, suonò una personale versione di How Great Though Art e Love me Tender …e gli piacque farlo, tanto che il live successivo non tardò a arrivare. Fu a Wazeima, in un ristorante etiope; il proprietario era un famoso fantapolitico del luogo che teorizzò un complicato colpo di Stato basato su infrastrutture stradali che avrebbero dovuto agevolare spostamenti di carriarmati e aerei. Dopo non molto, il fatidico momento di metter su una band accadde, accadde tanto naturalmente quanto fu spontaneo il suo scioglimento; capitò a Los Angeles quando formò i Black Babies, o meglio, Devendra Banhart or The Black Babies, Peccato che New York si sia messa in mezzo, rompendo l’incanto.

Il giovane Devendra vive tuttora nella Grande Mela, in uno squat, un vecchio locale di Salsa nella stessa stanza dove un attore di belle speranze morì suicida. Vive in quella stanza, non sopravvive. Tra i bossoli di fucile e il buio di quattro mura senza finestre. Helter skelter! “ Qui ci si sente liberi”, dice. “ John Hurt, Fred McDowell, Karen Dalton, Vashti Bunyan e Fred Neil sono i migliori musicisti al mondo”, dice. “ La mia vita è questa”, dice.

Michael Gira, la Young God e Sammy Hagar al sushi bar…

A parte il mistero e la mitologia che ormai circonda il giovane folkster, di sicuro diverse persone hanno costellato la sua vita musicale reale: Black Hearts Procession, Microphones, Smog, Little Wings, Karl Blau, Vetiver, Flux Information Sciences, The Lowdown, Young People, Old Time Relijun, Jerry Lee Lewis 60th picnic party. Sono solo alcuni dei volti che Devandra ha incontrato, loro e altri senza nome, pirati gay di un oceano maledetto dalla prima luna. Comunque sia, siamo seri, è Michael Gira l’uomo che scopre il suo talento e questa storia, pur strampalata, inizia, se non sbaglio, più o meno così…

Nel tardo 2002, il capo della YoungGod Records conosce un giovane busker dal nome esotico a un sushi bar. Quella sera c’è anche Sammy Hagar, l’ex cantante dei Van Halen. Devandra è lì a racimolare due dollari e tirar giornata, ma le sue canzoni non ottengono il plauso degli astanti. Le composizioni sono free form belli e buoni, che mal si addicono allo spirito zen del locale, tant’è che sia al canto, sia negli arrangiamenti, se così li possiamo chiamare, il Nostro risulta stomachevole quanto un sashimi di pesce triocchiuto. Devandra dà fiato alle tonsille e sembra non curarsi molto delle facce corrucciate; quel che esce dalle esili labbra è una vocina dal registro tanto nasale quanto spettrale, come se un medium avesse richiamato le anime di Nick Drake e Marc Bolan sfasando per errore i loro interventi d’un paio di tonalità. A Devandra poi, piace cantare a capella… È probabile che Micheal Gira, futuro padrino di Me Oh My…, abbia visto nel busker texano un altro sé quella sera, un alter ego nel quale specchiarsi, oppure un artista “puro”, un pezzo incontaminato dell’anima che gli è sempre mancato, una costola regalata alla società in qualche parte dell’adolescenza. Da sempre, l’ex Swans esplora i lati oscuri e le zone d’ombra dell’anima, ma la sua è pur sempre un’analisi colta, da figlio d’artisti, uomo che ha imparato e visto, e così la sua musica: prodotto di turbamenti emotivi e di costruzioni della mente, di bios e di logos. In fin dei conti, per Gira l’espressione artistica è venuta “da fuori” prima che “da dentro”, mentre per Devandra sembra vero il contrario. Il folk singer pare colato in uno stampino di malata marzianità, un disagio non catalogato nelle liste di psicologi e analisti. Il campionario può essere lungo: pazzo, schizofrenico, morboso, psicopatico, destrutturato, autistico, masochista …o semplicemente unico. Devandra è un cantante di strada, sopra le righe, refrattario a qualsiasi estetica che non sia la modulazione della sua stessa voce. Non stupisce che ricordi le take 1 delle registrazioni di Barrett, quelle dove l’ex Pink Floyd canta al vuoto, con la chitarra come unica compagna. È dunque un gioco di stanze, di mura senza finestre e di geishe orientali che servono sushi ripieni di funghi magici, la magia, l’empatica dialettica tra i due, che si osservano l’uno di fronte all’altro, il primo seduto a un tavolino nell’angolo e l’altro che sbuca dalla finestra tra la cucina e la sala ristorante. La successione degli eventi è tragica: Hagar e compagni, infastiditi dallo strazio musicale, inseriscono un gettone nel juke box, mettono 5150, un vecchio cavallo di battaglia dei Van Halen e, a quel punto, accade il temibile: il minuto folkster sputa nel piatto del rocker e, non contento, tenta di ripetere il gesto in faccia a Hagar, lo manca, e bagna un energumeno dalla lunga criniera bionda… Quella sera finì come ci si può aspettare, specie a Los Angeles. Ma… tutto il male, si sa, non viene per nuocere, tant’è che Mike, riportando il malconcio texano a casa, si offre di produrgli un album. Devendra, neanche a dirlo, affronterà la nuova sfida con totale nonchalance…ma anche questa è un’altra storia.

1 gennaio 2004
1 gennaio 2004
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