ZAPPA. Un osso duro
Vent'anni senza Effe Zeta

Dopo le celebrazioni nel ventennale della morte (4 dicembre 2013), il 27 maggio prossimo una giornata di studi alla Statale di Milano ricorda Frank Zappa a partire dalla sua “weirdissima”produzione audiovisiva. Qui di seguito un lungo excursus che vuole essere una finestra possibile su “Frank Zappa oggi”, un punto della situazione tra la rievocazione personale, l’aggiornamento bibliodiscografico e il racconto di eventi e concerti, tra perle musicali e pasticci familiari. Tutto nel segno del baffo & mosca – ancora oggi – meno compreso del rock. Ampia selezione di ascolti e video ai link (Grooveshark, Spotify, YouTube) e piccolo Zap-bignami (i “dieci dischi irrinunciabili”) in coda.

PARTE UNO | I was a teenage zappaphile

A 14 anni cominciavo a capire i Simpson (prima non mi piacevano). A 14 anni scoprivo il famoso complessino milanese (quando li avevo visti a Sanremo non mi erano piaciuti). A 14 anni mi ero fissato a registrare collage di suoni e rumori col computer di famiglia. A 14 anni mi sono fatto regalare dai compagni di classe il Dizionario del pop-rock Baldini & Castoldi (l’ha ripubblicato di recente Zanichelli), perché avevo deciso che non potevo continuare a essere così ignorante su una cosa così grande come la musica. Dentro c’era una scheda su un tizio chiamato Frank Zappa: “Ma che nome è?”. Di lui si parlava come di un alieno, il testo era firmato “John Vignola”, ma in realtà l’aveva scritto Marco Drago (questo lo avrei scoperto solo anni dopo, perché gli zappofili sono una setta e finiscono col conoscersi tutti, come i politici e i comici). A 14 anni sono passato dai fumetti alle riviste non-solo-di-fumetti e tra queste “Linus”, e il primo numero che ho comprato aveva dentro un articolo di Bertoncelli su Zappa e Varèse. A 14 leggevo Penthotal e ci trovavo dentro la citazione zappiana, leggevo Una matita a serramanico e scoprivo che Tamburini si ispirava a Cal Schenkel per i suoi topi junkie (per non dire della copertina con lo Zapperox). A 14 anni aprivo un libro sulla musica e ci trovavo dentro non dico il capitolo o la pagina dedicata, ma anche solo il nome “Zappa”. Una persecuzione, avevo lo Zeta detector. Aprivo la “Settimana Enigmistica” e ci trovavo lo “Strano ma vero” sui nomi dei suoi figli: Moon Unit, Dweezil, Ahmet Emuukha Rodan, Diva. A 14 anni ho sbattuto in tutti i modi contro questo Frank Zappa e sono andato nel negozio di dischi più “giovane” dei due esistenti nel mio paese – questo qui vendeva e vende anche souvenir (l’altro ha chiuso anni fa) – per ordinare Hot Rats (una statistica mai raccolta ma sicuramente veritiera mi dice che l’80% degli zappofili ha cominciato da lì). Vado, dico artista e titolo e il proprietario mi fa: “Zappa! Quello coi baffi come a Santana”. Ricordo quando ho scartato il cellophane che avvolgeva il green tinted jewel box (caratteristico dei CD Ryko) e ho sentito il disco per la prima volta a casa di un amico: “Sembra una discoteca di plastica viola”. Col tempo tutti i cerchi si sono allargati, e si sono chiusi. Scoprivo Zorn, e ci trovavo dentro cose “alla Zappa”? Bene, era naturale andare a scomodare l’unico essere umano sulla faccia della terra che aveva esplicitato il legame tra i due tanto da scriverci uno spettacolo, in cui suonava composizioni dell’uno e dell’altro. Guarda caso era italiano, per giunta di origini palermitane: era Giovanni Mancuso (che su Zappa scriverà poi addirittura un’opera, Obra Maestra, premiata come spesso capita qui da noi con una punizione: essere allestita con la direzione di Pippo Delbono). Mi interessavo alla critica musicale, cercando di leggerla e studiarla per imparare a farla? Uno degli articoli più interessanti che mi era capitato sott’occhio, sugli strafalcioni e i tic del linguaggio dei giornalisti, era di uno che, pure lui, era sia zappofilo che zornofilo: Marco Maurizi (sulla copertina del suo L’utopico e il mostruoso avrebbe voluto poi un mio scarabocchio dei tempi del liceo, una specie di Pachuco Zappa). Tutto si tiene. Strano ma vero.

Frank_Zappa_Settimana_Enigmistica_SA“Strano ma vero”

