Il suono dei collettivi

Continuità e discontinuità. Dai Novanta ai Duemila

La musica pop vive di eterni rimescolamenti e ritorni, ed è un fatto a tal punto noto da passare quasi inosservato. A maggior ragione oggi, allorché ogni cosa si accavalla caoticamente confondendo la prospettiva. Sovrapponendosi, però, succede che anche i proverbiali corsi e ricorsi storici divengano altro: non sempre apprezzabile, ma la questione sta nel conferire un valore il più possibile personale ai modelli sotto pelle; nel far brillare di una luce che non sia semplice riflesso la nostra educazione sentimentale, così da ricavarne opere che posseggano un motivo che ne giustifichi l’esistenza. Chiusi i convulsi “anni zero”, riflettiamo sulla con-fusione che sono stati, simile a quella del decennio precedente ed ecco un ennesima fonte di continuità tra le due epoche. Nelle quali, tra le infinite altre cose, il crossoverstilistico e attitudinale nato negli anni ’80 si è perfezionato e dilatato, assumendo la forma di una complessa tessitura.

L’elettronica si infiltra ed esce dalla cameretta e il noiseindustriale (ri)diventa voga, l’America si scopre weirde la suburbia balla e sballa su una deriva squassante del drum n’ bass.  In questo composito e affollato quadro c’è spazio anche per un grande suonoche non deriva da una malintesa magniloquenza prog, già messa a tacere dall’ironia di un Wayne Coyne e dall’urgenza del post-rock, semmai da un sentire che muove dall’universo per comodità definito “indie”. Sulla scorta del decentramento geografico, di un partecipato distacco ironico e della disinvoltura con la quale oggi nelle canzoni si infila stilisticamente tutto(senza però scordare di scrivere melodie che rimangano), ci si appoggia con l’umiltà che appartenne all’underground pre Nevermind a collettivi ricchi di strumenti e ambizioni, inseguendo un’epica che, il cuore sulla manica ella camicia, resiste alla grandeur. In queste band – capaci di approfittare della distanza dai “grandi centri” per rielaborare tendenze e ispirazioni in totale libertà – c’è il rifiuto di soddisfare l’ego del singolo.

Prevale una visione genuinamente “di gruppo” che sviluppa le intuizioni del singolo in qualcosa di coeso e policromo. Un et pluribus unumche, lontano anni luce dal populismo sonoro di U2 e Simple Minds (di Coldplay e Muse…), risale a meravigliosi esempi di umanesimo progressista come Penguin Cafè Orchestra e Ordinaires (come Rachel’s e Tin Hat Trio …); che trae linfa da misconosciuti ma fervidi laboratori del passato chiamati Black Sun Ensemble e Savage Republic; che si riallaccia alla “scuola” di Canterbury, agli intellettuali “in opposizione” e al kraut-rockpiù tribale. Comune a tutti costoro l’aver superato in modo credibile il formato del quartetto/quintetto rock tradizionale imposto da mercato e industria; condotta per diverse vie, la loro è stata una rivoluzione autentica e feconda perché strutturale e formale. Entità agili anche laddove numerose, hanno ricavato un linguaggio dalla consapevolezza che una seria “evoluzione del rock” passa attraverso canzoni e strumenti, tecniche esecutive e di registrazione. Come i loro discendenti di casa Constellation, fermo posta Montreal, Canada.

