Globalizzazioni in salsa avant

I Father Murphy li seguiamo dal 2005. Li intervistammo quando uscì Six Musicians Getting Unknown, ne abbiamo ricostruito rinascite e conversioni in occasione della pubblicazione di …And He Told Us To Turn To The Sun, abbiamo scandagliato l’intera discografia del gruppo. Tanto per dire che l’ennesima intervista alla formazione veneta ci stava un po’ come i cavoli a merenda. Eppure non si poteva prescindere da un disco importante come l’ultimo Anyway Your Children Will Deny It con la scusa dell’anzianità di servizio e nemmeno tralasciare la credibilità che si è guadagnata all’estero la band di recente. Un piccolo patrimonio, quest’ultimo, costruito concerto dopo concerto condividendo il palco con musicisti di primo piano come Deerhoff, Xiu Xiu, EvangelistaMichael Gira e molti altri.
Ecco allora delinearsi senza forzature la chiave di lettura: discutere del disco e del percorso della band, ma soprattutto sfruttare il punto di vista privilegiato di Federico Zanatta dei FM per aprire una piccola finestra su una scena internazionale di cui si parla sempre e talvolta a sproposito. Un mondo con le sue regole, le sue virtù e i dazi da pagare.

Anyway Your Children Will Deny It è forse il disco più maturo, coeso e al tempo stesso coraggioso dei Father Murphy. Nel vostro caso, più che in altri, sembra che l’ultimo episodio rappresenti davvero il compiersi di un percorso. Un maturità che parte con …And He Told Us To Turn To The Sun e, capovolgendo ogni possibile certezza formale, si esplicita soprattutto qui. Vi va di spendere due parole per fare un piccolo bilancio su quelle che sono state le esperienze che più hanno influito sul vostro percorso e, quindi, su questo disco?

A partire da …And He Told Us To Turn To The Sun mi piace pensare che abbiamo iniziato ad avere piu coscienza di quanto stavamo facendo e di quanto potevamo realizzare. Abbiamo cominciato a partire in tour più spesso, non soltanto durante le ferie o i permessi dal lavoro, e tutto questo ci ha portato di li a poco alla scelta di abbandonare qualsiasi occupazione fissa. Abbiamo iniziato a fare date all’estero con regolarità, arrivando, nel giro di tre anni, a poter lavorare con agenzie di booking diverse con zone di competenza ben delimitate. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare e condividere il palco con artisti eccezionali che si sono dimostrati, per prima cosa, persone. Abbiamo avuto sempre meno tempo per sederci e riflettere su quanto stavamo facendo, quindi si è lasciato libero sfogo a urgenza e coincidenze. E poi si è anche imparato a delegare (vedi l’affidare il mixaggio a scatola chiusa a Saunier) e quando serviva, a fare quadrato noi tre, partendo dal presupposto di essere diventati una famiglia, insieme alle persone che ci accompagnano in questa avventura.

L’impressione è che questo sia anche il vostro disco meno “italiano”, nel senso che rappresenta più di altri un biglietto da visita credibile per i mercati esteri e in particolare, per quello americano. Per intenderci, il corrispettivo di un Valende dei Jennifer Gentle…

Le soddisfazioni che abbiamo avuto sino ad ora a livello di “vendite” e “apprezzamenti” sono in parte legate al fatto che – e mi riferisco soprattutto a Stati Uniti e UK – ci sia stata riconosciuta una particolarità di suono e di atmosfere riconducibile in qualche modo al nostro essere italiani. In questo senso, penso che le nostre due uscite precedenti abbiano rappresentato un modo per attirare l’attenzione su di noi con due concept molto rigidi, per poi arrivare a quest’ultimo disco che, pur trattandosi sempre di un concept, è più eterogeneo e meno ossessivo. Per riattaccarmi al tuo discorso sui Jennifer Gentle, è come se …And He Told Us To Turn To The Sun e No Room For The Weak fossero stati il nostro Valende, mentre quest’ultimo potrebbe essere il nostro The Midnight Room. Disco che tra l’altro rimane il mio preferito della produzione dei Jennifer Gentle.

Che obiettivi vi eravate prefissati in sede di scrittura per Anyway Your Children Will Deny It ?

