I Cani. Verso nuove orbite

Un articolo pubblicato su queste pagine a gennaio del 2016 da Riccardo Zagaglia ben sintetizza la dialettica tra indie e mainstream all’epoca dei social media e a più di 10 anni dagli esordi di internet in Italia, con il download e lo streaming che hanno siglato il collasso del mondo discografico per come lo conosciamo. Una dialettica che vive ancora di difficoltà e incomprensioni, soprattutto considerato che l’accesso a palcoscenici mainstream rimane ancora oggi molto legato ai cosiddetti grandi media, la cui voce raramente viene messa in discussione. Un contesto imprescindibile dal quale partire per parlare delle vecchie e nuove maniere di colui che ha rappresentato uno dei casi discografici più emblematici del primo lustro del decennio: Niccolò Contessa, in arte I Cani, che all’electro-pop-punk con accento romano affianca un portato melodico immerso nei classici del cantautorato, cambiando di disco in disco i suoi riferimenti, da De Gregori ai Baustelle, da Max Gazzè ai Modern Lovers, da Edda a Tobias Jesso.

Un percorso insolito, parabolico, che inizia nel giugno 2010 grazie alla condivisione su YouTube e Soundcloud di due brani creati in maniera abbastanza rudimentale, I Pariolini di 18 anni e Wes Anderson. Le tracce diventano un fenomeno virale sul web prima ancora di rappresentare qualcuno, di avere un volto. Inizialmente infatti Contessa si esibisce nascondendo la propria identità con un sacchetto di carta sulla testa, tolto per la prima volta durante un Mi Ami festival al Magnolia di Milano l’anno seguente. È grazie al web che «l’ennesimo gruppo pop romano» riesce a farsi strada tanto da conquistarsi  l’etichetta indipendente 42 Records, con la quale nel giugno 2011 pubblica il primo album, Il sorprendente album d’esordio de I Cani.

Indipendente, indie, termini che risuonano nella nostra testa e che sembrano diventare vacui contenitori di atteggiamenti e mode. Indipendenti perché liberi dal mercato della cultura di massa e dai media generalisti? Indipendenti dalle grandi case discografiche? Indipendenti, forse, economicamente? Ecco no, questo (purtroppo) no. Senza disfattismi e con le dovute cautele, il mondo indie nel nostro Paese (come già ampiamente analizzato) vive nella difficoltà di auto-sostenersi, di essere veramente autonomo dalla cultura di massa. Ciò che questo mondo ricerca non è soltanto un’alternativa di produzione e pubblicazione, ma anche un’alternativa stilistica: il tacito sottobosco indipendente può divenire fucina artistica di grande portata per la possibilità che ha di creare talvolta qualcosa di nuovo, azzardi e scommesse.

Non si può dire infatti che per Fiorenza e Colasanti di 42 Records I Cani non siano stati una scommessa: un 24enne di Roma nord che parla della sua città, e non in languidi termini romantici, ma disegnando schiettamente le ristrette pareti che lo circondano tramite storie “superficiali” – ovvero che stanno in superficie, sotto gli occhi di tutti, quotidiane – e un esame delle criticità e delle contraddizioni più profonde. Vengono denudati i giovani pariolini lasciando solo lo scheletro, o demistificate le persone (anzi, i personaggi) del mondo indipendente, come in Post-Punk. Una musica sincera nelle intenzioni, anche se non ricercata a livello tecnico, che sa conquistare proprio per questo carattere di autenticità, nel senso intrinseco del termine, ovvero «avere autorità su se stessi», al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere per gli altri. È proprio sul concetto di immagine che diamo di noi stessi – nella vita reale e nel simulacro dei social network – che si fondano le canzoni Velleità e Hipsteria, il cui video lo-fi (presentato su Wired) diviene immediatamente virale, tanto quanto ciò che viene messo alla berlina nei testi.

Sottoposto a diverse critiche – soprattutto per il manifesto dilettantismo nel far musica – Contessa non è particolarmente dotato nel canto, le partiture non rispondono a canoni estetici alti, né l’elettronica si fonda su sperimentazioni o particolarismi. La sua musica viene scansata dal pubblico adulto, per poi avere quasi esclusivamente impatto sui più giovani (nella logica che se il pubblico riflette in parte ciò che è un artista, allora…), sulle ali di un electro-pop da cameretta troppo adolescenziale, come se alla musica indie non fosse permesso di rientrare in questo tipo di immaginario.