The Strambo Variations | Ha fatto bene Eddy Cilìa a bastonare gli zappofili, sulle pagine di “Blow Up” prima e del suo blog poi, dipingendoli come dei presuntuosi monomaniaci: lo sono – lo siamo – sul serio. Sono anche affetti da una specie di smania convertitrice, proselitistica, che ripropone in tutto e per tutto lo schema che lo stesso Zappa applicava ai suoi amici, ovvero il “Varèse test”: il ragazzino Zappa trascinava gli sventurati nel tinello di casa e, dopo averli allettati con dischi di rhythm’n’blues e doo-wop, sparava a palla l’orgia modernista di percussioni di Ionisation. Chi gradiva, bene, veniva accolto tra gli eletti tra mille allori. Chi non gradiva, magari sì restava ancora amico, ma un po’ meno di prima, perché non era poi così sveglio. Ecco, questa smania divulgatrice, propinatrice, che manco i Testimoni o i Facebookvegani, mi ha spinto quando avevo 18 anni – era il settembre 2004, erano già scoccati i dieci anni dalla morte di FZ – a infrattarmi tra le pieghe degli eventi estivi locali e strappare agli organizzatori una serata no-budget dedicata a Zappa (opportunamente, “Cheap Thrills”), in cui ciarlavo gasatissimo, tra lo spocchioso e il pudico, introducendo una selezione di ascolti da schiaffi (ho davvero messo a metà tracklist The Big Squeeze) e la proiezione di alcuni video (Does Humor Belong in Music?, frammenti da Baby Snakes e dal live degli Elio a Lugano, in cui rileggevano un paio di pezzi zappiani assieme a Ike Willis). Chi c’è dentro lo sa: quando scopri, quando “arrivi” a Zappa (io ci arrivavo dai Doors e dai Red Hot Chili Peppers) ti prende un sacro fuoco, perché scopri un universo parallelo, oltre lo specchio, quello di un musicista non certo infallibile, per carità, ma ricchissimo, sorprendente, sul serio one of a kind, e allo stesso tempo tutto fuorché “alternativo”, non necessariamente “difficile”, ma proprio “strano”, “altro”. Ricordo mio padre che faceva cucù dalla porta di camera mia mentre lo stereo suonava Lumpy Gravy o We’re Only in It for the Money e diceva: “Ma che ti ascolti, figlio mio?” (per poi confessare però che lui e il suo gruppo avevano avuto il famigerato poster con la tazza del cesso appeso in “sala prove”). Zappa è un artista capace di abissi di esagerazione e di kitschume programmatici spesso insondabili (Thing-Fish resta un oggetto da metabolizzare; 200 Motels bello eh, molto interessante, durava meno…), e altrettanto spesso irresistibilmente, disarmantemente divertenti: quei cambi di ritmo repentini (si sa che la comicità è tutta una questione di tempi), quelle melodie bislacche, quelle marimbe sali-scendi, quei pastiche stilistici, quelle citazioni e pseudocitazioni, quelle contraffazioni. Un artista gasante, nel senso proprio dell’ossido di diazoto. Il Capitano, per dire, è uno difficile, ma ha un suo rigore austero, monocromatico (tutt’al più seppiato), ha una sua eleganza, è il padre del post-rock versante post-hardcore, del pauperismo circense di Tom Waits, del blues cubista/surrealista, di tanta art-brut sonora, ha una sua strapazzata nobiltà, ti dà qualche appiglio. Zappa è proprio strambo, ma che roba è, e questo qua che c’entra, prende il doo-wop e ci schiaffa dentro Stravinskij, a un certo punto si è fissato coi suoni plasticosi, raramente è poetico, lirico, più spesso è proprio caciarone, sornionamente grottesco, è autoparodico, sotto le sue mani non si salva niente, manco e soprattutto le sue stesse composizioni, quasi sempre ti strizza l’occhio, ma tu riesci a capire dove sta ammiccando?, insomma non è uno “Serio”, un “Artista”, un “Intellettuale”. È un osso duro. E di chi è padre, poi, Zappa? Forse, suo malgrado, di certo ipertecnicismo da Berklee College, di certo prog (penso a Portnoy dei Dream Theater), di certo jazz-rock o certa fusion (penso a molti suoi alumni, penso a Steve Vai). Ha lasciato tante suggestioni, tante schegge, questo sì. Anzi forse soprattutto proprio l’idea di procedere per schegge. E su “Scheggia” si staglia gigante nel cielo di Cucamonga la scritta: “Postmoderno”. Termine abusato alla nausea, praticamente svuotato di significato, usato alla cazzo com’è, e che però per Zappa come per pochi ha un senso: non per il gusto della citazione e della parodia, non solo per quello, ma per un rapporto con il passato, da una parte, e con la sperimentazione, dall’altra, conciliato e conciliato proprio dall’idea di potere fare di entrambi un bacino di materiali da incrociare, da mischiare, da piegare alla propria idea di arte e di godimento estetico (sostanzialmente, di risata), costruendo un discorso leggibile a più livelli. Come a dire, da Tengo una minchia tanta a Questi cazzi di piccione, giusto per limitarci a due degli estremi possibili del continuum zappografico, in questo caso segnati – nobile stella polare – da quell’organo (senza corpo, direbbe Žižek) che tanto compare nell’immaginario, nei testi, nei titoli e nelle forme plastiche della musica, se non priapesca, sicuramente satirica (nel senso dei satiri lascivi e insidiosi del corteo di Bacco), del nostro. Bertoncelli, parafrasando Borges, ha detto che Zappa è stata una delle gioie della sua vita. E io ci metto la firma. Una volta ero in macchina con mia madre, ero ancora ragazzino, ma ero già infognato con la sua musica, avevo appena comprato un suo disco (40.000 lire, Tinseltown Rebellion) e mi ero messo ad ascoltarlo in cuffia con il lettore CD portatile (li chiamavano discman; esistono ancora?), accanto a lei, lato passeggero. Manco era cominciato ‘sto disco, che già ridevo a crepapelle, come uno scemo, inquietando mia madre che mi aveva chiesto “Ma che fai?”. Ecco, è musica che fa ridere quella di Zappa, prima di tutto e soprattutto questo (per la cronaca, a me fa ridere anche Naval Aviation in Art). It’s just entertainment, diceva lui.

edgard-varese-complete-worksIl “Varèse test”. Complete Works Of Edgard Varèse, Volume 1 (EMS, 1950)

PARTE DUE | Frank Zappa oggi?

Ma perché questo pippone un po’ sentimentale, un po’ critico, e in prima persona? Uno, perché, e lo sanno bene anche gli zappofili molto più seri di me, Zappa è sempre il tuo Zappa. Per parlarne, siccome pare sia una esperienza mistica, devi parlare in prima persona. E poi, due, perché il 4 dicembre 2013 erano vent’anni esatti dalla morte, e il 21 era quello che sarebbe stato il settantatreesimo compleanno, e del baffuto forse mai si era parlato così tanto qui da noi. Adesso, il 27 maggio 2014, alla Statale di Milano, un day hospital zappologico si staglia all’orizzonte (“Freak ZAPPing. Scorci su Frank Zappa”), incentrato sull’audiovisivo zappiano (attivo, ovvero i film fatti da FZ, come 200 Motels, e passivo, ovvero i documentari su FZ), con featuring doc come quelli, tra gli altri, di Franco Fabbri, di Giordano Montecchi e di Veniero Rizzardi. Dentro ci sono anche io, che porto i caffè e accendo il proiettore. Prendendo spunto da questa cosa, volevo fare un po’ il punto della situazione, sempre in prima persona; come a dire, parafrasando il titolo di uno dei più bei libri sull’uomo (curato da Gianfranco Salvatore nel 2000 per Castelvecchi), cos’è e dov’è Frank Zappa oggi. Ecco, che resta di Frank Zappa oggi? “Una settantina di dischi, molti dei quali doppi o tripli”, chiaro. “Un vuoto incolmabile”, forse sì, forse no. Il vuoto sicuramente c’è, ma – io la vedo così – soprattutto nel senso di un artista proprio ancora tutto da scoprire, non integrato da nessuna parte, tantomeno in nessun canone, pop o contemporaneo che sia. Zappa ininfluente, bomba inesplosa? È un paradosso, ma in fondo poi non così tanto. Per sua stessa colpa (tutta ‘sta roba dovevi fare, e tutta così?), per colpa del nerdismo degli zappofili (qui ampiamente messo in scena, direi), per la pigrizia di tutti gli altri (le dimensioni contano). Sarebbe interessante fare un’analisi dei contesti in cui ricorre l’aggettivo “zappiano”, per capire cosa è arrivato nell’immaginario collettivo di Frank Zappa. A vent’anni dalla morte, anzi, nei vent’anni dalla morte, di Zappa restano sicuramente le proskynesis sui social di quelli che postano tutti incolonnati Peaches en Regalia (che da un momento all’altro mi aspettavo una tweetbaruffa tra Emanuele Filiberto e Wu Ming). Restano le divulgazioni e le celebrazioni più o meno parziali (ma che ben vengano, sia chiaro, e anche solo a scadenza di calendario; diceva sempre il decano, meglio un gruppaccio che abbaia Sharleena in uno dei peggiori bar di Caracas, che una generazione di – aggiorniamo – Spotifyati che manco sa chi sia Zappa). Resta il premiatissimo – bellissimo, nella sua versione deluxe veneziana – documentario di Salvo Cuccia (Summer 82: When Zappa Came To Sicily, che, guarda un po’, racconta tutto in prima persona) sul mitologico, sventurato concerto palermitano dell’82 e sulla arricampata dei figli di Zappa a Partinico. Restano i libri freschi di stampa: quello curato da Paul Carr (Frank Zappa and the And, “the first academically focused volume exploring the creative idiolect of Frank Zappa”, per la gioia – colpetto di tosse – degli adepti della “Esemplastic Zappology”) e quelli di Alessandra Izzo (Frank e il resto del mondo), di Episch Porzioni (Delizie freak), di Stefano Marino (La filosofia di Frank Zappa), di Massimo Del Papa, su cui spenderò adesso due parole (anche – perché nasconderlo – per un affetto antico che, tra le altre cose, ha fatto sì che il logo del suo “Babysnakes” social sia un mio Paint-ritrattino di FZ).