Abbiamo però corso e urge riavvolgere il nastro alla fine del XX secolo, quando la comunicazione diviene sempre più indiretta, le certezze vacillano e l’individuo attraversa una robusta crisi d’identità. Scopre attorno a sé un universo caotico di possibilità da esaminare e di vite parallele spesso senza peso; riconosce definitivamente la solitudine nella massa. Eccolo di fronte a un bivio che ha un parallelo nelle scelte musicali: rinchiudersi nel proprio io, o magari dietro uno pseudonimo da spacciare per band a tutti gli effetti; diversamente, cercare dei simili appassionati di canzoni come si facevano “una volta”, in chi applica la tecnologia a finalità comunicative e rifiuta i virtuosismi perché il rock ormai è morto e non risorgerà. Ma siamo proprio sicuri del decesso? A essere trapassata, nonostante il suo patetico fantasma ancora si aggiri, è piuttosto il “rockismo”: un proteggersi dentro la malintesa autenticità e nell’eroismo dello strumento per distrarre da retorica ammuffita e deboscia delle star. Cose che vorremmo sepolte per sempre e che neppure il ‘77 aveva sradicato. Cose che il post-rock ha infine smascherato in tutta la loro vacuità e supponenza, mostrando che una musica grandiosa ma non auto-compiaciuta era possibile. Semmai, il suo problema era l’eccesso di freddezza: nessuno, del resto, è perfetto… Il risultato attuale essendo che, oggi come oggi, non trovate – per fortuna – in giro una rockstar “come la conoscevamo”, essendo stata l’ultima e definitiva un involontario martire del nord-ovest americano, giusto nel momento in cui i rimasugli di innocenza scomparivano sotto al cinismo, al distacco e all’autocritica di Sonic Youth, Pussy Galore, Slint. Sappiamo com’è finita, e prova ne siano i settantenni sopravvissuti dei sixties, che col “super-io” hanno combattuto venendone a patti e cavandone soldi. Nulla di male, ma i tempi sono cambiati e di burattini come Pete Doherty  e del loro ribellismo da supermarket non si sente davvero il bisogno. Tempi mutati, benché serbino comunque memoria dell’anima primigenia di quel decennio di crescita artistica continua: nel non porsi limiti e abbattere quelli che separano dalla realizzazione di un’idea, nell’osare e tuffarsi in un ribollire di elettriche ed elettrizzanti possibilità.

Così è stato per coloro che allo spegnersi del posthanno riscoperto un’indole progressista: Mercury Rev e Flaming Lips non erano che la punta di un iceberg di spontanea complessità e cattedrali sonore che non fossero di cartone. Se era la sostanza a interessarci oltre la mera curiosità di “fenomeni” (più da baraccone che di sostanza) tipo Polyphonic Spree e lo scadimento modaiolo degli I’m From Barcelona  toccava scandagliare una terra di pochi dai contorni sfumati e fertili, dove il “dopo-rock” privo di facce, eroi ed edonisti sfumava – ritornando alle origini dei ’60 – da progetto in famiglia. Da lì ad allargarsi a comunità il passo è stato breve e benedetto da Sigur Rós e Mùm, ma pure dai crescendo chitarristici e delle pause di riflessione dei Mogwai, divenendo coralità liturgica venata di mestizia e di eclettismo. E, per via dell’urgenza dionisiaca connaturata a chi risiede in zone periferiche del globo, esposto a quel che avanza di una natura selvatica e matrigna, è servito da carburante per uno slancio creativo di tutto rispetto: Islanda, Canada, Australia, l’America rurale di Akron/Family e Animal Collective. Senza dimenticare un’Inghilterra che – attraverso Tunng e i più oltranzisti Focus Group – fa lo stesso con inquietanti e atavici culti misterici, con un passato reinventato dalla ghostalgia. Ognuno memore del fatto che il segreto per durare è scrivere canzoni figlie di misura e contaminazione, di arguzia e senso del tempo – il proprio e quello appartenente a un primae addirittura un dopo.

Intanto, come per ogni solida strategia che diventa genere, la coralità genera seguaci e si divide in mille rivoli. A conferma di come, tra Novanta e Anni Zero, vi sia una linea di continuità e adattamento.

Il Canada. A porte aperte

Solido ponte sull’oggi si erge la Constellation, etichetta autogestita mescolando la fierezza anarchica dei Crass, il rispetto per i fan che animava i Grateful Dead e un affilato idealismo militante da comune tedesca anni ‘70. Di Godspeed You! Black Emperor (avete fatto caso al pronome, che viene spontaneo tradurre col plurale “voi”?), collettivo di punta divenuto inattaccabile culto “anti-mainstream” recentemente tornato sulle scene, appassionano l’impegno politico giocato per sottintesi e l’evocativa desolazione cinematica, le sferzanti masse d’archi in movimento su chitarre distorte e ritmica instancabile. Una trasfigurazione di melodie popolaresche in transito dall’arcano al dopo bomba, anzi al “dopo capitalismo”,  Wastelanddenunciata con fiero atteggiamento barricadero che non scade nel comizio. Sia da f#a# ∞, Yanqui U.X.O. che da esibizioni dal vivo divenute leggendarie si solleva viceversa un blues metafisico presto restituito alla carne viva della realtà, come accade con A Silver Mount Zion, che di tale prodigio incarnano – non solo per la compresenza di musicisti – la diretta derivazione. Piacciono di loro la spiritualità del porgersi e gli impasti strumentali, pause e riverberi che spazzano via mentre un’ugola umanissima scava nell’anima. Banditi i melodrammi e i vicoli ciechi della retorica, chi, pensando al post-rock, ancora discetta di freddezza e distacco, riascolti apici come il programmatico This Is Our Punk Rock o il solido Kollaps Tradixionales.

