La compiuta leggerezza dell’indie periferico

Sono passati giusto dieci anni da quando, nel febbraio del 2002, vidi i Godspeed You Black Emperor! (all’epoca l’esclamativo stava ancora in coda) al Link di Bologna. Nel ruolo di opener c’era la band italiana più – come dire? – adeguata alla circostanza: i Giardini di Mirò, freschi del considerevole successo ottenuto da Rise And Fall Of Academic Drifting (Homesleep, 2001). Ricordo benissimo con quali sensazioni uscii da quella serata: i Giardini si resero protagonisti di un set molto piacevole, ma sembravano come sfalsati rispetto al contesto. Il sound e la calligrafia reclamava ambiti diversi, più contenuti e – ebbene sì – ovattati. Il loro pop-rock da camera imbevuto d’inquietudini indie annaspava tar le pareti grigie, in quell’atmosfera da minimi termini post-industriali. I canadesi, invece, travolsero tutto. Imposero la loro apocalissi. Alla fine furono monumentali, nel senso di un travolgente peana al post-rock ormai esausto. I Giardini di Mirò sembrarono il mazzo di fiori su quel monumento.

Non era solo una questione di abilità, di talento, di amplificatori. C’era come una diversità culturale e poetica, uno spread espressivo. I Giardini erano figli perfetti del tempo e del luogo in cui fecero la loro comparsa. Il “miracolo” del disco d’esordio consisteva nel cogliere i palpiti finali d’un post-rock già post-se stesso – impegnato a ricostruirsi un viatico melodico dopo aver calpestato le macerie della forma canzone – mestando però nel pentolone dei Novanta che ancora borbottava l’estremo ribollire. Già, perché l’Italia rockettara a cavallo del nuovo secolo-millennio stava metabolizzando le spinte estetiche dei 90’s col consueto, fisiologico delay, finendo col definire una dimensione indie ibrida, riferita ad un impasto gelatinoso di istanze lo-fi, brit-psych, (post) hardcore, trip-hop e appunto post-(post)-rock. Che inevitabilmente andavano a sovrapporsi ed accordarsi con le nuove correnti, principalmente il NAM e la folktronica.

Emblematico il caso degli Yuppie Flu, forse la band indipendente italiana più quotata all’epoca, che iniziò il percorso in scia Pavement per poi strutturare la proposta in progressivi aggiustamenti psych, pop ed electro nel quale potevi avvertire sparse influenze Notwist, Oasis, Mercury Rev, Sparklehorse e dEUS. Un “indie” omnicomprensivo che se ottenne grandissimo credito e seguito in tutta europa (nel 2001 firmarono per Rough Trade, nel 2003 stavano per accordarsi con XL…), d’altro canto non riuscì mai a consolidarsi e decollare davvero. Il problema è che sembravano di tutto senza sembrare nulla di definitivo. Non capivi dove iniziavano veramente loro. I Giardini debuttarono con premesse simili e molti punti di contatto con la band marchigiana (Matteo Agostinelli, cantante degli Yuppie Flu, prestò la voce in Pet Life Saver, mentre alla produzione fu chiamato Giacomo Fiorenza, fondatore assieme ad Agostinelli e Daniele Rumori della Homesleep), ma rispetto a loro ebbero l’intuizione di circoscrivere l’ambito estetico e la fortuna di farlo nel momento più opportuno. Aggiungete l’intensa freschezza di quelle composizioni, che non si vergognavano di farsi permeare da languori morriconiani, ed ecco spiegato più o meno perché fu uno dei dischi più amati degli Anni Zero prima che diventassero gli Anni Zero.

Fin da subito però si pose loro il problema di cosa essere e fare nell’episodio successivo. Il risultato fu Punk… Not Diet! (Homesleep, 2003), disco che introduceva sussulti indie ed electro (dai Notwist ai Mùm passando dai Piano Magic, e non senza una strizzatina d’occhio agli onnipresenti Radiohead) sconfessando gran parte della calligrafia precedente, tanto da indurre qualche anno più tardi Daniele Rumori a chiosare “…ascoltandolo la prima volta pensai che i Giardini dovevano essere dei pazzi o dei geni per fare uscire un disco così.” Col senno di poi, possiamo dire che Rumori non aveva colto il punto. Né pazzi né geni, i ragazzi di Cavriago rappresentavano fedelmente una generazioni di musicisti stilisticamente apolidi, cresciuti nella stagione che vedeva spegnersi le ultime grandi scene e si apprestava non senza smarrimento ad affrontare la mappa scoordinata del nuovo secolo. Col merito non da poco di sviluppare e consolidare un approccio internazionale, la disposizione cioè a proiettarsi come proposta discografica e concertistica in un ambito (almeno) europeo, non tanto in ottica commerciale – pur sempre di circuiti secondari si tratta – ma come “collocazione”, come respiro espressivo.