FReak ZAPPing su FB“FReak ZAPPing: scorci di Frank Zappa”, Università degli Studi di Milano, 27 maggio 2014

Zappa en Del Papa | Massimo Del Papa lo conoscete tutti come il polemista ferro & fuoco degli anni del “Mucchio” settimanale e – oggi – delle polemiche contro lo stesso “Mucchio”, contro Max Stèfani e compagnia. I più attenti anche per i suoi reading assieme a Paolo Benvegnù, oltre ovviamente che per i suoi articoli. Massimo ha le sue asperità e, dicono gli informati, averci a che fare non è facile. E però è sempre mosso da passione vera, genuina, bruciante, non incanalabile. Bene, il libro di Massimo l’ho letto col piglio con cui probabilmente è stato scritto: tutto d’un fiato, forsennatamente, in flusso di coscienza, di notte. Massimo ha fatto un po’ come Ben Watson (nel suo fondamentale, mai tradotto in italiano, The Negative Dialectics of Poodle Play), ha filtrato Zappa con i suoi miti e riferimenti, che quindi non sono Rabelais e T. W. Adorno, ma Carmelo Bene, Lucio Battisti, Giorgio Bocca, Dr. House, Mohammed Alì e Renato Zero. Il libro di Massimo è in a hurry, ci sono errori di stampa, ci sono distrazioni che al tribunale degli zappofili parranno da pubblica gogna (quando citi le sigarette di Zappa non puoi dire Marlboro, ma sempre e solo Winston rosse), eppure c’è una lucida, lucidissima, per quanto a tratti disordinata (e parimenti tagliente), analisi dell’uomo e della sua musica, con illuminazioni notevoli su quel quid che essa e solo essa possiede. E’ un pamphlet, il suo bersaglio non è ovviamente FZ (che però alla bisogna – e quindi, semplificando, sul lato umano e nel rapporto coi musicisti – è bastonato adeguatamente), ma il pubblico che applaude sempre e solo per il motivo sbagliato. Insomma, questa dovrebbe valere come mia recensione positiva di Zappa en Regalia: vita complicata di un genio (uscito il 4 dicembre 2013 su Smashwords), fatevela bastare e controllate di persona.

Ben_Watson_Negative_Dialectics Dedica di Ben Watson su una copia del suo The Negative Dialectics of Poodle Play

Italian Mutations | Continuando con quel che resta di Zappa, resta la linfa vitale della zappofilia e della zappologia, con tutto il patologico che queste due parole lasciano intendere. Sono stato al “Frank Zappa Memorial Barbecue”, il 3 dicembre 2013, a Milano, alla Fabbrica del Vapore, organizzato da Michele Pizzi, autore di Frank Zappa for President (libro che riesce nel miracolo di sviscerare la parte meno importante – a detta dello stesso Zappa – della sua musica, ovvero i testi; lo trovate recensito qui). Ed è stata una festa di nerdismo sfrenato, con disordinata selezione musicale e video, a ben vedere soprattutto una scusa per incontrarsi (chi si era, fino a quel momento, solo chattato o mailato) o re-incontrarsi (i veterani zappofili già rete prima della rete, con in mezzo quella che fu “Debra Kadabra”) e parlare. Vedere e toccare picture discs e altri cimeli pazzeschi (tipo lo Zappa Paraphernalia approntato da Roberto Zucconi nel 1994), vedere i bei disegni a tema di Giorgio “Moltitudo” (un po’ Bacilieri, un po’ Clowes) e quelli a lui donati da big ones come Silvia Ziche, Paolo Bacilieri (appunto), Massimiliano Frezzato e Tanino Liberatore. Vedere l’esibizione del duo Inventionis Mater, che riesce nel miracolo di riarrangiare per chitarra classica e clarinetto ed eseguire in maniera convincente e avvincente pezzi del repertorio zappiano noti per la loro difficoltà tecnica (Zomby Woof, per esempio). Ecco, al di là delle sbarre tirate su da Gail Zappa, che nell’ambiente tra il serio e il faceto chiamano “L’innominabile” (giusto per capire in che considerazione si tenga la sua gestione del lascito del marito, diciamo tutto fuorché oculata e diciamo pure uno sfacelo, tra mille operazioni-minchiata – ci stiamo arrivando – e qualche perla rara, per non dire appunto delle restrizioni folli imposte a chi voglia suonare o anche solo studiare la musica di FZ), oltre Gail quindi, restano proprio le cover band. Una vecchia compilation chiamata Frank You Thank!, in due volumi, ne infilava le principali italiane e, tra cose trascurabili e cose notevoli (ricordo l’Orchestra Spaziale di Giorgio Casadei e gli Ya Hozna, e c’era ovviamente Sandro Oliva, che con gli ex Mothers – i Grandmothers – ci ha suonato e ci suona), spiccava una band di poco più che bambini chiamata Ossi Duri, impegnata in una versione kindergarten di Take Your Clothes Off When You Dance. Gli Ossi Duri, da Givoletto (Torino), capitanati dai fratelli Bellavia, Martin chitarrista, Ruben batterista, figli d’arte, sono cresciuti, ma sono ancora decisamente giovani, e sono oggi tra le più accreditate cover band zappiane, collaborano regolarmente con Elio e con il cantante-chitarrista zappiano di fine anni Settanta/fine anni Ottanta Ike Willis, ovvero il Joe del Garage e Thing-Fish himself.