Magari mentre riflette su un altro dato assai indicativo: ogni decade ha i propri chitarristi simbolo. Tanto per restare nei massimi sistemi e nel recinto dei classici conclamati, i Sessanta di Jimi Hendrix e Jerry Garcia e i Settanta di Jimmy Page e Duane Allman si scontrano (e rispecchiano, tramite Tom Verlaine e Robert Fripp) negli Ottanta di The Edge e Keith Levene, risorgendo mutati lungo i ‘90 dominati per la prima metà da Tom Morello, Kim Tahyl, Dave Pajo. Persino il punk, paradossalmente, aveva i suoi axemen. Provate però a tirar fuori una sei corde  “simbolo” del 2000: farete una fatica immane perché – grossomodo dal ’95 in poi – è l’insieme sonoro a imporsi sul peso dei singoli strumenti. Controprova ne sia che dei Franz Ferdinand rammenti riff e incisi, mai assoli che peraltro; lo stesso vale per i succitati Mogwai, giusto per chiudere un altro cerchio. In una sorta di purificazione sonora, il concetto di solo è accantonato in favore del rumore strutturato di Spacemen 3 e My Bloody Valentine e degli intrecci provenienti dall’asse Chicago-Louisville, tant’è che persino in ambito “neo-hard” si sceglie un minimalismo ascetico che del metallo raccoglie la ruggine e ignora gli smalti. Deve essere un segnale se, anche dove regna il formato del power-trio(o addirittura duo: si vedano i magnifici Om) detta legge un rigore che, nella complessità strutturale, punta a comunicare quando l’impresa è sempre più ardua o andrebbe ripensata. L’individuo, atomizzato e scollegato dalla società circostante, oggi osserva gli avvenimenti dall’esterno filtrandoli nei media. Un processo contrario alla sua essenza di animale sociale, che per quanto sopita lo spinge prima o poi a cercare dei simili. A far leva sulla collettivitàper affrontare ogni bruttura e l’incertezza. Per questo, deve necessariamente liberarsi di qualsiasi zavorra.

Da qui origina in buona parte un senso della musica improntato alla “democrazia”, concepita a partire da un puritanesimo indie che elimina la pretenziosità di proge concept e li restituisce a nuova e infine dignitosa vita. Quella stessa spinta autarchica che, si badi bene, scaturì dal punk primigenio e – attraverso new wave e hardcore – fu il terreno su cui germogliarono alcuni tra i più esaltanti esperimenti sonori di Ottanta e Novanta. Il filo che connette il plotoncino della Constellation ad Arcade Fire e Broken Social Scene va pertanto oltre la semplice provenienza geografica o le collaborazioni incrociate: le quali non mancano, è ovvio, però si associano a una disposizione a orchestrare panorami sonori senza cadere in barocchismi, evitando l’autismo dei virtuosi e l’arroganza da primi della classe. Li aiuta vivere in Canada, stato dove si respira un diverso senso della socialità. Dove la vita scorre con molti meno individualismo ed esasperazione rispetto agli U.S.A.: basta pensare alla scena di Bowling A Colombine in cui Michael Moore scopre con stupore che dall’altra parte del lago Michigan la gente non chiude a chiave la porta di casa. Un’esagerazione scenica, forse, tuttavia in quella nazione non si pensa soltanto a sé stessi, non ci si barrica in città/quartieri isolati dall’altro là fuori, che nei secoli ha assunto le sembianze di pellerossa e comunisti, di alieni e zombie. Corre una differenza sostanziale tra l’onanismo che affossa i Mars Volta e il gioco di accumuli primari (voglia di enciclopedismo che è lascito post-moderno) dei Broken Social Scene. Guarda caso fondatori della Arts & Crafts, etichetta che porta lo stesso nome del movimento guidato nell’Inghilterra del XIX secolo da William Morris. Obiettivo principale: colmare lo spazio tra istinto creativo e abilità tecnica, realizzando “manufatti” a metà strada tra l’arte e il mestiere come dovrebbe ogni artigiano indipendentedegno di tal nome. Niente cambia, tutto cambia.