Con Punk… Not Diet! in effetti recitarono la parte dei profeti in patria, godendo di un ragguardevole successo in Francia e Germania. L’ep North Atlantic Treaty Of Love (Homesleep, 2006) ed il successivo Dividing Opinions (Homesleep, 2007) furono due ulteriori tentativi di smarcarsi che sfociarono in variazioni interessanti sul tema indietronica, il cui merito maggiore tuttavia stava ancora nel contrasto col “difetto d’origine”, lo sbocciare anomalo sul tardivo riflusso post-rock. Che con Il fuoco (Unhip, 2009) – sonorizzazione del celebre film muto del 1915 – conobbe un riflusso emblematico ma – alla luce dell’ultimo Good Luck – ingannevole.

Se è lecito tracciare un bilancio di questo decennio abbondante trascorso dal loro debutto discografico, diremmo che la vibrazione costante è stata un’autorevolezza naturale, figlia della genuinità dell’approccio, della determinazione a cogliere un punto di equilibrio tra movimenti internazionali e radici nostrane (la cedevolezza melodiosa, lo sguardo cinematico…). Ma tirando le somme va detto che non sono riusciti a produrre un linguaggio davvero peculiare, forse perché sopraffatti dalla consueta litania dei deficit italiani (esiguità dei margini di manovra, ristrettezza del mercato, inadeguatezza delle strutture, mentalità, cultura…) oppure – peggio – per una sorta di “paura di volare” che soffoca nella culla le ambizioni interpretandole come velleità. Come se per esprimere tutto l’esprimibile non bastasse padroneggiare il linguaggio (acquisito con perizia tuttavia pur sempre acquisito) ma occorresse possederne il codice profondo, con l’agilità di un madrelingua, “pensarlo” quindi e non “tradurlo”.

In questo senso, la vicenda dei Giardini di Mirò è il paradigma di tanto indie rock italiano, sempre più competente eppure come incapace di oltrepassare la soglia della compiutezza, di squarciare il diaframma tra la forma e l’espressione.

Intervista

Sembra ci sia una rapporto molto forte per i Giardini di Mirò con la storia e il territorio in cui vivono, ne sono esempi il recente viaggio intrapreso in treno dal campo di concentramento di Fossoli verso Auschwitz oltre alla nota copertina di Dividing Opinions riferita agli socntri tra polizia e operai in sciopero a Reggio Emilia nel 1960: ce ne vuoi parlare?

Abbiamo un grandissimo legame col nostro territorio, è quell’attaccamento che le persone a volte (ma non sempre) hanno col luogo in cui sono vissuti. I motivi sono riconducibili alla storia politica, culturale ma soprattutto familiare che abbiamo avuto e che ha creato questo legame forte per le vicende e gli eventi di queste zona, a partire dai tempi che possiamo definire “di splendore” in cui si era l’avanguardia politico-culturale rispetto al resto del paese fino ad arrivare al presente dove invece c’è un po’ più omologazione. Noi veniamo da qui ed è probabilmente per merito di questo legame che non abbiamo mai sentito il peso della nostra provenienza, anzi l’essere di provincia è stato un modo per lavorare molto tranquillamente con un sacco di opportunità a nostra disposizione a partire dalle sale prova gestite dal comune o comunque a prezzi molto ragionevoli fino ad arrivare all’opportunità di suonare, possibilità che c’erano allora come oggi; in più, c’è stata l’occasione di vedere tantissimi concerti anche di artisti internazionali. Tutto ciò ci ha permesso di fare la nostra vita di provincia ma forti culturalmente di tutte queste esperienze, per arrivare a crearti la tua cosa. Allo stesso tempo siamo un gruppo che ha guardato molto fuori, prima come gruppo strumentale poi cantando in inglese, pensando sempre all’Europa, arrivando a creare la base con cui provare a vivere il proprio sogno: quello di essere non solo un gruppo italiano, di Reggio Emilia o emiliano ma uno che fa la sua musica e vuole girare, sia in Italia che all’estero.