Poterci dedicare alla scrittura/stesura/registrazione senza minimamente pensare allo spettacolo live. Siamo in tre, non abbiamo basso, non usiamo amplificatori, ci piace di certo un suono ben scarnificato, ma i nostri conti sulla resa live dei pezzi li abbiamo sempre fatti. Non con quest’album, in cui credo non si sia mai stati tutti e tre assieme nella stessa stanza per registrare. Per fissare il materiale abbiamo impiegato sei mesi, utilizzando i periodi in cui non eravamo in tour o i day off. Abbiamo cercato di parlare molto tra di noi, descrivere le atmosfere che avevamo in mente, ma senza influenzarci troppo. Il lavoro a tre è stato soprattutto questo: un confidarci, cercando di essere il più possibile sinceri, per far si che ognuno potesse riconoscersi nel risultato. Forse sentiamo questo disco come un passaggio dovuto. Abbiamo la tendenza ad annoiarci velocemente e quindi volevamo riprendere esattamente da dove eravamo arrivati, ovvero dal testo che conclude You Got Worry (“Ho premuto la fronte contro il muro, fino a sfondarla, per provare a me stesso di avere ragione”), ma anche di affrontare il nuovo capitolo della Leggenda (immaginario letterario dietro al gruppo, ndr) e di lasciare nuovamente il discorso in sospeso.

Al mixer c’è Greg Saunier dei Deerhoof. In che modo il suo lavoro ha influenzato i suoni del disco?

Greg ha chiuso il disco, nel senso che ha avuto l’ultima parola. Non avrei mai pensato che avremmo fatto questa concessione a qualcuno, anche se lui lo conosciamo da tempo e ci ha anche fatto da fonico. Ha un gran orecchio e torneremo presto a collaborare con lui. Gli abbiamo fatto avere le tracce, un abbozzo di premix e una lettera completa di testi che lo introducesse al concept del disco. Ha deciso lui la pasta da dare al suono e l’amalgama, anche perchè i singoli brani avevano tutti gli effetti in pre (ad esempio, se una voce doveva essere riverberata, la registravamo direttamente con tale effetto senza mettere niente in post). Tra il nostro lavoro e il suo c’è stato anche l’importante apporto di Emanuele Baratto (bassista dei meravigliosi Movie Star Junkies) dell’Outside Inside Studio, con cui abbiamo passato tutte le tracce in analogico e registrato alcune voci e l’ultima traccia. Abbiamo poi chiuso con l’antimastering al Bombanella Studio, grazie a cui siamo tornati a lavorare con Davide Cristiani. L’antimastering non interviene sul suono, ma sulla composizione fisico-chimica del master, ridistribuendo e rendendo piu “armoniosi” gli atomi dello stesso. Sembra fantascienza, ed effettivamente vedere la macchina in azione fa paura. Lo consiglio a tutti, perchè non snatura minimamente il lavoro sul suono.

Voi siete uno dei gruppi italiani che più ha lavorato fuori dall’Italia, entrando in contatto con ambienti musicali di primo piano. Avete fatto tour con Deerhoof, Gowns, Evangelista, Sic Alps, Xiu Xiu; siete stati in Europa, Inghilterra, America e Russia; avete conosciuto Julian Cope, Carla Bozulich, Michael Gira e molti altri. Che idea vi siete fatti del metodo di lavoro degli artisti con cui avete condiviso palchi ed esperienze?

Parlando in generale, abbiamo trovato molta professionalità abbinata ad alti dosi di concretezza e follia. Follia nel senso che dai più piccoli ai più grandi, tutti questi gruppi portano avanti un discorso che è tutt’uno con la loro vita. Per questo poco fa dicevo che abbiamo innanzitutto conosciuto persone, poi dei musicisti. E’ come se non si curassero di non avere il paracadute per i momenti di crisi, per l’impossibilità ovvia di non poter non vivere la propria vita. Abbina a questo una certa predisposizione alle contaminazioni musicali e umane, la disponibilità a collaborare e una grande capacità di pianificare tour continui per poter mantenere una progettualità.

Come viene visto un gruppo italiano negli ambienti in cui vi siete trovati ad operare?

Ho visto poche volte distinzioni fatte in base alla nazionalità. Nella maggior parte dei casi guardano a come ti comporti nel soundcheck o durante il live. A come lavori, insomma. Come dovrebbe essere, aggiungo. Ricordo un paio di episodi negli Stati Uniti in cui ci hanno chiesto se i gruppi italiani fossero pigri, riferendosi al fatto che da quelle parti vedevano in tour poche band italiane (anche se il trend sta cambiando e ne sono davvero felice). In Europa invece, non ricordo se nel Regno Unito o altrove, un paio di promoter mi raccontavano che erano stupiti dall’aver ricevuto proposte di gruppi italiani lì sconosciuti che pretendevano già garanzie, soldi, hotel etc. Credo di avergli risposto che, purtroppo, alcune formazioni sono abituate troppo bene qui da noi e quindi, per non perdere i privilegi a cui sono arrivate, non mettono in conto di dover investire per costruire qualcosa anche al di fuori dall’Italia. Sono scelte, comunque, e le rispetto.

Come varia da paese a paese l’interpretazione di concetti come “credibilità”, “merito” e “appartenenza” a una scena? Da questo punto di vista che cosa ha insegnato a tre italiani partiti dalla provincia avere la possibilità di confrontarsi con contesti decisamente diversi dal nostro?

“Credibilità” e “merito” come punti di arrivo, oppure grazie alla credibilità che ti conquisti hai il merito di poter fare questo o quello. Sull’appartenenza a una scena invece non saprei dire molto, forse anche perchè noi in primis non ci sentiamo parte di un contesto specifico. Abbiamo però imparato quanto fondamentale sia il rispetto per chiunque stia lavorando con te, si tratti di un disco, un live, una promozione, o semplicemente una notte a casa di qualcuno che ti ospita. Chi ti vede come un professionista e un lavoratore pretende giustamente il medesimo trattamento da parte tua.

Siete sotto contratto con l’americana Aagoo. Che differenze avete riscontrato tra la gestione degli artisti da parte di una label straniera e quanto avviene da noi?

Prima e contemporaneamente al rapporto con Aagoo abbiamo lavorato con Boring Machines. Entrambi i boss, Onga ed Alec, hanno un’incredibile passione per quello che fanno e un cuore gigantesco. Cambia il bacino di utenti, cambiano i gusti musicali, ma ho visto che collaborando per le nostre due uscite, si sono trovati completamente in sintonia. Credo sinceramente che Boring Machines sia la migliore etichetta che potessimo trovare in Italia per quello che siamo noi e Aagoo la migliore nel panorama internazionale. Si tratta quasi di un discorso di famiglia, dove gli interessi diventano comuni cercando di evitare la “fuffa”. Persone che, per un periodo di tempo, condividono momenti salienti delle loro vite sapendo quanto questo sia fondamentale per loro.

Che rapporti avete con la stampa estera? Com’è l’approccio delle testate giornalistiche straniere nei vostri confronti?

In generale positivo, pur avendo ricevuto stroncature – che però fan sempre bene – e recensioni quasi troppo entuasiastiche. I giornalisti con cui abbiamo avuto modo di parlare ci hanno dato l’impressione di essere molto concreti. In Inghilterra sono forse un pò troppo fissati con l’idea che noi si sia cresciuti a Dario Argento, Goblin etc. Ovviamente la cosa ci fa anche sorridere, perchè effettivamente, ovunque c’è bisogno di identificare/etichettare/ricondurre ogni cosa ad un qualcosa d’altro di conosciuto, in modo da poterla meglio capire.

Simon Reynolds sul suo blog cita Mattioli e Ciarletta di Blow Up, riportando la riflessione che i due fanno a proposito di un’ipotetica hauntology/witch house all’italiana che unisce folk, cattolicesimo, esoterismo, ma anche una certa “violenza” mutuata da un’Italia del passato lontana dalle cartoline per turisti. Vi ci ritrovate?

La risposta potrebbe essere si come no. Le riflessioni a cui ti riferisci, ovviamente, non ci sono del tutto estranee, ma contemporaneamente sono limitate dalla necessità giornalistica di dover cercare di capire/ricondurre/analizzare. Nessun problema in questo senso. Solo che è un ragionamento che non ci appartiene.

26 marzo 2012
26 marzo 2012
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