In Trap(polati)

Fenomenologia della trap italiana

Abbiamo iniziato ad approcciare il fenomeno sulle pagine di SA con la recensione del primo, omonimo album di Sfera Ebbasta. Dalla risonanza e dalla trasversalità della cosa sembra non si possa scappare, vedi anche la recente partecipazione di Ghali e della Dark Polo Gang all’ultimo Club 2 Club. La trap in Italia è viva, ed è in mezzo a noi. Sulla qualità, genuinità e futuribilità di questa vita proveremo a dire più avanti. Lo stesso termine “trap”, per come lo usiamo in questa sede, è da prendere con le proverbiali pinze, essendo un lemma che va ad indicare un sottogenere nato come costolare all’hip hop – e proseguito poi per direzioni sue – a sua volta comprendente più sfumature. Questa la doverosa premessa per sedare i bellicosi animi degli onnipresenti – e necessari – feticisti della più meticolosa classificazione. Insomma, la trap di cui vogliamo parlare qui e ora è quella dei già citati Sfera, Ghali e DPG, di Achille Lauro, Enzo Dong, Tedua, Izi, Rkomi, Laioung e via discorrendo. Un asse a L che da Genova e Milano arriva fino a Roma, con gli occhi puntati sì su Atlanta, ma anche e forse soprattutto sulla Francia. Se infatti il continuum che nella scena georgiana parte da Gucci Mane e Future, passa per la ri (e)voluzione del Flockaveli di Waka Flocka Flame e arriva fino a Young Thug o Jeffery – o come gli girerà di farsi chiamare il prossimo mese – è imprescindibile, è anche vero che i riferimenti più attuali ed eloquenti per la scena (parola che fa sempre orrore, ma ci torneremo) italiana sono quelli con la trap francofona, da Booba a Sch, con quest’ultimo che non a caso compare a più riprese proprio nel disco di Sfera.

Detto degli interpreti, non si può prescindere dall’apparato produttivo alle spalle del fenomeno. Ma forse più che stare alle spalle, come già scrivevo nella recensione di Sfera, i vari Charlie Charles, Chris Nolan, Sick Luke, lo stesso Laioung eccetera sono in realtà le spalle stesse. Le loro produzioni, oltre all’estetica dei primi video di Alessandro Murdaca, sono la spina dorsale in grado di dare una prima, importante trasversalità ed omogeneità al filone. E, qualitativamente, il livello delle basi è sempre mediamente buono, tant’è che ogni disco degli artisti elencati in apertura starebbe bene anche come raccolta di strumentali. Che poi a gusto personale l’eccessiva uniformità possa stancare (e a me, stanca), che quegli ubiqui e a quanto pare inevitabili rullanti così asettici, sempre (SEMPRE) uguali possano non esaltare (e no, non mi esaltano), questo è un altro discorso, ma sulla bontà strettamente “tecnica” della cosa è difficile questionare. Certa è l’assoluta derivatività dello stile, che magari ai più giovanissimi ed esaltati parvenue con ancora meno memoria storica che peli sul corpo può passare come qualcosa di rivoluzionario, elemento questo che contribuisce in larga parte a rendere particolarmente odioso il fenomeno a tutti gli altri. La trap non nasce ora, e men che meno in Italia, nemmeno da un punto di vista strettamente produttivo: ad Atlanta e a tutto l’immaginario mutuato dal Southern HH abbiamo già accennato, e sempre da lì vengono i pacchetti di drum machines 808 e il campionario di effettazzi gangsta di riciclo, il rullantino plastico e tutto l’armamentario di campionamenti vocali anche e soprattutto chopped & screwed.

La massiccia diffusione che questo stile sta avendo negli ultimi anni è da imputare a Lex Luger, Rustie (per le infiltrazioni EDM) e anche Kuedo, i TNGHT di Lunice e Hudson Mohawke, fino al devastante effetto viral della famigerata Harlem Shake di Baauer e alla sincresi operata a livello di heavy rotation da Diplo & compagnia. Ci sarebbe poi anche da considerare tutta l’ala più hipsteroide della cosa – vedi Ryan Hemsworth o fenomeni (meteore?) tra bombastica HH e sfoglie più dreamy come i (primi) Purity Ring ma rischieremmo di scapparcene troppo lontano. Da tutto questo stile importato – e per ora ormai già abbastanza cristallizzato – gli interpreti nostrani prendono le mosse (con una certa ignoranza delle fonti, probabilmente), prendendo un fenomeno che rischia sempre più – nel bene e nel male – di rimanere incluso nel pacchetto generazionale degli anni ’10 e appiattendolo, nel gestirlo come semplice e vuota maniera modaiola. In tutto ciò, le infiltrazioni “altre” per ora rimangono residuali ed occasionali; così al momento ci vengono in mente – giusto per amor di elencazione – le spezie orientaleggianti e le ritmiche tribali di un paio di pezzi di Ghali (Dende, Wily Wily, l’ultima Ninna Nanna), le infiltrazioni dancehall di Figli di Papà di Sfera, la dance di Niente da Perdere di Izi, l’impianto più classicamente hip hop di Panorama Bar della DPG, e forse poco altro.