Good Luck è stato registrato all’Igloo Audio Factory di San Prospero di Correggio, il luogo dove recentemente sono nati dischi di artisti musicalmente opposti al vostro sound (Fine Before You Came, Gazebo Penguins, Ornaments per citarne alcuni) e vede alla produzione e missaggio lo stesso Andrea Sologni dei Gazebo: è stata solo una scelta di territorialità oppure c’è stato anche l’intento di mutare il vostro sound precedente?

No, non è stata assolutamente una questione di sonorità, quando è partita la produzione di questo disco non abbiamo pensato al sound finale nel senso che abbiamo pensato più a scrivere le canzoni, a differenza de Il Fuoco dove la parte di gestione dei suoni è stata molto più curata, più ragionata. Inizialmente doveva svolgere tutto il lavoro Francesco ‘Burro’ Donatello, noi avevamo semplicemente bisogno di un posto dove poter  lavorare insieme con tranquillità. C’è stata questa grande opportunità di lavorare a casa di uno di noi, perché ormai Andrea ‘Sollo’ Sologni lo consideriamo uno del gruppo: ci segue da tanti anni, ha suonato con noi per due tour in Germania perché il nostro bassista non poteva venire, ha fatto anche qualche data italiana con noi. In realtà non è soltanto un nostro fonico, è uno del gruppo. È stato dunque naturale per noi nella ricerca di uno studio dove andare scegliere quello di uno dei Giardini. Il fatto che esistano altri gruppi che conosciamo e seguiamo è perfetto e va benissimo, che ci sia questa comunità di musicisti che intendono la musica in un certo modo, che suona negli stessi posti con la possibilità di scambiarsi esperienze e ascoltare qualche pezzo dell’altro ancora non registrato è comunque divertente e molto positivo.

Nella mia domanda precedente abbiamo parlato di un paio di band locali che hanno avuto dischi di successo nel 2011: in questi anni di vostra assenza dalle scene hai notato qualche artista delle tue zone fare uscite interessanti, artisti che vorresti consigliare o semplicemente amici che han fatto dischi da te apprezzati?

Sai, noi siamo diventati un po’ vecchi, guardiamo meno concerti e frequentiamo meno i locali e quindi vediamo pochi gruppi giovani. Ho l’impressione che la scena locale non stia passando un momento di massimo splendore e vitalità, non c’è un fermento particolare e la cosa mi preoccupa, ci sono dei gruppi che hanno lavorato bene: penso per esempio ai ragazzi di Correggio, ai Gazebo Penguins di Sollo che comunque sono di fatto un gruppo ‘nuovo’ perché rispetto a quanto pubblicato da loro precedentemente a livello sonoro stanno segnando un bel percorso, che ha un suo senso e funzione e sono contento che sia un amico ad aver fatto tutto questo. Ci sono poi i Valerian Swing che conoscevamo già ma è un gruppo molto interessante, non sono molto affini a noi come genere ma m’interessa molto il loro tipo di approccio e il modo in cui si sono relazionarti con le registrazioni (sono andati a registrare negli Stati Uniti), girano molto in Europa e sono molto bravi dal vivo. Per il resto dove fare un elenco dei gruppi locali che conoscono un po’ tutti, ho un affetto particolare per gli Offlaga Disco Pax e Julie’s Haircut come per gli A Classic Education. Con Jonatan Clancy c’è un rapporto di collaborazione perchè è il nostro revisore dell’inglese, per me è un riferimento molto importante.

Hai parlato degli Offlaga Disco Pax di Max Collini, anche loro in uscita col nuovo disco; quando lo hai conosciuto e quand’è stata la prima volta che hai ascoltato un pezzo degli Offlaga?

