El Perro Del Mar. Incontri imprevisti, fantasmagorici languori

Si chiama Sarah Assbring. Di lei non si sanno molte cose. A partire dall’età (come d’altro canto è giusto che sia). Sappiamo però che vive a Gothenburg, città svedese dall’autorevole tradizione universitaria. Che il suo primo amore fu la pittura. Che ha studiato pianoforte, tanto da meritarsi un ingaggio nell’orchestra sinfonica cittadina. Che, ovviamente, sa leggere benissimo lo spartito, ma preferisce suonare a orecchio. Che nel ’96 è entrata in una band, gli Aquadays, in qualità di vocalist, ma se n’è andata dopo un paio d’anni perché alla fine quel che più gli interessava e gli interessa è interpretare le proprie cose. Più o meno in quel periodo s’innamora di Philip, assieme al quale acquista uno stabilimento in disuso per allestirvi pezzo dopo pezzo uno studio di registrazione, che diventa il suo quartier generale, l’ufficio dove ama applicare il celebre “metodo Nick Cave” alle intuizioni estemporanee catturate nel fido notebook. Un impasto di immediatezza e professionalità – “il mio è un lavoro artistico, ma è il mio lavoro”, ebbe a dichiarare – cui fa eco il programmatico doppio gioco delle composizioni: un’inquietudine per ogni incanto, strani tremori sotto la pelle fatata. Confezionando il tutto in splendida e fiera autarchia.

Non che ci fosse molto da suonare: chitarra, qualche tastiera, tamburelli e clap-hands, canto e controcanto sono gli ingredienti base, con poche variazioni. Tuttavia, in quell’inizio di millennio la scintilla tarda ad arrivare. Il gioco resta un gioco da tenere nel cofanetto dei vorrei-ma-non-posso. Finché, anno 2003, accade quel che più o meno simbolicamente provoca il cambio di marcia,: l’incontro con un cane vagabondo in una spiaggia spagnola. Quel cane diventa il suo cane nonché lo spunto per la ragione sociale dell’avventura solistica: El Perro Del Mar, dizione spagnola per “il cane del mare”. Tra il 2004 e il 2005 fioccano gli ep, licenziati in formato mp3 su cdr per la label svedese Hybris, poi raccolti in Look! It’s El Perro Del Mar (2006) per i tipi dell’inglese Memphis Industries.

Album piuttosto bello, a tratti bellissimo, parzialmente sconfessato da Sarah che si ostina a non considerarlo come il proprio esordio ma appunto la raccolta di quanto fin lì conseguito. Un fascino fragile e inquietante aleggia in ogni canzone, pochi accordi e soffice austerity, omeopatie folk-errebì tra nebbioline dolciastre e languido disincanto, una gelatina franca, irreale, semplice ma inspiegabilmente complessa, sorta di metalinguaggio che suggerisce meno accessibili e più cupi sconvolgimenti. Tu chiamalo se vuoi twee pop, ma occhio al ripieno intossicato! Ecco dunque fantasmi Beach Boys via Bee Gees in I Can’t Talk About It, festoni di carta velina ritagliati dai Belle And Sebastian nella saltellante It’s All Good, madreperlaceo struggimento Dead Can Dance a lambire la mestizia sbarazzina à la Apple In Stereo di Dog, quindi gli abbandoni soul-errebì (God Knows), assottigliamenti vocali quasi Kate Bush (The Loneliness), certi tremori imbronciati come la Cindy Lauper più malinconica (Sad). Una calligrafia sfuggente eppure incisiva, stato di apprensione assolto da pose accomodanti che consolano e quasi seducono, poco prima di spaesarti cogli indolenzimenti fiabeschi e l’implume psichedelia.

La ragazza è pronta a fare sul serio. Anche le frequentazioni iniziano a farsi “rumorose”,  Jens Lekman da una parte, José Gonzalez dall’altra, i Radio Dept nel mezzo, tipi diversissimi coi quali condivide tour fortunati, malgrado alla ragazza la dimensione live non sfagioli più di tanto. Intanto però stana i palchi di mezza Europa, straccia cuori in Brasile, gira gli States in lungo e in largo. E le nuove canzoni che gli formicolano in testa, premono per uscire, rendendo febbricitante l’attesa per l’agognato ritorno al nido-studio. Dove dare forma, covare. Infine, ed eccoci all’altro ieri, arriva il contratto con la Licking Fingers, l’etichetta dei Concretes. Quindi il secondo album From the Valley to the Stars, che se preferite potete considerare l’esordio vero. Impreziosito di effluvi orchestrali che glassano misteri sempre più obliqui, con le astrazioni vellutate a stemperare una scrittura sempre prodigiosamente vivida, voglia di pop che non conosce sforzo né quiete né serenità. Sarah, ninfa tenace dalla tenerezza marmorina, sembra prometterci che i trastulli sono appena iniziati. Bontà sua.

1 febbraio 2008
1 febbraio 2008
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