Le polemiche si attenuano con Glamour del 2013, un disco ben riuscito, più maturo e ragionato, ma da cui non emergono mutazioni nei connotati o nelle aspirazioni del cantautore romano. Esaspera maggiormente il lato verista e schietto, mettendosi anche in prima persona nel racconto senza necessariamente seguire un filone autobiografico: il disagio di Lexotan, per esempio, o l’intensa Corso Trieste, musicalmente ben riuscita anche grazie all’apporto dei Gazebo Penguins. Un amalgama musicale più solido, coeso, grazie a melodie meno prevedibili. Un disco che fa approdare I Cani, in maniera automatica e naturale, all’alternative-mainstream, un termine che può sembrare disarmonico ma che definisce una situazione attuale legata al ruolo di internet nel processo di promozione musicale: il mainstream degli appassionati e non soltanto, il mondo dei giovani, tutti quelli cioè che decidono di partecipare alla vita culturale servendosi di media alternativi come le riviste online di musica, o semplicemente tramite la condivisione su social network. Il mondo, come spiega Zagaglia, dell’ascoltatore attivo. Con l’uscita di Glamour Contessa finisce anche su testate generaliste come La Repubblica, che parla di lui come del «più mainstream del mondo indie, il più indie del mondo mainstream», sintetizzando la natura liminare del suo ruolo nell’industria musicale. Niente da crocifiggere, ovviamente: l’approdo a un pubblico più vasto non può che essere qualcosa di positivo, come dice Nino Ciglio «il mainstream in Italia non è uno status symbol, è solo il punto massimo di aspirazione di chiunque parta a far musica da una cameretta». Il che è assolutamente vero, soprattutto se il prodotto è (come dicevamo) autentico e credibile. Glamour infatti mantiene la forza espressiva e concreta dell’esordio, un misto tra disincanto – per il mondo che lo circonda, per i conformismi, per il mestiere dell’arte – e mortificazione. Entrambe traiettorie tipiche, che vibrano di reale forza visiva, come il personaggio di Storia di un impiegato, che nell’aggrapparsi al muro ci rivela l’angoscia di non sentirsi soddisfatti per un lavoro sicuro («vero») ma in cui non ci si riconosce.

Una mortificazione (l’immagine da sfigato che si autodefinisce «astro nascente di quattro poveri stronzi») che nella vita reale si tramuta in spinta propositiva. Dopo il tour di successo del secondo album, Contessa si dedica esclusivamente all’arte e alla crescita di se stesso come musicista. Prende lezioni di pianoforte, si dà una disciplina musicale che (da quanto dice lui) prima non aveva, con un insegnate. Si professionalizza, quindi, come per reazione alle accuse mosse contro di lui nei primi due anni della carriera, o candidamente per dimostrare qualcosa a se stesso. Spiega che «da quando è uscito il primo disco mi sono sempre sentito come se dovessi giustificarmi per quello che stavo facendo, perché comunque non ero capace di cantare, di suonare, mi dicevano che facevo pezzi tutti uguali. E quindi ho pensato che dovessi rimediare».

È in questo periodo che si dedica anche all’attività, mai sperimentata prima di allora, di composizione di colonne sonore, un’attività che Contessa accoglie con entusiasmo (tanto da sperare che diventi un «lavoro vero») trovandosi in una dimensione molto più intimista durante la fase di creazione. La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi si muove sulle note di Torta di noi, canzone che si attiene a uno stile cantautorale tutto italiano, puro, e che diventa manifesto dell’avvicinamento di Contessa al pianoforte, concorrendo (assieme alle altre motivazioni) al cambio di rotta portato dal terzo disco Aurora.

I-Cani-AURORA

Sul finire del 2015 vengono condivisi tre video (oltre alla appena citata Torta di noi) che anticipano l’uscita di Aurora prevista per il 29 gennaio 2016. Baby Soldato, Il posto più freddoNon finirà e una campagna promozionale grandangolare creano un’attesa che sfocia nei giudizi a caldo del pubblico. Il disco si colloca abbastanza in bilico: chi sostiene che I Cani si siano in qualche modo traditi, “scadendo” in un cantautorato più melodico o in un pop troppo attuale (riferendosi soprattutto al singolo Non Finirà), chi invece elogia il disco come uno dei migliori della band. La cosa certa, finora, è l’effettivo anche se parziale cambiamento del sentimento del tempo vissuto da un Contessa che sceglie di «non deprimersi, di vedere il mondo come un posto che ha ancora speranza. […] è solo una scelta personale. Alla fine per me c’è la luce, sì, perché scelgo di vederla». Parziale perché, analizzando il disco, percepiamo ancora una certa angoscia e inadeguatezza verso il mondo, ma, come dicevamo in sede di recensione, cambia il modo di raccontarla. Questo modo, ad oggi sembra ormai evidente, piace anche (e soprattutto) ai media classici: ecco comparire il Nostro in interviste su LaRepubblica, L’Unità, sul blog del Sole 24 Ore; ma è l’approdo in televisione, a Quelli Che Il Calcio, che più di tutti stranisce sia lui che il suo pubblico. Che sia una passione personale di Nicola Savino o soltanto una semplice scelta musicale del programma, poco importa: l’impacciato ragazzo romano canta sotto i riflettori di Rai 2. Impacciato, certo, ma capace piano piano di prendere sempre più dimestichezza con gli strumenti della comunicazione: la pagina Facebook, solitamente con pochissimi aggiornamenti, inizia nei mesi finali del 2015 a riempirsi di contenuti, esuberanza promozionale tesa a radicare ulteriormente I Cani in quell’alternative-mainstream di cui abbiamo parlato sopra.