Io e i Giardini conosciamo bene Enrico Fontanelli ed abbiamo conosciuto gli Offlaga attraverso lui, è venuto con noi anche in una trasferta tedesca a metà degli anni ‘90 quando eravamo ancora un progetto un po’ informe che si stava costruendo: era il ’98, noi suonavamo già strumentale e ci ha accompagnato per questi due concerti in Germania. Poi sai, gli appassionati di musica in un modo o nell’altro si conoscono. Li abbiamo visti per la prima volta nel loro primo concerto in assoluto: noi stavamo facendo le prove durante un concorso a cui loro stavano partecipando. Mi ricordo benissimo l’episodio alla fine del concerto, che a me personalmente – e lo sanno – non era piaciuto, ma davvero la loro era completamente una cosa in divenire appena formata. Max a fine concerto arriva da me e mi chiede: “Ma come si scrive esattamente il tuo nome?”. E io gli rispondo “Non mi trattare come quell’altro musicista là!” (quello del *bip* nel brano degli ODP Tono Metallico Standard, n.d.a.)

Parliamo del nuovo disco, Good Luck. Quest’espressione è usata solitamente o prima di un esame importante o per un saluto dal sapore di addio. Questo disco lo si può descrivere più come fine di una fase (che potrebbe essere quella con Francesco Donadello alla batteria e produzione) o l’inizio di una nuova?

Sembrerà una cosa detta tanto per dire ma il titolo era già lì prima che andassimo a registrare il disco e prima ancora che Francesco ci desse la notizia che sarebbe andato ad abitare a Berlino e quindi sarebbe stato difficile continuare a suonare assieme. È sicuramente rivolto a noi perché è sempre più difficile continuare dopo tanti anni a suonare come stiamo facendo noi conducendo nel frattempo un’altra vita avendone di fatto due distinte e parallele lavorando la settimana e suonando nei weekend, quando la si vede cambiare e diventare improvvisamente fantastica. Soprattutto mi sembrava potesse essere davvero un augurio per tutti quanti per continuare a guardare avanti senza farsi poi troppe domande, facendosi guidare dalle cose. In quel momento avevamo bisogno di un po’ di fortuna perché suonare a vent’anni con il mondo e la vita davanti è un conto, noi però che ora partiamo dai 35 anni in su abbiamo qualche impegno in più che si è frapposto fra di noi e la musica, e bisogna che le cose vadano bene un po’ a tutti per permetterci di continuare a vivere la musica in questo modo. Infine è anche un riferimento per il momento storico attuale che ha visto per molti – compreso qualcuno del gruppo – cadere ogni tipo di speranza per un tipo di mondo e di vivere diverso, mi riferisco anche alla situazione politica. Non ci rimane dunque altro che sperare che tutto vada bene, è un ‘buona fortuna’ un po’ beffardo perché in realtà al di là dell’in bocca al lupo si vede che il lupo è davvero lì che sta aspettando quindi devi trovare il modo di aggirarlo, consapevoli che da qualche parte si rischia di schiantarsi. È un augurio amaro perché sai che c’è qualcosa che non sta funzionando e comunque devi cercare di sopravvivere a quella roba lì.

Riprendendo in mano il booklet di Dividing Opinions guardando le frasi associate ad ogni titolo ho trovato molta rassegnazione nei testi, (leggasi ad esempio per Dividing Opinions “dividing opinions are all we are”, per Spectral Woman “as christians had their church, you have your heart”, per Broken By “the dearest bliss can’t open your mind”. Guardando invece quelli di Good Luck emergono altre tematiche come la nostalgia per il tempo che passa, ciò che ci ‘cura’ e ciò che ci fa cambiare, cosa si perde se si decide di voler cambiare, insomma l’attenzione è più sui sentimenti che più propriamente sulle tematiche sociali…

Dividing Opinions era per noi un album di riscossa, una grande sfida e un fatto personale che può sembrare meno importante rispetto alle immagini della copertina dove la gente ha lasciato la pelle combattendo per un’idea di giustizia sociale e di un mondo migliore; in realtà nei testi parlavamo anche di altre cose, era una riscossa nei nostri confronti e per la storia del gruppo perché provenivamo dal ‘successo’ di Punk… Not Diet! che è stata una cosa sconvolgente: abbiamo suonato veramente tantissimo, è un disco che aveva venduto, era andato molto bene anche in Germania sia in termini di vendite che di riscontro live, e quindi è stato un album che ci aveva però anche messo di fronte a delle domande sul ‘cosa volevamo fare da grandi’ e tutto quanto. Oltre a questo la  formazione aveva perso il cantante acquistato per quel disco, noi volevamo andare avanti e in quel momento davvero le opinioni ci hanno diviso fino a condurci ad intraprendere una strada comunque è stata una scommessa e una nostra riscossa. Siamo usciti con un album di cui siamo fierissimi di averlo fatto perché quando abbiamo iniziato non sapevamo come sarebbe uscito, e anche l’impresa di me e Corrado di mettersi a cantare non è stato un passaggio così semplice e scontato. Siamo arrivati a cantare per la prima volta in studio di registrazione e anche questa è stata un’ulteriore scommessa. Nel caso di Good Luck è passato tanto tempo e sono intercorse tante esperienze compresa quella de Il Fuoco che ha cambiato il nostro modo di pensare ai concerti come la sfida di portare per intero nei club l’intero disco, un po’ differente dall’esperienza live solita in un club. Quest’anno ci siamo concentrati su di noi perché negli ultimi tempi abbiamo davvero avuto tutto il tempo per pensare un po’ di più a noi, la scelta su cosa fare nella vita si è fatta sentire di più perché negli anni sono successe un po’ di cose a tutti i componenti del gruppo che hanno cambiato il nostro orizzonte. Infine il disco è imperniato su noi stessi anche perché se guardo al di fuori mi sento un po’ sconfitto, purtroppo questo momento è davvero una tragedia.

Secondo te, cosa ha fatto sì che Punk… Not Diet! abbia avuto maggior successo rispetto a Rise And Fall Of Academic Drifting? Forse il progressivo incanalarsi verso altri lidi estranei ai tipici canoni post-rock, come l’aggiunta della voce?

Sicuramente il cantato ci ha aiutato a veicolare meglio la nostra musica, l’ha aiutata a raggiungere orecchie abituate alle canzoni cantate e non a canzoni strumentali. Perché le nostre son sempre state canzoni e non composizioni, non abbiamo mai avuto queste pretese. Rise And Fall Of Academic Drifting è il disco che ha più venduto nel nostro percorso discografico (diecimila copie tra Italia ed Europa) e sicuramente ha aiutato le altre uscite ed il gruppo a farsi conoscere.

In una intervista passata descrivevi Dividing Opinions come un album nato in maniera antitetica rispetto a Punk… Not Diet!, negli intenti e nell’attitudine. Questa dicotomia è in qualche modo riscontrabile anche con Good Luck e il penultimo Il Fuoco?

Mah, forse il discorso è un po’ differente ora anche perché siamo cresciuti nel saper gestire i suoni e i desideri della band, nel senso che probabilmente quando avevamo fatto Punk… Not Diet! volevamo semplicemente lasciare il segno, che secondo me è una giusta ambizione. Questo (Il Fuoco, n.d.a.) è stato un episodio completamente diverso perché non abbiamo scelto noi di farlo, non è stato deciso tavolino. È stata una proposta che ci hanno richiesto e nella quale ci siamo approcciati nel modo più limpido possibile alla musica, probabilmente come non facevamo da anni. È vero che c’era questo bisogno di collegarsi ai tempi stretti di un film per sonorizzare la pellicola, ma siamo stati veramente liberi di mettere dentro tanti elementi che molto probabilmente nel modo normale non avremmo messo, come inserire degli effetti sonori che magari qualcuno di noi aveva provato da solo, riproposti con gruppo che li ha lavorati, uscendo un po’ della dinamica normale della scrittura dei pezzi tradizionale dei Giardini. È inoltre stato un album realizzato in modo molto veloce: sono 50 minuti di musica che avevamo scritto in due settimane e realizzato in altrettante per cui davvero si parla di tempi molto stretti, è molto ‘di getto’ anche se è realtà è quello più composto tra i nostri dischi. Quel disco ha cambiato un po’ l’idea di suono che avevamo grazie ad una esperienza che non avevamo voluto fare subito, ma è capitata e ci ha portato ad un tipo di suono a quello di Dividing Opinions. Sono due passaggi diversi che hanno lasciato il segno e che ci hanno portato a questo disco che non sarebbe arrivato senza entrambi. Abbiamo avuto molti dubbi come gruppo se continuare con la strada del Fuoco – non dico propriamente strumentale ma comunque più rarefatta con spazi più dilungati – oppure tornare alla canzone, il dubbio ci ha messo in difficoltà, abbiamo avuto molto bisogno di ragionare su queste cose; dopodiché ci sono state 10 cessioni in sala prove che hanno deciso come doveva essere il disco, perché in realtà dopo quando hai gli strumenti in mano sono loro che ci dicono come si deve fare e come si evolverà il disco.

Avete preso l’ispirazione del momento…

No in realtà non è stata solo questione d’ispirazione. Già due anni fa abbiamo avuto un momento di produzione, avevamo registrato cinque pezzi e ne sarebbero bastati altri tre prezzi per averne uno completo. Alla fine però non è andata così, l’abbiamo fermato perché non ci rappresentava in quel momento e non avendo l’obbligo di far uscire qualcosa a tutti i costi abbiamo aspettato di fare qualcosa che ci potesse piacere. Abbiamo dunque atteso fino a prendere esattamente ciò che ne è venuto fuori avendo inquadrato la direzione musicale che volevamo intraprendere. Il risultato l’abbiamo visto nascere così, semplicemente ce ne siamo accorti. Quando ti accorgi che c’è un suono vuol dire che stai chiudendo un disco.

A questo album seguirà un tour estensivo? Cosa bolle in pentola?

Beh intanto stiamo già pensando alle uscite che ci saranno prossimamente. Ci sono alcuni progetti in divenire che non anticipiamo subito perché si deve ancora sistemare tutto quanto, però siamo già guardando avanti. Dopodiché chi aspetta un tour breve, compatibilmente con gli impegni di vita. Ci sarà sicuramente questa prima parte della primavera un tour che non potrà essere intensivo perchè tra Pasqua, le feste comandate e i locali che chiudono a fine maggio c’è la possibilità di suonare per un mese e mezzo massimo e poi ci sarà l’estate. Ci sarà ancora voglia di suonare dopo l’estate in modo abbastanza intensivo sia in Italia che all’estero.

Ancora Germania nel futuro…

Sì perché oramai si è creato un seguito che ci siamo costruiti già dall’inizio del decennio scorso, è una cosa che vogliamo sempre fare e ci interessa dato anche il riscontro che troviamo quindi vale la pena di andare, anche perché come accennato prima è la dimensione che abbiamo sempre voluto: un gruppo italiano che parte da qua ma che vuole andare a suonare dappertutto. Non c’interessa diventare gli eroi italiani ma semplicemente andare a suonare in giro, vedere posti nuovi e altre scene, confrontarci.

Questa è un po’ l’ambizione che i Giardini hanno ora, dunque…

Sì, l’ambizione è questa. E’ suonare, vedere gente, stare sul palco, proporre la nostra musica in Italia e fuori. Non c’è nessun altro tipo di ambizione, siamo musicisti vogliamo fare quello.

Dopo la chiusura della vostra etichetta storica Homesleep e il progetto Il Fuocouscito su Unhip, il nuovo album su Santeria. Come è nata la scelta di affidarvi a loro?

Noi stavamo realizzando il disco ed abbiamo iniziato a mandare in giro un po’ di provini per vedere chi poteva essere interessato o meno. Devo dire che ho avuto diverse risposte – che abbiamo ringraziato – ma la proposta di Santeria è stata per la prima volta formalizzata in modo molto professionale. Tutto è molto chiaro, non c’è nessuno che racconta delle balle, non si hanno ambizioni di conquistare il mondo. Ci siamo parlati, ci siamo detti le cose da fare in un quadro di realismo giusto e naturale senza esagerazioni né in tono minore né in tono maggiore. Ho anche avuto alcuni concittadini che hanno lavorato con la stessa etichetta e ne hanno sempre parlato bene, per questo abbiamo deciso di cambiare e di provare con loro. È sempre molto importante inoltre poter lavorare con un distributore e non solo con un’etichetta, Santeria ha la fortuna di essere sia etichetta che distributore ed avere un rapporto diretto con la distribuzione è un passaggio fondamentale: molti artisti oggi pubblicano e si fanno loro etichetta fittizia ma in realtà operano direttamente con un distributore che fa tutto lui. Noi non abbiamo il tempo di seguire il processo di realizzazione del disco dalla a alla zeta e quindi la soluzione Santeria ci sembrava davvero la più seria. Non per ultimo abbiamo notato un entusiasmo che non vedevamo da tanto tempo, ci siamo tuffati dentro l’entusiasmo dell’etichetta.