Inventionis_Mater_SA Inventionis Mater al “Frank Zappa Memorial Barbecue”, Fabbrica del Vapore, Milano, 3 dicembre 2013 (dietro, Michele Pizzi)

Too much fish: Ossi Duri & Ike Willis | Gli Ossi hanno lanciato un fundraising su Musicraiser per finanziare l’uscita simultanea di tre dischi, uno di inediti, uno in cui rifanno classici del pop (e quindi anche del prog, c’è Luglio, agosto, settembre (nero) degli Area) italiano anni Settanta e uno di cover zappiane, e hanno festeggiato il traguardo raggiunto con una serie di concerti, l’ultimo dei quali si è tenuto il 18 dicembre 2013 a Milano, ospite Elio. Io sono stato a quello, in casa, al Lapsus di Torino, del 6 dicembre 2013, ospite Ike Willis. Sotto palco un piccolo ma tenacissimo zoccolo duro di giovanissimi intenti a cantare ogni singolo pezzo, gli Ossi hanno proposto qualche pezzo autografo e si sono poi lanciati in una lunga rilettura di classici zappiani, particolarmente sul versante rock-blues così naturalmente congeniale a Willis. Soldi facili è un crossoverone alla Rage Against the Machine, Mozzarella trafelata un collage prog di pastiche stilistici, Heavy Dente, con già Ike sul palco, accompagna le spericolatezze del testo (e dei suoi avverbi) tra il reggae e il punk. Come si capisce dai titoli (e dal fatto che nei dischi ospitino il nume tutelare Freak Antoni), forte è la vena demenziale e giocosa dei Nostri, e non potrebbe essere diversamente. All’inizio un po’ strascicato, più che per l’età (58), per la quantità di pesce assunta a cena, se la secret word for tonight è “Too much fish” (un’altra parola, protagonista di alcune delle routine di “lyrics mutanti” più divertenti, sarà K-bab), Ike si accende quando si entra nel vivo del repertorio che, tra dischi e live, fu il suo. Dopo Honey Don’t You Want a Man Like Me?, arrivano Cosmic Debris, Caroline Hardcore Ecstasy e tutta una lunga sequenza da Joe’s Garage, con Stick it Out, una strepitosa Packard Goose, una intensissima Why Does it Hurt When I Pee?, e una Keep it Greasy arrangiata a metà tra le versioni live del ‘78 (altezza Whe Don’t Mess Around) e quella – temibile – del disco. Fino ai picchi di intensità di Outside Now (forse la Zap-canzone di Willis, che ne fece una delle versioni più belle di sempre con la primissima apparizione dei Banned from Utopia, ancora Band from Utopia, nel 1994, all’indomani della scomparsa di Zappa) e il dittico The Son of the Orange County e More Trouble Every Day. Il bis spetta a una esplosiva Andy. Non appena si è scaldato e ha digerito il pesce, Willis è sì rimasto sornione, ma ha cantato come sa, meno incisivo dei tempi d’oro (o anche delle rendition più recenti viste sul Tubo), ma divertendosi, divertendo, e regalando un paio di assoli veramente intensi. Gli Ossi tecnicamente sono eccellenti; non essendo competente di nessun altro strumento, non dico nulla sugli altri, ma spendo due parole, diciamo con spirito solidale da ex pseudo-proto-batterista su Ruben. Strepitoso: spero di fargli un complimento dicendo che ne ho intuito il piglio colaiutiano, soprattutto nel modo di intendere l’approccio ai tempi dispari e nell’assottigliare indefinitamente la distinzione tra accompagnamento e assolo, con un profluvio di spezzettamenti e momenti suonati “contro” entusiasmante e mai invadente, per quanto pure prominente.

Ike_Willis_Ossi_Duri Ike Willis con gli Ossi Duri sul palco del Lapsus, Torino, 6 dicembre 2013

PARTE TRE | 2004-2014: dieci anni di ZFT

Non tutto il Gail e lo Zappa Family Trust vengono per nuocere. Qualcosa si salva. Qui di seguito, le fast reviews delle principali pubblicazioni zappiane degli ultimi dieci anni. Con l’implicito che si tratta quasi sempre di roba per hardcore fanatics only (sono materiali d’archivio, sia in studio, che dal vivo). I voti sono espressi in una scala di stellette, in omaggio al vecchio Dizionario del pop-rock, che va da * a ***** (ma le cinque stelle non le trovate). Per qualsiasi approfondimento, si rimanda al fondamentale “Information is Not Knowledge” (“Globalia”, per gli amici), sito di riferimento dal 1998, gestito da Román García Albertos.

Frank_Zappa_Wazoo_SA Frank Zappa, Wazoo (VAULTernative, 2007). L’immagine è un dipinto a olio di Christopher Mark Brennan, Mundo Invisible (2003)

Joe’s Corsage (VAULTernative, 2004) | ** | Link Grooveshark | Compilata da Joe Travers (ovvero il “Vaultmeister”, il custode degli archivi di casa Zappa), è praticamente una raccolta di demo di alcune love songs che sarebbero poi finite su Freak Out!. Siamo intorno al ’65, la band si chiama ancora Soul Giants, e in alcuni pezzi alla chitarra c’è ancora il futuro Canned Heat, Herny Vestine. Le rendition, molto folk e flower power nella loro asciuttezza, sono vivaci, ascoltarle è un piacere e c’è anche qualche chicca per filologi zappiani. Ma non si va oltre.

quAUDIOPHILIAc (Barking Pumpkin/DTS, 2004) | ** | Link Grooveshark | DVD audio da ascoltare in quadrifonia, con brani (per lo più strumentali già noti) registrati o remissati da FZ tra il ’70 e il ’78 in multichannel surround. Suono spettacolare, ma solo gli inediti Rollo (composizione jazz-rock-prog orchestrale già nota come sezione della Yellow Snow Suite), Chunga Basement (embrione di Chunga’s Revenge) e Basement Music #2 (tra i primi esperimenti elettronici di Zappa) possono giustificare l’acquisto.