Spesso, infatti, è proprio questa la sensazione che ricavi dai Broken Social Scene, aggregatisi nel 1999 attorno a Kevin Drew e Brendan Canning, amici che in ventiquattro mesi affinavano l’amalgama di mitologia pop, neo-psichedelia al quadrato e omaggi ai Sonic Youth, ammirando per i primi due ingredienti esempi britannici classicamente anni ‘90 come James e Boo Radleys. Apprezzabile la calligrafia “riassuntiva” e l’evidenza delle fonti, l’insieme raggiunge vette che sovrastano la somma degli elementi. L’esordio Feel Good Lostdel 2001 è ancora acerbo e nondimeno indica il metodo lavorativo: spartire le idee con connazionali impegnati in altri progetti, ad esempio i post-rocker urbani – va da sé, su Constellation – Do Make Say Think. Al secondo lp, numerosi come una squadra di calcio centrano il capolavoro: You Forgot It In People pulsa di magia policroma e stordente tra fiati, elettronica e mulinare ritmico; apparecchiata in disturbati epperò perfetti inni college rocke ripensamenti modernisti di folk alle prese col jazz e viceversa. Dove avanza spazio, infilano camerismi, nevrotiche ballate e country sporcato da gas di scarico. Costante e collante, un’apertura verso l’ascoltatore che, con umana modestia, è invitato a calarsi nel tessuto sonoro per comprenderne l’essenza. Raccolto un premio Juno per “album alternativo dell’anno”, rimandano l’appuntamento col seguito al 2005, consegnando un lavoro significativamente omonimo che inaspriva i toni nei testi e schiacciava il pedale pop-motorik. Spettava a un paio di buone scappatelle del duo – con gli altri a dar man forte: la famiglia è famiglia – ratificare l’esubero creativo e infine cristallizzare il messaggio, laddove lascia perplessi l’ultimo Forgiveness Rock Record, cambio di pelle che non svilisce la formula aurea per ottenere il successo planetario. Resta tuttavia indeciso sulla via da intraprendere, spostandosi su sfocati panorami eightiesper rifugiarsi nella tristallegria dei tardi Flaming Lips.

Una costante di queste pagine, peraltro, mascherata in mezzo a mutazioni pop e colpi di genio nei nomi riuniti sotto l’egida Arts & Crafts, che preferiscono lasciare le inquietudini sotto pelle, trattarle alla stregua di un non detto che colorano di tinte pastello. Di caratura soddisfacente seppur non memorabile quelle recapitate dai Most Serene Republic, sestetto proveniente dall’Ontario e primo in catalogo a non possedere “legami” con i padroni di casa. Nel 2005, il debutto Underwater Cinematographer mescolava pianoforti maestosi, rabbia chitarristica e un’indole torturata da discreto bignami dell’odierno indie-rock, il melodramma contenuto però nei limiti come accadeva lungo il successore Population. Nel frattempo, il clamore attorno ai “capoccia” discografici e ai relativi spin-off diventava biglietto da visita d’eccezione col risultato di influenzare la proposta sonora, che andava viepiù complicando brani cangianti e raffinati, benché talora fragili nonostante i mezzi e l’ampissima cultura musicale. Difetti radicati nel DNA del pop “colto”, questi ultimi: lo sottolineava un anno fa …And The Ever Expanding Universe, rassegna di piacevoli clichè che svanivano ad ascolto concluso. Parabola discendente che richiama quanto accaduto al progetto The Stars, nati a Toronto sull’amore per Marvin Gaye, Smiths e New Order(dove confessione e danza possono andare a braccetto: vedere alla voce “Sarah Records”, soprattutto i Field Mice), scottati dalla trasferta nella Grande Mela e riparati nella quieta Montreal. Dove hanno temperato la miscela di elettronica e intimismo, immaginando Morrissey che si alterna con Momus – entrambi loro fan, ovviamente – in canzoni a lento rilascio arredate dai Saint Etienne. Nostalgie ’80 e sofisticata tecnologia sommate a seduzioni orchestrali, un desiderio di aprire cuore e diari segreti mai venuta meno nella prima metà del decennio, da Nightsongs fino all’equilibrato Set Yourself On Fire passando per il morbido Heart. Spettava tuttavia alla magniloquenza da Broadway di In Our Bedroom After The War ridimensionare la penna del leader Torquil Campbell, inducendo un tedio che il successore The Five Ghosts non ha arginato. Smaliziato e citazionista, laccato e inquieto, se il pop non si decide tra aprirsi alla totale teatralità delle emozioni o il nascondersi dentro una ragnatela di domande, rimane schiacciato dall’indecisione.

