Go now but come again. Intervista ai Foals

Formatisi in quella fucina di band che è Oxford, i Foals cominciano a far musica destreggiandosi tra assiomi math-rock e vigore dance-punk che convogliano nel singolo Mathletics, brano che descrive bene sia musicalmente che concettualmente la stoffa del quintetto britannico. Il vero e proprio esordio arriva nel 2008 con Antidotes, un concentrato di indie ricco di contaminazioni che ricorda da vicino quell’intellettualismo musicale aperto a intersezioni intra-culturali di gruppi coetanei e contemporanei come Bombay Bicycle Club e Two Door Cinema Club. Sfuriate dance con chitarre taglienti, fiati e ritornelli spiccatamente pop sono l’antidoto che gli oxoniensi propongono a una scena alternative post-anni Zero che ha esaurito la prima ondata di retromania e deve ritrovare un nuovo filone che di lì a poco si identificherà con hipsterismi, filtri fotografici e blog personali in rete. Dalla loro, i Foals macinano date e affinano le influenze del debutto, lavorando meticolosamente su inserti ritmici da world-music, ampliando la dimensione post-rock e ambientale ma, soprattutto, caratterizzando ancora di più il timbro vocale di Yannis Philippakis, che fa della malinconia e della rabbia il suo principale tratto distintivo. Total Life Forever arriva nel 2010 e fissa nel tempo questo cambiamento, riprendendo il discorso di Antidotes e portandolo ad una dimensione più coesa e meno ristretta tra gli stilemi indie. Spanish Sahara finisce tra i migliori brani dell’anno di gran parte dei magazine musicali britannici e non, e ancora una volta i ragazzi raccolgono il risultato per poi trovare il modo di alzare il tiro al rientro in studio. Holy Fire è la consacrazione: il terzo album è il disco più compatto e caratteristico dei Foals. La band tiene a bada le quadrature math-rock, affilandole con dilatazioni shoegaze e inquadrando il tutto in un irresistibile pop miscelato a un sound da arena alla U2Inhaler My Number sono gli antipodi, ma anche gli arieti che portano il quintetto alla conquista dell’Europa e del mondo intero: atmosfera, chitarre dilatate, riff rock incisivi da una parte; dance, ritmi serrati, frasi musicali dirette dall’altra. La consacrazione definitiva arriva nel giugno 2015 con il singolo What Went Down, che lascia intendere che il disco eponimo sarà un’altra naturale evoluzione dei Foals: la band asciuga un po’ il tutto, raddrizzando il tiro e sfornando un album dalle atmosfere notturne in cui il post-punk sfida la dance elettronica e fa a pugni con la wave. Il disco è un successo, la critica acclama il gruppo e parte un tour trionfale che tocca tutto il mondo.

A distanza di un anno dall’uscita di What Went Down abbiamo cercato di fare il punto della situazione. In occasione dell’esibizione all’AMA Music Festival, abbiamo raggiunto telefonicamente il batterista della band, Jack Bevan, con cui si è parlato dell’ultimo lavoro in studio, si è ripercorsa la decennale carriera della band e si è discusso del futuro della formazione, quest’ultimo reso incerto da qualche dichiarazione di Philippakis uscita qualche tempo fa.

Ciao

Ciao Jack, come va?

Bene! Mi sto godendo il sole qui in Italia

Bene. Per prima cosa vorrei chiederti del tour. State girando da parecchio e state suonando in tutto il mondo: come sta andando?

Sta andando bene, stiamo suonando da un bel po’ e faremo una pausa di due/tre settimane a fine mese. È tutto molto bello, ci troviamo bene sul palco e fuori, ci stiamo divertendo parecchio e, nonostante questo, manteniamo sempre l’attenzione alta sullo show.

What Went Down è stato un album di successo, ha ricevuto molti premi e si è piazzato bene in molte classifiche. Immaginavi tutto questo durante la fase di scrittura e di registrazione?

No…non ci concentriamo mai su quello che potrebbe accadere dopo, anche se sarei rimasto sorpreso di scoprire che il disco non era piaciuto a nessuno, perché in fondo facciamo una musica molto accessibile, c’è molto pop. La musica che ci piace non è inaccessibile, però devo confessarti che l’eccitazione di far uscire qualcosa che credi sia meglio di quanto fatto in passato è sempre tanta. Credo che What Went Down sia un brano definitivo, almeno per quanto riguarda il processo di scrittura, e quindi siamo partiti da quel titolo per costruire il disco.

Foals esordi

Poco più di un decennio dopo aver formato la band siete diventati un gruppo di riferimento della scena indie europea e non solo. Cosa pensi a riguardo?

È un sogno diventato realtà: essere in grado di fare la musica che facciamo, rimanere onesti con noi stessi e con i nostri fan ma, soprattutto, cercare di essere noi stessi e non tentare di emulare sistematicamente altre band. Dopo anni di duro lavoro è necessario tornare indietro con la mente per capire quanto sei fortunato e quanto lo sei stato in passato, fin da quando avevi sedici anni e hai iniziato a crederci. Abbiamo fatto Glastonbury quest’estate…

Come è stato?

È stata semplicemente la cosa più grande mai fatta da noi! E ci è voluto un po’ per capire quanto importante sia stata come esperienza e come realizzazione personale. Ma i festival non sono l’unica cosa, è nel quotidiano che capisci quanta strada hai fatto e rischi di emozionarti parecchio.