Joe’s Domage (VAULTernative, 2004) | ** | Link Grooveshark | Ricavato da una cassettina contenente frattaglie di prove in studio della formazione Petit Wazoo del ’72, versione ridotta della Grand Wazoo (ancora cospicua la sezione fiati, con Tony Duran alla slide e Jim Gordon alla batteria). Materiali tra Waka Jawaka e la megasuite Greggery Peccary (pezzi noti vengono maliziosamente rinominati). Molto parlato, qualità audio non eccezionale, eppure interessantissimo per sbirciare dietro le quinte e calarsi appieno nel metodo-Zappa.

Joe’s XMASage (VAULTernative, 2005) | ** | Link Grooveshark | Materiali ’62-’65 pre-Mothers, Cucamonga era e dintorni, tra audio vérité, stupid songs e underground lollipops. Alcune sovrapposizioni con Mystery Disc, come in GTR Trio, esercizio da cui poi sarebbe venuta fuori la perla sbilenca Bossa Nova Pervertamento.

Imaginary Diseases (Zappa Records, 2006) | *** | Link Grooveshark | Ancora estratti live dell’orchestra elettrica Petit Wazoo, ottobre-dicembre ‘72. Tre rock-blues e un funk-blues d’occasione, Rollo, ma soprattutto la lunga e articolata Farther O’Blivion, che ingloba frammenti da Greggery Peccary e Be-bop Tango, reperibile prima solo sul bootleg – poi ufficializzato nella serie Beat the BootsPiquantique.

Trance-Fusion (Zappa Records, 2006) | **** | Link Grooveshark | Annunciato da anni, già reperibile su bootleg, il terzo guitar solo album compilato da FZ, concentrato sulle tournee dell’84 e dell’88, con due puntate a fine Settanta. Oltre ai soli estratti da brani noti, anche una Chunga’s Revenge e una jam improvvisata (Bavarian Sunset) assieme a Dweezil. FZ fa sempre la differenza, anche quando allunga troppo il brodo o si addentra nel cervellotico spinto, con i suoi motivetti geniali e uno stile sempre vario eppure personalissimo, che passa in rassegna blues, funky, reggae, fino al quasi-metal.

AAAFNRAA–Birthday Bundle (Zappa Records/i-Tunes, 2006) | mezza stelletta | Link iTunes | Pasticciaccio brutto in casa Zappa. Disco in esclusiva per iTunes, mischia versioni inedite di brani di FZ a prove dei suoi figli. Per quel che ci interessa, una Tryin’ to Grow a Chin insolitamente lenta e scarna, una Dead Girls of London e una You Are What You Is carine.

The MOFO Project/Object (Zappa Records, 2006) | ** | Link Grooveshark (4-disc version) | (2-disc version) | Ancora pasticci. Celebrazione del quarantennale di Freak Out! in doppio formato, un quadruplo e un doppio (Fazeedoh edition) CD, con l’assurdo che quest’ultimo dovrebbe essere un condensato del primo e invece contiene sette pezzi “in esclusiva”. Versioni senza voce, versioni alternative, remix del ‘70 e dell’87, prove e dialoghi di studio, frammenti d’intervista (non tutti d’epoca). Gli zappofili che hanno prenotato per tempo il cofanettone si ritrovano il nome stampato nel booklet. Le cose più interessanti sono la stupid song – inedito assoluto – Groupie Bang Bang e cinque pezzi dei Mothers dal vivo al Fillmore Auditorium di S. Francisco (anche se in esecuzioni un po’ buttate lì).

Buffalo (VAULTernative, 2007) | **** | Link Grooveshark | Doppio CD per il concerto del 25 ottobre ‘80 a Buffalo (NY), formazione con Steve Vai e Vinnie Colaiuta. Repertorio di classici fine Settanta-primi Ottanta, audio cristallino, performance eccezionale. Molti pezzi al fulmicotone, in particolare una Keep It Greasy semplicemente da urlo.

The Dub Room Special! (Zappa Records, 2007) | zero stellette | Link Grooveshark | Estratti dal concerto per la KCET TV di LA, 27 agosto ‘74 (lo stesso che fornì molte basic tracks per l’album One Size Fits All) e da quello, trasmesso da MTV, al Palladium di NY del 31 ottobre ‘81. Delitto: Montana, in una delle migliori versioni di sempre, viene privata del suo solo di chitarra. Il video omonimo, con gli stessi materiali, era stato da poco ripubblicato su DVD (qui su YouTube): perché farne anche un CD?

Wazoo (VAULTernative, 2007) | **** | Link Grooveshark Wazoo (Disc 1) | (Disc 2) | Doppio CD per il concerto del 14 settembre ‘72 a Boston, formazione Grand Wazoo. Repertorio jazz-rock-prog di lusso: Appoximate sovrapposta a The Purple Lagoon, tutto Greggery Peccary e una embrionale Regyptian Strut sotto il nome di Variant I Processional March.

One Shot Deal (Zappa Records, 2008) | *** | Link Grooveshark | Strana collezione di inediti, soprattutto live, ’72-‘79, con una puntata nell’81. Eppur funziona. Un paio di jam, un paio di esecuzioni orchestrali, il solo originale di Toad O’Line/On The Bus (poi xenocronizzato su Joe’s Garage), il Solo from Heidelberg già sulla rara cassetta allegata a “Guitar World” nell’87.

Joe’s Menage (VAULTernative, 2008) | ** | Link Grooveshark | Estratti dal concerto del 1 novembre ‘75 a Williamsburg, Virginia. Testimonia il veloce passaggio nelle fila zappiane della sassofonista e cantante Norma Jean Bell. Pezzi del periodo e ripescaggi Mothers, come una Take Your Clothes off when You Dance che torna alle sue origini bossa (vedi The Lost Episodes) in una rilettura reggae-latin. Ricavato da una cassetta, qualità audio non eccezionale, tanto che in una Zoot Allures dilatatissima a un certo punto l’audio “va e viene”.