Rischio che non corre – per l’abilità a sfatare le attese sfruttando i colpi di genio – l’altra numerosa ed eccezionale congrega ubicata a Montreal, Arcade Fire. Avviati peraltro da una coppia di fratelli statunitensi, Win e William Butler, capaci di astrarsi e raccontare dall’esterno la “Big Country” dalla quale provengono, di farne una metafora dei nuovi timori universali. Allo stesso modo di The Band – toh: altri canadesi che raccontarono l’America con abilità ineguagliata – si considerano un gruppo rock tradizionale e, con l’haitiana Régine Chassagne, moglie di Win, e Owen Pallet a/k/a Final Fantasy ad arrangiare archi possenti ma docili (talora maneggiati dai Godspeed…), hanno riletto in chiave epico-malinconica il cubismo dei Pixies e l’ampiezza di ambizioni dei Talking Heads. Idea che gli ha garantito una posizione di tutto rispetto e il plauso dei decani Gabriel, Byrne e Bowie. Se i primi e.p. mettevano a fuoco la non facile proposta, il colpo di reni giungeva con un lavoro cupo in cui perdita, distacco e malinconia stemperavano un’epica giammai sopra le righe.

Funestato dalla morte di alcuni parenti dei Butler e della Chassagne, l’appropriatamente intitolato Funeral – eletto da “Rolling Stone” miglior disco del decennio, se per voi significa qualcosa – scoperchiava nel 2004 un mondo energico e fantasioso solcato da frequenti echi popolareschi e partecipata  laboriosità. Regalando, tra il resto, la sublime introspezione agitata di Une Année Sans Lumiere e il perfetto anthempost-adolescenziale Rebellion (Lies). Generava aspettative rilevanti – mentre la macchina commerciale prendeva a girare con più velocità, sicché in Europa la Universal si incaricava di stampare e distribuire il disco – l’immaginifico Neon Bible, titolo prelevato da un romanzo di John Kennedy Toole per un risultato pari o quasi, che si misurasse con suite orchestrali, folk agro e nuovi inni da cantare a squarciagola. Un sogno che si avvera, a farla breve: Black Francis a capo dei Waterboys (ma pure l’eterna adolescenza di certi James…) sotto la volta di un duomo, lo Springsteen spectoriano di Born To Run impegnato a rifare Ocean Rain. Giunti nell’estate 2010 al fatidico terzo lp The Suburbs, Arcade Fire hanno evitato una trappola che nella loro posizione davamo per scontata. Invece di dare alla gente ciò che desiderava e schiacciare eccessivamente il pedale su pomposità e grandezza, hanno seguito l’istinto temperando i chiaroscuri e offrendo del già detto senza annacquarlo, anzi piegandolo dentro un romanticismo del ricordo che trascolora in amare riflessioni sull’oggi. Dal punto di vista sonoro, il gesto ha comportato una riscrittura del canone in pause acustiche, accenni beatlesiani ed elettro-rockduro però elegante. A riprova della loro serietà e onestà, la transizione è stata coraggiosa e affrontata a testa alta. Del resto, ottenere e poi gestire il successo seguendo le proprie regole rappresenta sempre e comunque un attestato di correttezza e maturità. Attributi rari, coi tempi che corrono.

Dalla coralità al collettivo. Natura selvaggia e nuovi freak

Per quanto la mimetizzino con una certa sapienza, nemmeno Win e Regine sono esenti dal riprendere fiato in paesaggi bucolici, accennando a un ritorno nella natura come spazio in cui smarrirsi che rappresenta la base della weird Americae del suo folk stralunato. Sonorità misteriose e (pure troppo…) “libere” che attecchiscono dove la presenza dell’uomo è ridimensionata dal territorio, dove la vastità si rivela tornasole e catalizzatore più che eden in cui ricostruire una verginità lontana dalle regole e dai ritmi soffocanti della società. Ne deriva una risposta alla necessità di ricavare spazi mentali in un mondo sempre più ravvicinato e globale: reperire dentro di sé ciò che non è più riscontrabile fuori, assecondando un processo che ha inizio con la controcultura beat degli anni ’50. E ricostruire un rapporto antico e meno mediato dalla razionalità con la natura, tenendo però presente che una tecnologia ben utilizzata e non prevaricatrice è pur sempre un ottimo mezzo per “allargare le coscienze”. Lo dimostrano Akron/Family e, in misura più acutizzata, Animal Collective. Significativo che esplicitino nella ragione sociale il senso ultimo di questo capitolo, indicando con programmatica chiarezza il collettivo, la famiglia, l’animalità, la provincia industriale (Akron è la città dell’Ohio, capitale mondiale della produzione della gomma dalla quale provenivano i Devo…). Liberi di pensare che sia un caso ma, come si suol dire, da un gruzzolo di indizi non puoi che ricavare solide prove.