Il discorso a questo punto dovrà vertere sul senso di credibilità. Non è nostra intenzione dare giudizi in questa sede, ma esporre e analizzare i fatti: il cambiamento stilistico (parziale) di Aurora ha verosimilmente fatto storcere il naso a qualcuno. Non tanto per il fatto che si parli moltissimo de I Cani – un cliché diffuso nel mondo indie è quello di deprecare il successo di un artista fino a prima poco conosciuto – quanto perché in più della metà delle tracce viene a perdersi il lato più punk della scrittura di Contessa, l’immediatezza e la semplicità, e ci si avvicina a un tono melodico non solo nella musica, ma anche nei testi. Secondo alcune sue stesse dichiarazioni, oltre ad aver seguìto esigenze artistiche personali, l’artista ha accolto appunti mossi dall’esterno: a chi gli diceva che non sapeva suonare ha “risposto” con lezioni di pianoforte, a chi lo accusava di parlare del suo mondo ristretto ha replicato con testi quanto più universali possibili – tanto da arrivare a scegliere, come filo conduttore tematico, proprio l’universo, le stelle, i pianeti et similia. Oltre a questo, c’è anche un bisogno di distinguersi dal resto della galassia indipendente: «all’epoca del primo disco avevo un linguaggio che mi piaceva perché non si sentiva in giro, poi è entrato nello spirito dei tempi: un certo modo di parlare del contemporaneo, del contesto sociale è diventato routine». Ma non è un caso che le tracce più forti del disco (Baby Soldato, Il posto più freddo, Calabi Yau, Protobodhisattva e per altri motivi anche Questo Nostro Grande Amore) siano proprio quelle in cui I Cani fanno I Cani.

Essere più universali non significa certo muoversi verso un pubblico maggiormente mainstream, né è una tendenza legata esclusivamente a un cambiamento a favore di camera. Arrivare a un numero maggiore di persone è una conseguenza data da tanti fattori, e la musica è solo uno di questi. Su l’Unità.tv si dice che «ci sono i segnali, tangibili, di un approdo de I Cani a una vetrina generalista. Per Niccolò tutto questo è un segnale positivo: significa che cadono certi steccati, e non sarebbe la prima né l’ultima volta che succede». Ma sono steccati che portano la musica indie immutata nella comunicazione generalista perché c’è un’inversione di tendenza, o sono quelli che portano l’indie nel mainstream solo quando questo si ristruttura su basi adeguate all’orecchio di un pubblico vasto?

Parlando in termini generali, l’esistenza di una tendenza del cantautorato punk all’allineamento verso uno stile più melodico o convenzionale nella fase di passaggio tra l’esclusivamente indipendente e l’alt-mainstream (se non mainstream) è adattabile ad altri cantautori, anche se non stigmatizzabile al cento per cento. Non si sta chiaramente affermando che un artista debba essere sempre uguale a se stesso per tutta la sua carriera – anche perché l’età anagrafica degli autori va aumentando, come per chiunque su questa terra – ma ci si interroga su quanto alcuni cambiamenti siano dovuti più alla scarsezza di idee che a idee nuove; ovvero, se il cambiamento artistico segua l’effettivo sentire dell’autore oppure se venga condizionato (anche inconsciamente) da tutta la sovrastruttura del mondo musicale. Gli Amor Fou, in questo senso, sono una band indie che ha visto proprio nell’arrivo al mainstream la propria fine, quando è uscito nel 2012 quel 100 giorni da oggi via Universal. Un disco che aveva spunti interessanti, ma che ha cercato anche di stare al passo con i tempi grazie a suoni e a testi che forse non appartenevano alla natura della band, risultando oltretutto tardivo perché il momento per quei suoni era già passato. Uno sgretolamento causato anche dal fatto che quel tipo di mire non metteva d’accordo tutti i componenti della band, primo fra tutti Giuliano Dottori, con il leader Raina lasciato solo durante l’approdo mainstream vero e proprio, e diventato autore per XFactor, Emma Marrone, Mika, Malika Ayane. Parlare di “snaturamento” con Aurora de I Cani sarebbe forse eccessivo, anzi sbagliato, perché come abbiamo detto, sebbene Contessa sia andato a perdere una parte di immediatezza nella sua produzione, è riuscito a mantenere alcuni aspetti invariati – l’inadeguatezza nei confronti del mondo, per dirne una. Siamo quindi di fronte a un distacco del cantautore da quel mondo di cui parlava nei primi due album o soltanto a un adeguamento a una tipologia stilistica che possa piacere a un pubblico più vasto, ovvero il cantautorato dominante in Italia? Oppure questi fenomeni (quelli del cantautorato punk, si intende) sono destinati a durare per un tempo limitato, circoscritto, esaurito il quale si passa con un nuovo nome a creare qualcos’altro?