AAAFNRAAA–Birthday Bundle 21.Dec.2008 (Zappa Records/i-Tunes, 2008) | mezza stelletta | Link iTunes | Seconda release per questa specie di family-project allargato. Un po’ meglio della prima, ma non ci voleva molto. Sul versante FZ: la versione spintamente disco, dal dodici pollici originale, di Dancin’ Fool, il solo Ancient Armaments (prima uscito solo come lato B del singolo I Don’t Wanna Get Drafted) e una cover dalla tournee ’88 (America the Beautiful) che pesca nel passato remoto dei Mothers. Sono usciti altri volumi della serie. Quello del 2010 si apre con Talib Kweli che massacra Willie Pimp. Basta?

The Lumpy Money Project/Object (Zappa Records, 2009) | *** | Link Grooveshark | Recensione su SA

Philly ’76 (VAULTernative, 2009) | *** | Link Grooveshark (Disc 1) | (Disc 2) | Recensione su SA

Greasy Love Songs (Zappa Records, 2010) | *** | Link Grooveshark | Recensione su SA

“Congress Shall Make No Law…” (Zappa Records, 2010) | zero stellette | Recensione su SA

Hammersmith Odeon (VAULTernative, 2010) | *** | Link Grooveshark | Recensione su SA

Feeding The Monkies At Ma Maison (Zappa Records, 2011) | ** | Link playlist su YouTube | Praticamente l’anello mancante tra Jazz from Hell e Civilization Phaze III. Si tratta di lunghi brani per Synclavier tra il meditativo e l’inquietante. Due inediti assoluti (primo e ultimo brano) e in mezzo early versions di brani poi finiti su CPIII o già smangiucchiati altrove (Worms From Hell era stato usato come sigla per il VHS Video from Hell). Sicuramente interessanti, ma pur sempre work in progress degli esperimenti home studio notturni di FZ.

Carnegie Hall (VAULTernative, 2011) | *** | Quadruplo CD per documentare i due show del 31 ottobre ’71 al Carnegie Hall, NY (con tanto di supporting act, ovvero i Persuasions, specializzati in performance a cappella). Il repertorio è quello della vaudeville band con Flo & Eddie, tra ripescaggi Mothers (King Kong), Peaches e pezzi specimen del periodo (come la lunga Billy the Mountain).

Paul Buff Presents The Pal And Original Sound Studio Archives (Crossfire Publications, 2011) | 20 – v-e-n-t-i – dischi che raccolgono – molte? tutte? – le produzioni realizzate nel Pal Studio di Paul Buff a Cucamonga (poi rilevato da FZ e ribattezzato Studio Z) e in cui FZ compare come collaboratore sotto diverse vesti: autore, arrangiatore, ingegnere del suono, musicista, cantante. È un’abbuffata di demo, gag, canzoncine surf, doo-wop e r’n’b, tra cose note (su bootleg come Cucamonga, The Cucamonga Years, Rare Meat), chicche sparse e brani giustamente dimenticati dalla Storia.

Understanding America (Zappa Records/UMe, 2012) | * | Link Spotify | Doppio CD che raccoglie lo Zappa “social commentator”, in sovrapposizione/sostituzione della vecchia raccolta Have I Offended Someone? (1997), che ne intendeva condensare lo spiritico politically uncorrect. Abbuffatona monodimensionale.

Road Tapes, Venue #1 (VAULTernative, 2012) | *** | Doppio CD che inaugura una nuova serie di live d’archivio, con un concerto a Vancouver del 25 agosto ’68. Classico concerto Mothers fine anni Sessanta, con pezzi da Freak Out! a Uncle Meat per lo più in versioni strumentali-cameristiche, improvvisazione, Octandre di Varèse e King Kong a chiudere.

Finer Moments (Zappa Records/UMe,2012) | *** | Link Spotify | Doppio CD per una compilation di “bei numeri” approntata da FZ e rimasta come chissà quante altre cose nel cassetto. Soli, gag in studio, ma soprattutto ritagli di conducted improvisation, altezza ‘67-‘72. Nonostante sia una raccolta di frattaglie varie (e ci siano pezzi già editi altrove), ha una sua organicità e l’ascolto offre momenti molto interessanti.

AAAFNRAA–Baby Snakes–The Compleat Soundtrack (Zappa Records, 2012) | zero stellette | Link iTunes | Considerando che esiste il DVD di cui questo rappresenta letteralmente l’estratto audio, mi piace considerarla l’ennesima marachella di Gail e compagnia.

Road Tapes, Venue #2 (VAULTernative, 2013) | *** | Link Grooveshark | Doppio CD sintesi dei concerti del 23 e 24 agosto ‘73 a Helsinki. Siamo tra il concerto svedese dello stesso anno reperibile su video bootleg (anche su YouTube) e parzialmente finito su Piquantique, e il live dell’anno successivo sempre a Helsinki (YCDTOSA #2, 1988, uno dei migliori di sempre). Il repertorio è un tour de force di strumentali prog-funk funambolici altezza Roxy & Elsewhere & dintorni (ma c’è anche Brown Shoes), con Ian Underwood al synth e Jean-Luc Ponty al violino, in rendition forse meno fresche rispetto alle versioni svedesi, meno chirurgiche rispetto a quelle di Helsinki ’74.

A Token Of His Extreme Soundtrack (Zappa Records, 2013) | –1 stelletta | Valga lo stesso discorso di cui sopra per Baby Snakes. E poi: perché manca Approximate? Gail! (con lo stesso tono con cui il rettore cazzia la Fraternità Robotica in Futurama).

Joe’s Camouflage (VAULTernative, 2014) | *** | Link Grooveshark | Ritagli agosto-settembre ‘75 – non ci è dato sapere registrati esattamente dove – selezionati da Travers e Gail che testimoniano il passaggio nelle file zappiane di Robert “Frog” Camarena (chitarra e voce) e Novi Novog (tastiera, voce, viola): una formazione che non arrivò mai sui palchi. Sono prove in studio, ricavate spesso da cassette, per testare early – ma veramente early – versions di pezzi del periodo (sentire Honey e Illinois, per esempio). Sorprendentemente, è un documento interessantissimo e frizzante, anche se sempre e solo per FZ HC fanatics only.