Forti del distacco oggettivo e ironico dei luoghi decentrati, Akron/Family contano su una libertà e una calma che prescindono dalla metropoli, forti di un’abilità a rivisitare le mode con serenità, libera dall’ossessione dell’ultimissimo trend. Si concedono il lusso di riflettere e manipolare ancor più a dovere elementi già sentiti e soffiarvi vita per quanto possibile nuova. Amalgamando il folk dell’altro mondo messo a punto dalla Incredible String Band (ma con melodie di limpidezza degna del White Album), l’approccio tribale appartenuto agli Holy Modal Rounders con più sintesi e struttura, aggiungendo dell’elettronica umanizzata e una California cristallina perché ricostruita da ricordi “a posteriori”. Sereni e concentrati sul loro operato (post-rock, dove sei?), il quartetto giunge da piccoli centri di Pennsylvania, California e dallo stato di New York sensibile al magnetismo torbido emanato da Michael Gira, che ne ha pubblicato i primi quattro album e li ha voluti come strumentisti. La sua apertura mentale – di individuo passato da rovinosi clangori elettrici ad altrettanto inquiete ballate e ritorno – traspira nella disinvoltura con la quale i Nostri offrono dolci surrealismi (la gemma I’ll Be On The Watersull’esordio) e conoscenza della storiografia rock, attingendo da Beatles e Fugs, da Radiohead e Captain Beefheart. Non perdendo mai il filo del discorso, soprattutto, e allestendo sin dal disco omonimo datato 2005 un universo di meraviglie, più free nel successivo di un anno Meek Warrior e perfetto all’altezza di Love Is Simple, nel 2007 ultimo passo con il cantante principale Ryan Vanderhoof, che gli ha preferito una comune buddista. Defezione incassata benissimo, tenendosi stretti stile e sicurezza sia in Set ‘Em Wild, Set ‘Em Free del 2009 che nel recente II:The Cosmic Birth And Journey Of Shinju. Inafferrabili mutanti in mutazione, Akron/Family conoscono il segreto del cambiamento nella continuità e stupiranno, sempre e comunque.

Argomentazioni simili possono essere espresse a proposito degli Animal Collective, pur con alcuni distinguo. Dal grembo della contea di una Baltimora che il regista John Waters elegge a simbolo dell’America provinciale – normalità e follia a braccetto dietro alla sonnacchiosa apparenza: perfetto – Avey Tare (David Porter, fan dei Grateful Dead: ovvio, no?), Panda Bear (Noah Lennox), Deakin (Josh Dibb) e Geologist (Brian Weitz) spariscono dietro pseudonimi e una produzione discografica copiosa, divisa in svariati rivoli solisti. In ciò esibendo una tendenza comune a schivi songwriter loro connazionali che fanno cadere la maschera della “band” in un estremo colpo di coda della “Generazione X”, del suo irridere l’apparenza trattandola come burla, gioco, paravento. Diventati grandi, Will Oldham, Bill Callahan e Conor Oberst hanno infine dichiarato la loro identità, e allo stesso modo, Animal Collective hanno accantonato i travestimenti metà teatralità esasperata memore di Caroline Rainbow e Residents e metà rituale celebrativo della Madre Terra. Oscillando tra l’antico di un’acustica traslucida e un evoluto “impastare” il suono, che utilizzano al pari di uno strumento e idem lo studio e i processi di registrazione, sull’esempio del glitch e del dub. In comune con Akron/Family hanno l’appropriazione giocosa e fanciullesca di Incredible String Band e Holy Modal Rounders, percorsa da richiami vocali a Brian Wilson e a una tradizione che, nuovamente grazie alla lente post, acquisisce nuovi valori. Indicando spesso e volentieri un punto d’arrivo per le analoghe – benché più rigorose e dotate di maggior continuità – imprese di Gastr Del Sol, Califone e Books e gettando nel pentolone un estro che spinge a collaborare con l’icona del sixties folk britannico Vashti Bunyan ed esprimere ammirazione per il producer elettronico Zomby. Frenetici e instancabili, attraversano a perdifiato cinquant’anni di musica da bravi “giovani d’oggi”, difetti inclusi, e centrano con l’ottava fatica Merriweather Post Pavilion il successo.