È interessante notare, estendendo la nostra analisi ad altri ambiti culturali, come una certa scena romana piuttosto coesa e che non risparmia mai reciproci endorsement sui social, sia arrivata nel corso del tempo ad avere accesso ad un pubblico più generalista raccogliendo però risultati non sempre entusiasmanti. Detto de I Cani e dell’album di Calcutta dal fatale titolo Mainstream, vanno ascritti a questa scena il nuovo inizio dei Thegiornalisti e le produzioni dei The Pills. Nel primo caso, dopo due album e centinaia di concerti, la band romana ha conosciuto con Fuoricampo una vera e propria rinascita che ha portato il frontman Tommaso Paradiso dal suonare per pochi intimi a diventare inviato sui campi per la trasmissione Quelli che il calcio e a scrivere uno dei singoli più suonati dalle radio, Luca lo stesso. The Pills (anche loro emersi dal web), dopo anni trascorsi in bianco e nero attorno a un tavolo, sono arrivati a inizio 2016 al grande schermo cinematografico. Sempre meglio che lavorare – regia di Luca Vecchi, prodotto da Pietro Valsecchi – annota nella colonna sonora tutti i nomi che abbiamo fatto finora (I Cani, Thegiornalisti, Calcutta), ma il risultato finale, incerto e a tratti incompleto, raccoglie pochi consensi tra i critici e scarsi risultati al botteghino. La trasposizione in lungometraggio delle pillole pubblicate sul web non riesce a confermare la verve comica, irriverente e a tratti surreale dei tre. Ci sono altri esempi, invece, che dimostrano come si possa favorevolmente fare un passo indietro sia a livello mediatico che di tipologia di concerto. Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica), per dirne uno, ha deciso con il tour 2016 di ritornare alle origini dei live ristretti e quasi teatrali, accompagnato soltanto da un computer e dalla chitarra di Andrea Faccioli, in spazi piccoli e col pubblico seduto.

Viene dunque da chiedersi dove sia finita l’anima punk di Niccolò Contessa, se sia rimasta soltanto nella foto sbiadita della sua carta d’identità. Una delle letture possibili, vista la collaborazione tra i due, potrebbe riguardare proprio Calcutta che, dopo il debutto iper lo-fi con Forse, fa il boom con il già citato Mainstream. Di questo secondo lavoro Niccolò Contessa è fautore se non quasi produttore, avendo preso sotto la propria ala il giovane musicista di Latina fin dall’inizio del lavoro di creazione, tanto che il diretto interessato ha dichiarato: «senza Niccolò  non avrei svoltato su questa via». Calcutta sembra essere, in questa situazione, il destinatario di un passaggio di testimone della “critica sociale ai tempi dei social network” del Contessa dei due primi album, una sorta di costola punk del sentire di un ristretto mondo locale che il romano sta lasciando lentamente andare per dedicarsi ad altro, nelle modalità che abbiamo cercato di chiarire finora.

Il risultato di questo percorso, quindi, è frutto di conseguenze legate alla sovrastruttura del mondo della musica – in cui non esiste soltanto la creatività pura ma ci sono altri fattori che concorrono ad influenzarne l’esito finale – ma anche di scelte. Con Aurora il Nostro si è ritrovato ad usare un linguaggio testuale e musicale che (casualmente o non casualmente) ha fatto presa sui media generalisti e sul mainstream. Ma è anche vero che, nel suo intento di slegarsi dal localismo della sua produzione, ha preparato il terreno per un pubblico più ampio, coscientemente. Di scelte ne parlava una poesia di Robert Frost: «Due strade divergevano in un bosco, ed io — / Io presi quella meno battuta / E questo ha fatto tutta la differenza». Bisogna capire ora quale sia la strada meno battuta.

21 febbraio 2016
21 febbraio 2016
Leggi tutto
Precedente
Cosa ci insegnano i dati Spotify Cosa ci insegnano i dati Spotify
Successivo
Acrobati: il nuovo album di Daniele Silvestri Daniele Silvestri - Acrobati: il nuovo album di Daniele Silvestri

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite