Grown Up. Intervista agli XX

Sono passati tre anni dal debutto degli XX ma quel sound e quel mix d’ingredienti ha fatto non solo proseliti (tra le “emersioni” recenti, il losangelino Ghost Loft), ma si è de facto scrollato di dosso l’etichetta “hipster make-out music” ed imposto come standard di un sentire intimista, valicando abbondantemente i confini dell’hype e consolidandosi come fenomeno trasversale alle traiettorie indie e mainstream.

Poco male se, nel 2009, il botto mediatico si scontrasse con un trio ancora incapace di colpire nel segno a livello live, e che chi li vide l’anno successivo all’Alcatraz di Milano rimase deluso da una fedele – a tratti goffa – trasposizione live dell’album. In poco tempo, The XX hanno stretto le fila, tarato i volumi, recuperato in sostanza ogni incertezza, maturando esperienza e prospettive future e persino sublimando, grazie al buon uso di amplificazione e bassi, una formula timida, esile, e tutt’altro che nata per il grandi show.

La gig del Primavera Sound 2012, tra le più grandi sorprese dell’intero festival, è la riprova di una formazione che davanti a un palco importante, sfonda i cuori e le menti, utilizza linee “clubby” per compensare scarni episodi post-soul, sviluppa dualità canore/intimiste sempre più evidenti, nonché è in grado di guadagnarsi una propria via alla sensualità implicita imposta quest’anno dai Chromatics.

Coexist, il nuovo album, ne è la logica conseguenza, la risposta di una formazione cresciuta a doppia velocità, che ha evitato le false promesse di “dancing girls for the second album” diffuse da Oliver Sim e scansato i pericoli di un eccessiva attenzione al proprio immaginario, vedi ad esempio i Beach House.

Il sound, ovvio, è così XX. E come potrebbe non esserlo. Quelle chitarre wicked game messe proprio lì, il basso romantico (e dark), l’anima soul a portarsi via tempo, spazio e respiri. Il sophomore non introduce una volta secca rispetto all’esordio, gli elementi fondanti del successo doppia x non sono in discussione bensì in evoluzione.

Romy senz’altro s’è studiata per bene Everything But The Girl (e Sade), e Jamie Smith, il più curioso e importante elemento nei nuovi arrangiamenti, ha introdotto casse in quattro, compressioni trip hop calibratissime, groove appiccicosi e ceneri industrial. Ogni elemento è giocato in sottrazione e sta lì la forza dell’insieme pulsante dell’album. A confessarcelo è la stessa Madley Croft, incontrata in un hotel di Milano proprio in concomitanza con il passaggio promozionale in Italia e l’unica data dello stesso Jamie in versione dj in proprio per una serata in cui si è esibito anche l’hypato John Talabot, proprio la settimana seguente all’evento del Parc Del Forum.

“Credo la confidenza sia decisamente il punto focale”, ci dice. “Nessuno di noi è un tipo super-chatty e men che meno nato per il palco, per cui abbiamo davvero avuto difficoltà agli inizi, sia a parlare con la stampa e con le nuove persone incontrate che ad avere un pubblico a guardarci dal vivo. Ora però sento il nostro essere cresciuti e l’avere un po’ più d’esperienza. Dal canto mio ne sono grata: rende le cose più semplici”. Viene in mente davvero poco di più autentico della timidezza della ragazza, a partire dal full-goth outfit che nulla concede al caldo estivo, fino allo sguardo spesso nel vuoto e al sorriso al massimo accennato per tutto il corso della nostra conversazione.

“È un malato del lavoro autodichiarato, ha bisogno di esser sempre intento a creare musica o a far DJset: è ciò che lo rende felice”, continua parlando di Jamie. “Ha avuto un ruolo molto più attivo nella scrittura di questo disco. Certi silenzi che non ci si aspetta e certi drop sono suoi. L’influenza clubby viene certo da lui, ma pure dall’aver suonato tanto dal vivo: verso la fine dello scorso tour abbiamo iniziato a reinterpretare live le parti finali delle nostre canzoni, vedi in particolare Night Time a cui abbiamo dato una coda house-y. La cosa si è riflettuta poi, ad esempio, per Swept Away, nata originariamente come ballad e su cui abbiamo poi sperimentato – via Jamie perchè nè io, nè Oliver sapremmo dove mettere le mani – una 909 drum machine tenendo fisso il riferimento piano-house, con l’obbiettivo di conservarne i cinque minuti di lunghezza che per una ballad sarebbero stati troppi. Non abbiamo però avuto una discussione all’inizio riguardo al se dovessimo cambiare sound o mantenere quello del debutto. In fondo i nostri strumenti sono gli stessi, il mio guitarplay è simile e ci sono altri elementi che traslano dal primo album al secondo. Credo ci sia semplicemente venuto naturale mettere più carne sul fuoco perchè, con l’esperienza, si è ampliato anche il nostro range di influenze.”