Ennesima dimostrazione di come l’avanguardia venga assorbita dal “sistema”, con buona pace degli integralisti snob che vorrebbero i loro “eroi” confinati a un circolo ristretto ed elitario. Dopo l’adolescenza trascorsa in campagna ascoltando dischi sotto le stelle, i ragazzi partivano in totale autosufficienza nel 2000 da Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished, introduzione col seguente Danse Manatee a un’indagine stupefatta su anfratti e discordanze tra vocazione freak, ronzii ambientali, rumore rock. Psichedelia più “ideale” che stilistica, ecco, allestita sulla scorta di una bassa fedeltà irrobustita dalla passione per Ligeti, assimilato tramite la colonna sonora di Shining, per l’avanguardia colta e i vinili degli Orb, che guarda alle radici contadine con lo scarno Campfire Songs – in mezzo un tour con i Black Dice: tutto quadra, niente quadra – e l’ostico Here Comes The Indian, ambedue pubblicati dall’autarchica etichetta Paw Tracks (“tracce di zampe”: sempre animalità, insomma). Impegni ed età adulta arrivati assai presto, sicché assistiamo a un primo temporaneo rompere le righe per ricaricare le pile. Al ritorno, nel maggio 2004, le novità sono un contratto di distribuzione con Fat Cat e la fragile, quasi luminosa cantabilità di Sung Tongs che spiana la strada alla collaborazione con la Bunyan dell’e.p. Prospect Hummer del 2005. E più di tutto a Feels, approfondimento di tematiche popolari ampio come la trasfigurazione cui queste vengono sottoposte ed entrata nell’alta società, sebbene per gli insensati parametri della generazione Myspace/Facebook/Twitter/Saiddiochealtrosi sia addirittura in ritardo. Provvederanno a chiarire le carte in tavola i baccanali a base di elettronica sperimentale e di favolistica inafferrabilità Strawberry Jam e Merriweather Post Pavilion, quest’ultimo di una trasversalità più accessibile premiata anche economicamente. Quante facce abbiano nemmeno loro lo sanno: che spetti a noi risolvere l’enigma?

L’abbraccio pop della provincia del mondo. Dal collettivo alla partecipazione

Arduo, del resto, raccapezzarsi anche in una dimensione cui abbiamo fatto l’abitudine in quest’era: la raffinata oasi dell’hyper-popenciclopedico e combinatorio che dell’attualità riassume, nel bene e nel male, tutti i crismi. Anch’essi canadesi, gli Hidden Cameras di Joel Gibb hanno sin qui allestito – tra naturali alti e bassi: i medesimi del solito Morrissey – un sound orchestrale devoto ai ricorrenti Spector e Wilson, come pure a R.E.M., Magnetic Fields e Belle & Sebastian (un altro ensemble folto, va da sé) che si sforza di non cadere sotto gli esempi impegnativi. Gibb non ha remore nel descrivere una sessualità esplicita e “omo” con fare gioioso; opponendo un “no” ai platonismi da cameretta tipici dell’ indie, proietta esuberanza e kitscherie in musica e liriche. Ragion per cui la sua gay church folk musicsmarrisce il nord e tuttavia si fa notare eccome, sin da concerti che sono esempi di intrattenimento su larga scala con attori, ballerini e un rifarsi al musical che è cronaca del 2010 raccolta persino da David Byrne.

L’esordio Ecce Homo raccoglieva nel 2000 una manciata di demo mostrando verve e poca personalità, ma possedeva comunque il merito di sedurre Rough Trade e persuadere Gibb ad allestire una nutrita band attorno a sé. Ventiquattro mesi dopo, The Smell Of Our Own si raccontava elaborato e policromo ancorché sotto l’influenza di Stephen Merritt e Stuart Murdoch. Mississauga Goddam aggiustava il tiro tra archi, carillon e un muro del suono gestito oculatamente, nel quale l’appiccicosa Doot Doot Ploot e la Motown traslocata oltre il vallo di Adriano di Fear Is On rivelavano una certa evoluzione. Segno che il progetto possedeva sostanza al di là delle pruderie, notata nel 2006 da Arts & Crafts per Awoo, umoristico pescare dal rock chitarristico poco o nulla “macho” dei R.E.M. e colmo di ancheggianti passeggiate tra country e soul, vaudeville e art-punk. Materiale che preparava il terreno alla prova migliore Origin: Orphan, che lo scorso anno sintetizzava brillantemente una mistura osando viepiù. Drammi pop, citazioni trash, omaggi ai maestri sfilano dentro un disco incantato e fieramente artificiale, come una bolla di vetro che basta scuoterla e scende la neve. Sostituite a quest’ultima lo zucchero filato e l’incognita latente di una certa saturazione, corroborata dalla tenacia a mettersi costantemente in gioco.