Roxy By Proxy (Zappa Records, 2014) | ? | Oggetto – del contendere – che mette a nudo la frizione tra qualità dei materiali (stellare) e intenzioni di chi si trova a gestirli (cattivissime). La Zappa Records produce questo che è un audio sampler di quello che è ormai diventato il Sacro Graal dello Zappa fandom (un DVD multiplo intitolato The Roxy Performances, l’integrale di 4 ore dei concerti del dicembre ’74 al Roxy di LA da cui sarebbe venuto fuori Roxy & Elsewhere) e allo stesso tempo lo Zappa Family Trust cerca 1000 fan disposti a pagare 1000 dollari a testa per avere a casa propria un “Authentic Zappa Master Recording”, che consentirebbe loro di stampare e vendere tutte le copie che vogliono del disco (di cui, in pratica, i fan diventerebbero co-produttori e co-distributori). L’obiettivo di Gail è racimolare il milione di dollari (!) necessario per pubblicare finalmente il famoso multiplo DVD (i 1000 fan ne diventerebbero gli sponsor). Bene, Gail c’è riuscita? Il DVD uscirà? Non è dato sapere. Se questo assurdo, che ha giustamente scandalizzato ogni Zappa fan dotato di buon senso (“Glide Magazine” ha definito l’operazione “ridicola”), è quello che è necessario affrontare per vedere e sentire The Roxy Performances, è vero che The Ocean Is the Ultimate Solution. In tutto ciò, nel dicembre 2013 (quando in teoria avrebbe dovuto essere pubblicato il famoso The Roxy Performances), è comparso su iTunes un breve video, venduto a 2 dollari, presentato come “a documentary of the making of a recording and performance of Cheepnis”. Non ci si capisce più niente. Sicuramente gestire il patrimonio musicale e mediale di FZ non è cosa facile e, in ogni caso, Gail e lo ZFT hanno animato iniziative belle come Zappa Plays Zappa, ovvero Dweezil, l’ex Zappa sideman Napoleon Murphy Brock e alcuni nuovi talentuosi musicisti (tra cui Joe Travers alla batteria) che portano in giro la musica di Frank. Sono stati coinvolti in prima persona nella realizzazione del documentario di Cuccia. Hanno assicurato la continuità del catalogo di FZ vendendo i diritti delle ristampe CD, ormai scaduti per la Rykodisc, alla Universal (molte ristampe, peraltro, sono anche remaster) e aprendo al digitale. E però: oltre al pasticcio grande delle pubblicazioni raffazzonate o inutili, oltre alla tela di Penelope del Roxy affaire (o di altri delayed album come The Rage & The Fury, le riletture di Varèse patrocinate da FZ), c’è ancora qualcos’altro, qualcosa di più sottilmente creepy. Nel 2011 la Zappa crew ha pubblicato Bat Chain Puller, il lost album per antonomasia di Captain Beefheart. Nell’aprile 2013 ha rimasterizzato e ristampato il diamante nero Trout Mask Replica. È saltato fuori che nel 2012 Gail abbia richiesto l’acquisizione dei diritti sul nome “CAPTAIN BEEFHEART” e sia attualmente in attesa dell’approvazione finale. Secondo Gary Lucas – sì, gli abbiamo rotto le scatole per sapere la sua opinione – è difficile che Gail riesca a spuntarla. In ogni caso: Grillo voleva brevettare “DIO”. Gail, tu a situazionismo come stai messa?

Frank_Zappa_Roxy_By_proxy_SA Zappa / Mothers, Roxy by Proxy (Zappa Records, 2014)

PARTE QUATTRO | Dieci dischi coi baffi

L’arbitrarietà delle poll, delle shortlist, delle top, dei canoni eccetera a numero chiuso viene fuori in tutta la sua prepotenza se si tratta di dovere scegliere numero ‘x’ di dischi di Zappa “per cominciare”, a rappresentarne le diverse direzioni condensate nell’immenso opus (con la paradossalità aggiunta della profonda unità di fondo di quest’ultimo – la chiamano continuità concettuale). Un numero vale l’altro e allora ci arrestiamo al più classico dei classici. Con la consapevolezza che questo elenco di dieci dischi, in ordine sparso, ma secondo un criterio di alternanza democratica, taglia fuori cose clamorose in senso assoluto o comunque essenziali per la conoscenza dell’oggetto-Zappa come The Torture Never StopsBlack Napkins e Zoot Allures (dall’omonimo album), Inca Roads (da One Size Fits All), Bobby Brown, City of Tiny Lites e Yo’ Mama (da Sheik Yerbouti), Brown Shoes Don’t Make It (uno dei picchi precoci di Zappa, da Absolutely Free), la unpredictable smash hit Valley Girl (da Ship Arriving Too Late to Save a Drowing Witch), Sinister Footwear II (da Them or Us), The Dangerous Kitchen (da The Man from Utopia), Put a Motor in Yourself e N-Lite (capolavori austeri da quel catafalco mastodontico che è Civilization Phaze III), per non dire dei gioiellini sparsi nella vaudeville band con Flo & Eddie (per esempio, Sharleena), dell’intero Lumpy Gravy (il disco più scopertamente sperimentale di FZ, a partire dal formato, due lunghi brani collagistici) o delle testimonianze live (da Roxy & Elsewhere, alla abbuffata della serie celebrativa You Can’t Do That on Stage Anymore, al guitarama di Shut Up’n Play Yer Guitar).

zappa lather cofanetto MUCCA JPG

 Frank Zappa, Läther (Rykodisc, 1996)

Läther (1996) | Link Spotify | Triplo CD edito nel 1996 che riproduce il progetto ideato da FZ a fine anni Settanta e finito spalmato, per imposizione della odiatissima Warner Bros., su 4 diversi album (Zappa in New York, Studio Tan, Sleep Dirt, Orchestral Favorites). Ampiamente bootlegato anche perché integralmente trasmesso per radio da Zappa, per ripicca. C’è tutto lo Zappa post-freak e pre-Synclavier, in pratica. Non è cosa da poco. Inoltre, l’alternanza degli elementi e la loro giustapposizione e orchestrazione conferiscono valore aggiunto ai singoli materiali, di per sé raramente meno che entusiasmanti. Ristampato nel 2012 con una copertina differente (Zappa con la faccia ricoperta da schiuma da barba).

Uncle Meat (1969) | Link Spotify | La fantasmagorica summa del primo Zappa, quello dei Mothers of Invention, quello freak, quello “anarchico”. Non a caso è da sempre uno dei dischi fissi nella elitarissima, idiosincratica super top di Piero Scaruffi. C’è la follia dada e c’è il rigore cameristico, c’è il jazz (la lunghissima suite King Kong) e ci sono le underground lollipops in odore di un doo-wop risciacquato in rivoli underground. Il tutto montato ad arte. Da godere di pancia, nel suo lucido furore musicoclasta e, cervelloticamente, nei suoi turgidi intarsi geometrici (vedere la copertina).