Ripensando al Tumblr inaugurato lo scorso dicembre ad inizio registrazioni dal demo Open Eyes e sul quale, durante tutto il corso dei lavori e della nuova tour-leg, la band ha postato immagini e possibili influenze, le chiediamo se alcune di queste si sono poi attivamente riflettute nell’album. Risponde decisa:“Io ed Oliver siamo giunti ad essere moderatamente ossessionati da Sade per questo disco; ci siamo trovati realmente connessi col suo songwriting, ma anche con lei come persona, per la moderazione con cui contiene il suo personaggio pur essendo la biggest-selling UK solo female artist di tutti i tempi”.

Facciamo poi un passo indietro e torniamo ad indagare sul processo compositivo. Nel self-titled d’esordio è risaputo come le canzoni nascessero da uno scambio di idee via internet fra Madley Croft e Sim, prima di essere portate in studio per consentire anche a Smith (e Qureshi) di metterci le mani per le rifiniture. Qualcosa è cambiato anche sotto questo aspetto, almeno in parte. “Abbiamo sperimentato l’essere più aperti l’uno verso l’altro”, spiega Romy, “alcune delle canzoni sul nuovo disco sono state scritte con un metodo che mai avevamo impiegato prima: ci siamo chiusi tutti e tre nella stessa stanza con assolutamente nulla in mano ed abbiamo composto da zero. C’è stata molta più apertura, collaborazione e franchezza reciproca rispetto al passato.” Le stanze che hanno ospitato la lavorazione di Coexist sono in realtà due: da principio una senza finestre sul retro dello studio degli Horrors a Dalston, poi un mini-studio ad Angel con velluto nero sulle pareti ad insonorizzare.

Per il resto Coexist è parto notturno quanto lo era il suo predecessore (“più d’una persona mi ha detto che il disco suona a tratti Reunion, Sunset – più luminoso del precedente, ma per quanto ci riguarda questa luce è quella dell’alba. Restiamo night-people, abbiamo provato a lavorare liberandoci da questo nostro particolare sleeping pattern ma è una cosa che non possiamo davvero controllare”), così come le tematiche racchiuse nei suoi testi (che pure sono qui senz’altro meno melodrammatici e più straight-forward) restano similari, ruotando sempre attorno al bisogno di ricongiungimento con amanti distanti, a sguardi rubati, all’incrinarsi delle relazioni e via dicendo.

“Tutte le canzoni continuano ad incentrarsi sui sentimenti. C’è ancora molto di amori perduti, come nello scorso album, ma mentre all’epoca ho scritto esclusivamente di mie esperienze, questa volta ho invece parlato anche delle relazioni di persone che conosco, immedesimandomi nelle loro situazioni. Oliver ha fatto l’esatto contrario: su questo disco la sua scrittura è più personale che in precedenza. Possiamo dire di aver scritto in maniere opposte”.

Vi è però ancora qualcosa in più, un filo conduttore che lega i brani e si riflette nel titolo: “Coexist significa imparare e crescere insieme, andare avanti superando relazioni finite e mancanze. Essere adulti, insomma. Il disco per intero riguarda questo. Il titolo ha poi un altro significato, che coinvolge noi come band e si può vedere anche nella cover art: così come l’arcobaleno del logo è frutto della combinazione fra olio ed acqua, due elementi diversissimi, allo stesso modo la nostra musica è una cosa a sè da individui singoli – guarda Jamie, ad esempio –, ma quando ci riuniamo genera The XX”.

Our Song pezzo chiave, quindi? “Sì, credo che si possa dire questo. Le nostre canzoni solitamente si rivolgono all’esterno, mentre quella ce la indirizziamo a vicenda. Anche questo non l’avevamo mai fatto prima.”

3 settembre 2012
3 settembre 2012
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