Come è stato lungo un momento breve ma felice per gli australiani Architecture In Helsinki, che riscoprono nella solarità della scrittura il meticciato totale e umoristico che, per l’ennesima volta, traghetta i ’90 nell’attualità. L’ottetto di Melbourne metteva a fuoco a inizio decennio una godibile unione tra i Talking Heads falsamente lineari di This Must Be The Place, la scuola scozzese (da Orange Juice a Stuart Murdoch & soci via i Pastels) e un atteggiamento fanciullesco e (s)combinatorio che ricorda They Might Be Giants. Pirotecnico duo la cui lezione veniva affidata a una line-up più estesa, arricchita d’elettronica vintage, quadretti da spiaggia a fine stagione e malinconia teen. Nel 2004 Fingers Crossed apriva le finestre su una brezza di miniature delicate (certe cose paiono marcette da Cluster rasserenati, da Eno che maneggia acquerelli in preda a lieve ebbrezza alcolica) e ambienti da casa delle bambole. Nel volgere di un anno, In Case We Die conduce la ricetta a perfezione, rafforzato dai mesi trascorsi sul palco a scambiarsi gli strumenti in sorridente uguaglianza. Frizzante festa dalla quale non butti via nulla e che al cocktail aggiunge la vocalità stridula di Frank Black, r&b isterico e ipotesi di un Grease per mentalmente disturbati, ospita la quasi danzereccia Do The Whirlwind che, decollata da Speaking In Tongues, ne fa stelline.

Stupore in technicolor che non dura, poiché il successore Places Like This risente del rimescolamento d’organico, del trasferimento a Brooklyn del principale motore creativo Cameron Bird e del ritorno in voga degli ’80. Pur non disprezzabile, si accomoda su una monotonia con pochi guizzi, accantonando il coraggio ad eccezione di qualche brillante spunto etnico. Conferma il regresso un tour nel quale la cover di turno non è più una vibrante Love Is the Drug (i Roxy Music ancora potabili), ma il super-fluoOttanta di una Give It Up dei compatrioti Mental As Anything. Da allora i ragazzi non hanno più dato segnali di vita rilevanti sino al 2011, all’altezza di un Moment Bends, nel quale la loro idea di pop è solare, fors’anche evanescente ed era rischio in ogni caso latente.

Inni (d)al futuro.

Nel gioco delle emulazioni, dei rimandi, dei ritorni e dei salti temporali degli anni Zero, nella smania di questi anni a prospettiva schiacciata sul presente e sul social network, il percorso che abbiamo appena delineato finisce per incarnare il proprio tempo partendo dal passato. Lungo il Duemila, sostanzialmente spaccato tra un prima dominato dal revival post-punk e un dopo da suoni più sintetici e prepotentemente ’80, queste formazioni hanno scavato una trincea profonda e difficilmente attaccabile, rispondendo ai trend con una presa di posizione ferma, con la quale faremo i conti nei decenni che seguiranno. Mescolando la sottrazione dei Novanta alle stratificazioni odierne, un post-rock epico ma umanista ha imposto una strategia democratica al concetto di gruppo che non è più rock; che oppone una piccola comunità senza leader egomaniaci che mette il gruppo stesso al centro e sottopone l’individuo a un costante impegno di partecipazione. Una sorta di  naturale evoluzione/umanizzazione delle modalità “da team” tipiche delle gerarchie economiche e sociali del Novecento che ci piacerebbe vedere raccolta anche in altri contesti e approfondita lungo il nuovo millennio. Un concetto di democrazia autentica da vivere nel quotidiano e che a esso stesso dia forma e  sostanza nuova. E magari, da portare avanti tutti assieme, appassionatamente.

30 luglio 2011
30 luglio 2011
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