Abbiamo parlato di live: stasera (23 agosto 2016) suonerete all’AMA Festival, venerdì a Reading. Mi accorgo che potrebbe sembrare una domanda banale, ma la cosa mi incuriosisce: c’è davvero tutta questa differenza nel suonare nei vari Paesi, in Europa e nel resto del mondo?

Sì, c’è differenza ovunque. Tra i vari Paesi europei o in Gran Bretagna, dove è tutto più grande perché giochiamo in casa. C’è differenza rispetto al passato perché adesso suoniamo davanti a molta più gente e poi i fan e le loro reazioni sono diverse in ogni posto in cui suoniamo. Ogni volta che siamo stati in Italia abbiamo avuto sempre un pubblico accogliente…

È famoso per essere molto caldo…

[ride, ndSA] Sì sì, assolutamente! C’è molta energia, e col passare del tempo aumenta sempre di più.

Foals Tour

Ogni volta che i Foals si prendono un periodo di pausa i giornalisti parlano di un imminente scioglimento. È successo nel 2014, e voi invece eravate già al lavoro su What Went Down, ed è successo anche quest’estate: state già scrivendo qualcosa di nuovo?

[si prende il tempo necessario per rispondere, ndSA] Onestamente…questa volta…noi…credo che siamo stati in tour per molto tempo rimanendo sempre concentrati sugli show, abbiamo pianificato una pausa questa volta, una pausa di sei mesi lontani da tutto questo. In dieci anni non ci siamo mai presi più di un paio di settimane di pausa, abbiamo lavorato duro e in maniera costante. Quello che è successo in passato è sempre stato: fare uscire un disco, andare in tour, scrivere il nuovo disco e farlo uscire, andare in tour e via dicendo. Siamo al quarto disco e abbiamo bisogno di staccare un po’, di coltivare la normalità dell’essere umano e di resettare il tutto. Credo che sarà un percorso diverso quello che porterà al prossimo disco, sicuramente più lungo rispetto al passato.

What Went Down è un disco fondamentale per i Foals. Vi siete lasciati alle spalle il math-rock e l’indie degli esordi concentrandovi su un rock granitico e, soprattutto, sulle ritmiche. È un album molto ritmico in un certo senso, mi riferisco ad AlbatrossNight Swimmers. C’è un album o un artista che vi ha guidato in questa direzione?

Credo che siano stati i nostri gusti musicali a guidarci, in particolare per la presenza della musica dance. Ma l’influenza più grande è stata sicuramente quella del produttore James Ford; in passato non siamo mai stati in grado di rendere musicalmente al 100% quello che avevamo in mente. Questa volta, grazie a lui, ai suoi modelli musicali e al suo apporto, siamo riusciti nell’intento. Durante la fase di scrittura, così come in quella di registrazione, non c’è stato un album che ci ha ispirati, siamo rimasti molto concentrati su quello che stavamo facendo. Preferiamo non sprecare le nostre energie nell’ascoltare altri dischi in quella fase.

Mi pare di cogliere in questo album un vigore energico più evidente rispetto al passato…

Sì, assolutamente. Abbiamo cercato di rendere in studio l’energia del live…

È molto “rude” in un certo senso…

Esatto! Siamo stati catalogati per molto tempo come una indie band, ma siamo sempre stati più “animaleschi” di quanto una band indie dovrebbe essere. Sì, indie è sempre stato un termine misterioso, io personalmente mi ritrovo più nella categoria “rock ‘n’ roll band”, se pensi all’energia che c’è nel disco.

È molto interessante questo discorso sul termine indie, credo che sia un termine inflazionato ormai, e usato spesso a sproposito. È innegabile, però, che voi siete stati tra i gruppi più rappresentativi del movimento indie britannico. Cosa pensi della – presunta – scena indie del 2016?

Ad essere sincero, non credo che ce ne sia più una o che esista un qualcosa di legato alla scena indie. Onestamente, nessuno nella band ascolta musica indie. Abbiamo un sacco di amici che suonano in altre band la cui musica ci piace molto, come i Wild BeastsJames Blake, e non so se tutto questo possa necessariamente essere definito indie. Sicuramente c’era una scena quando abbiamo iniziato, un movimento che comprendeva KlaxonsArctic Monkeys e via dicendo, ma ognuno ha maturato poi una sua direzione artistica. Forse la scena musicale britannica più in voga nei prossimi anni sarà quella new-rave.

Cosa mi dici invece del catering per matrimoni? [in un’intervista a ShortList, Yannis Philippakis ha dichiarato che i Foals non hanno mai fatto un concerto da sobri e che con tutto l’alcool che rimane nel tour bus potrebbero pensare di aprire un’attività di catering per matrimoni, ndSA]

[ride di gusto, ndSA] Magnifico! Dovremmo seriamente pensarci.

Un’ultima domanda, dato che siamo in tema: nel making of del disco ci sono bottiglie di vino ovunque. Leggo sul vinile che ho in mano che avete registrato allo studio Le Fabrique in Provenza. Qual è il miglior vino per What Went Down?

[ride, ndSA] Il rosato, ma ne abbiamo provati così tanti a cena che avrei difficoltà a ricordarmeli.

Il rosato? Allora il prossimo disco lo dovete fare in Italia, così poi mi dirai se è meglio il vino francese o quello italiano…

[ride, ndSA] Sarebbe perfetto! Ogni scusa è buona per tornare in Italia. E per bere del buon vino, chiaramente.

24 agosto 2016
24 agosto 2016
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