Questa prima parte di 2012 è stata caratterizzata da alcuni screzi tra quella che viene definita comunemente “stampa specializzata” e gli artisti che di fatto subiscono giudizi da parte di persone che non sono a conoscenza del percorso e delle scelte effettuate dai musicisti: ne sono un caso emplematico le critiche ricevute qui su Sentireascoltare da Pierpaolo Capovilla, oppure la serie di Tweet di Bugo contro le recensioni a suo dire approssimative, in ultimo il brano de Lo Stato Sociale dal titolo Mi Sono Rotto Il Cazzo nel quale dicono (cito testualmente) “Mi sono rotto il cazzo della critica musicale non siete Lester Bangs non siete Carlo Emilio Gadda si fa fatica a capire cosa scrivete e bontà di dio avete dei gusti di merda”.
I Giardini considerano le recensioni una “pressione” al loro lavoro oppure vivono tranquillamente questa fase di feedback? E’ sempre stato così durante tutta la carriera oppure col tempo avete cambiato atteggiamenti?

Un musicista sa che i suoi lavori saranno prima o poi giudicati da stampa e pubblico. Non mi fido troppo di chi dice di non curarsi del giudizio degli altri, non credo che sia umanamente possibile, questo non vuol dire scrivere musica accomodante le idee altrui, per piacere a tutti i costi. Però quando si è giudicati in un qualche modo la cosa la si sente ed è chiaro che un parere negativo, una brutta recensione, una sala concerti vuoti possa lasciare un segno anche doloroso.E’ una cosa che i musicisti sanno e mettono nel conto.
Aspetto con ansia le recensioni dei critici ed i pareri dei fan (li faccio andare assieme): se queste reazioni sono positive il numero di concerti aumenta, l’interesse cresce ed il gruppo vive e suona. Elementare, Watson.

In ultimo, una riflessione prendendo come spunto una serie di filmati realizzati qualche anno fa per Pronti Al Peggio, che vedeva tra i protagonisti tu e Max Collini all’interno delle abituali situazioni lavorative all’infuori da quelle musicali, che hai spesso citato come necessarie per poter affrontare la vita di tutti i giorni: al giorno d’oggi ritieni che ci siano possibilità per riuscire a mantenersi dedicandosi esclusivamente a fare musica senza guardare esclusivamente al lato delle vendite, concentrandosi solo sull’aspetto qualitativo?

Ripenso all’intervista e noto davvero che sono passati un po’ di anni… Ad essere serio devo dire che musicisti anche in giro per il mondo che fanno solo quello di mestiere non sono poi tantissimi. Bisogna inoltre vedere le storie dei gruppi che ci piacciono e ci hanno più appassionato, è tutta gente che per un po’ ha fatto i musicisti ma poi sono andati a fare una normale vita di lavoratori. Da una parte o dall’altra sono tornati alle loro professioni solite ma magari noi non lo sappiamo perché siamo concentrati a guardare solo le loro vicende di musicisti. È anche vero che forse rispetto a qualche altro collega europeo non abbiamo molti aiuti dallo Stato come avviene magari nel nord Europa. Detto questo anche in passato probabilmente non si riusciva a vivere di musica se non si aveva qualcosa da dire, un po’ di fortuna o un po’ di applicazione per cercare le occasioni e l’intelligenza nel gestire la propria carriera. Quello che posso dire è che personalmente riesco a lavorare tantissimo con la musica, non solo coi Giardini. Ho fatto tante altre cose: ho l’opportunità di lavorare nella pubblicità, registro colonne sonore, ho più gruppi, tutto ciò mi permette di lavorare solo la mattina e pomeriggio di fare il musicista o di oziare. Che è un bel lusso! (ride) [Intervista di Andrea Forti]

26 marzo 2012
26 marzo 2012
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