Over-Nite Sensation / Apostrophe (‘) (1973, 1974) | Over-Nite su Spotify | Apostrophe su Spotify | Due dischi impossibili da separare: nascono dalle stesse session e sono stati canonizzati unitariamente, tra reissue superdeluxe (placcate oro 24 carati) e documentari della serie Classic Album. Questo, che è il primo Zappa “commerciale” e “canzonettaro”, a presa rapida, è anche uno Zappa cesellatissimo, stratificato, generoso e – soprattutto – profondamente zappiano. È un prog-funk-pop (con venature hard che anticipano l’epifania Steve Vai) compatto, eppure pieno di anse, di dettagli golosi (sempre la copertina), innervato da quelle marimbe, da quei motivetti, da quegli avviluppamenti e spezzettamenti ritmici che sono solo zappiani.

Hot Rats (1969) | Link Spotify | Recensione su SA

We’re Only in It for the Money (1968) | Link Spotify | La satira della psichedelia, del flower power, degli hippie e del Movement in presa diretta. A partire dalla copertina – interna, nel vinile originale – che prende per il culo quella del Sgt. Pepper’s (con la complicità di Jimi Hendrix). Il disco è un’unica, travolgente valanga di frammenti senza soluzione di continuità, di canzonette, jingle, gag sonore, parodie (Flower Punk è una Hey Joe geneticamente modificata), sfottò, voci pitchate, momenti sperimentali (legati a doppio filo all’immediatamente precedente Lumpy Gravy). Troviamo qui uno dei rari momenti lirici della produzione zappiana, la elegiaca Mom & Dad. Un documento storico, nonché un fantastico bordello.

Joe’s Garage (1979) | Link Spotify | Due volumi, di cui il secondo doppio (Act I e Acts II & III), pubblicati a pochi mesi di distanza. Zappa va avanti come un trattore rinnovando il proprio linguaggio (il disco è completamente diverso da Sheik Yerbouti, altro lavoro importantissimo, uscito solo pochi mesi prima) e chiude i Settanta già catapultato negli Ottanta. Con finalmente a disposizione uno studio di registrazione tutto suo (lo Utility Muffin Research Kitchen ricavato nella taverna sotto casa), partorisce un concept fantasticamente pretestuoso (un “Central Scrutinizer” vieta la musica e il povero chitarrista Joe ne passa di cotte e di crude) per sperimentare montando assieme, parimenti, nastri e musicisti: è la “strana sincronizzazione” della xenocronia, che fa jammare assieme parti neppure pensate per essere messe assieme, suonate da musicisti che non hanno mai interagito. È uno Zappa ipertecnico, algido (ma capace di aperture “romantiche” come Lucille Has Messed My Mind Up, Outside Now e Watermelon in Easter Hay), sempre più innamorato dei turnisti (“l’animale poliritmico” Vinnie Colaiuta), che comincia a sognare il Synclavier – Nondimeno affascinante.

Freak Out! (1966) | Link Spotify | Uno dei primi doppi e uno dei primi concept della storia del rock, nettamente diviso tra stupid songs che parodiano il pop, e in particolare le love songs dell’epoca, dandone una rendition deformata e grottesca, e pezzi programmaticamente sperimentali e rumoristici. A fare da cerniera tra le due parti, le illuminazioni weird annidate nel formato canzone di Who Are the Brain Police? e Help I’m a Rock. Importante come documento storico e perché contiene in nuce molti elementi della cosa-Zappa.

You Are What You Is (1981) | Link Spotify | Da tempo sostengo che quello anni Ottanta sia, tra i tanti Zappa, quello più difficile da digerire. Per la discontinuità qualitativa dei dischi, per la forma-canzone adottata (che mischia easy listening, black music, musical e heavy metal in strutture complesse), per il suono: un suono plasticoso, chiusissimo, ottuso (basti dire che Chad Wackerman, batterista del periodo ’81-‘88, usava pad e Rototom). E se in almeno tutti i dischi del periodo si annida qualche chicca, non è però facile sceglierne uno che sia, allo stesso tempo, un disco rappresentativo e un buon disco in assoluto. La scelta allora non può che cadere su YAWYI: un lungo carnevale di pop colorato, farsesco e studiatissimo, che è anche l’ennesimo statement politico del Nostro (le solite stoccate a religione, politica, music biz e i soliti affondi a base di sessualità perversa). Unico disco della zappografia in cui la batteria è suonata interamente dal versatile David Logeman (già su Fine Girl e Easy Meat, da Tinseltown Rebellion, sempre 1981). Il videoclip della title-track mostrava un sosia di Reagan friggere sulla sedia elettrica e per questo fu bannato da MTV.

Jazz From Hell (1986) | Link Spotify | Il disco con cui FZ presenta al mondo compiutamente (c’erano state avvisaglie su Thing-Fish e c’era stato il travestimento carpiato – il non-travestimento – di Francesco Zappa) i suoi smanettamenti ossessivi con il Synclavier, un costosissimo early digital, polyphonic, sampling system. È un disco animato da un modernismo così lanciato, programmatico, meccanico, luccicante (sembra di ascoltare frammenti da un Uncle Meat o un Hot Rats futuristici), da non potere non apparire oggi datato. Pezzi iperdinamici come Night School, la forsennata G-Spot Tornado o l’assalto di Massaggio Galore convivono con brani cupi, insinuanti, ansiogeni, inquietanti (The Beltway Bandits, While You Were Art II, la title track, Damp Ankles) – tutti cervellotici – e con uno splendido assolo di chitarra catturato dal vivo (St. Etienne, come a dire, forse, che c’è ancora posto per l’uomo oltre la macchina).

The Yellow Shark (1993) | Link Spotify | Alla fine – di tutto (è questo l’ultimo album pubblicato con FZ in vita) – il nostro, che da sempre si definiva un “American composer”, corona il sogno di vedere eseguita la propria musica come dio comanda da un ensemble orchestrale (prima era stata quasi sempre una storia di incazzature nere o alla meglio frustrazioni, London Symphony Orchestra e Boulez/Perfect Stranger inclusi). Malato da tempo, Zappa sovrintende alle prove e agli allestimenti del francofortese Ensemble Modern, diretto da Peter Rundel, che gli regala versioni rigorose e brillanti di classici vecchi e nuovi del suo repertorio strumentale, cameristico e classico-contemporaneo. Una lettura della musica di Zappa che apre uno squarcio decisivo sulla sua intentio auctoris, nonché una via possibile alla ricezione di un opus che, mettendo sempre il piede in più scarpe, trova i propri interpreti sistematicamente impreparati.

Frank_Zappa_Yellow_Shark_SA L’ultimo sorriso, su The Yellow Shark

21 maggio 2014
21 maggio 2014
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