La domanda più urgente insomma è: che cos’ha di nuovo questa trap italiana? In cosa, a parte le ritmiche asettiche e sinteticamente narcolettiche, si differenzia dal resto dell’HH? L’approccio, partendo da un punto di vista concettuale che diventa poi ovviamente anche contenutistico, è radicalmente diverso. Partiamo dal collettivo ora come ora più sulla cresta dell’onda di questo fermento, la tanto chiacchierata, esaltata e vituperata Dark Polo Gang. I quattro ragazzi arrivano da una città – Roma – sulla cui scena hip hop si stendono lunghi e inevitabili due nomi tutelari: Colle der Formento e Truceklan. La proposta della DPG è quanto di più lontano si possa pensare, già dall’immaginario iconografico proposto; sugli stravolgimenti in atto all’interno dei clichè machisti della cultura rap tanto si sta scrivendo, dicendo e – soprattutto – ascoltando: Mykki Blanco, Le1f, senza contare tutta la parte più r&b del fenomeno (Frank Ocean, Serpentwithfeet, Yves Tumor, e buttiamoci dentro anche ANOHNI). Questa porzione tocca però il nostro discorso solo marginalmente; più calzante è invece spendere di nuovo il nome di Young Thug, che sulla cover del suo ultimo mixtape si veste da donna sugellando definitivamente un’ambiguità da sempre sottesa. Dalle nostre parti c’è stato Achille Lauro, con gli occhiali da donna e i capelli rosa (e il corollario di insulti e minacce che si è ovviamente preso dagli integralisti del settore). In questo sentiero sembrano inserirsi, anche se in modo molto meno esasperato, pure i membri della DPG: jeans super attillati, felpe XXS, un amore viscerale per Gucci e Ferragamo, i bacini mandati virtualmente a tutti i detrattori. «Stiamo sulle droghe vestiti designer» (Oxycodone) è un verso che da solo già sintetizza praticamente l’intero portato contenutistico della Gang. E qui arriviamo al nodo cruciale, al punto che i detrattori indicano come la lacuna più grave di questo filone, e che ovviamente gli estimatori portano invece in palmo di mano come il suo più grande pregio: il messaggio è già finito.

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Stare in giro solo coi fra, drogarsi, fare i soldi per prendersi la villa e vestirsi firmati. A condire, violenza gratuita, razzismo latente e misoginia ben più esplicita, fotta autoreferenziale e ignoranza. I membri della DPG sono fondamentalmente dei coatti grezzoni, non sanno niente e non hanno assolutamente nulla da dire. Le citazioni sono per lo più filmiche e piuttosto basilari («Negri a Roma come Django»), Ghali sostiene di non aver mai letto un libro in vita sua. La passione per la moda degenera facilmente in un vacuo edonismo materialista d’accatto, perfettamente (e inconsapevolmente) sintetizzato da Sfera che – novello Cartesio ingenuamente iper-fashion – intervistato a Tgcom24 sentenzia lapidario: «in base a come ti vesti, sei». Tutto qui. L’elemento narrativo declinato in cronache di situazioni di tossicodipendenza che lo stesso Sfera porta avanti in tanti suoi brani non deve trarre in inganno: la voluta (per sua stessa ammissione) imparzialità del racconto, come in un inconsapevole narrazione d’impronta verista – anche se non credo che voglia arrivare a tanto – vuole evitare il paternalismo di una scontata dicotomia droga/non droga semplicisticamente declinabile in Male/Bene; se quindi una interpretazione moralistica o edificante deve essere evitata perché assente, l’assenza di messaggio è ulteriormente ribadita.

Se vi sta bene, il giochino può anche risultare divertente. In caso contrario, è inutile prendersela. I limiti tanto tecnici quanto contenutistici sono lì, tutti da vedere, e a nessuno frega niente di provare anche solo a mascherarli. «Sono stonato, non so rappare», provoca Sfera in BHMG, lo sa lui e lo sappiamo noi, ma va bene così. La Dark Polo Gang nei suoi pezzi non chiude una rima neanche a spararle, per il semplice motivo che non gli interessa farlo. O forse non è in grado. La chiave è che non sta qui il punto. Illuminante, a questo proposito, è il video girato con loro da Noisey per la serie The People Versus: quello che emerge, come dal corrispettivo con Sfera, è l’assoluta incapacità – e disinteresse – di comunicare con chi muove delle critiche o non sa apprezzare la proposta. “Ma questo è rap?”, “No, boh, questa è roba aliena”. Probabilmente non lo sanno nemmeno loro che cos’è, ma alla fine il punto è: chi se ne frega. La risposta che arriva, sempre e da uno qualunque di questi personaggi, è fondamentalmente: “Ti piace? Va bene, piace anche a noi. Non ti piace? Vaffanculo, vai da un’altra parte e non rompere i coglioni”. Anche Sfera, alla domanda «che cosa stai facendo di così rivoluzionario nel hip hop in Italia?» risponde con un vago «tutto, è una lista troppo lunga». Facile così.

È davvero difficile trovare un valore più che vuotamente stilistico dietro le pose, l’atteggiarsi, la vacuità di un ideale di lifestyle edonistico e in fin dei conti molto basico. Spesso non c’è nemmeno l’alibi di un passato di povertà che potrebbe (?) giustificarne l’esistenza. Il clichè vorrebbe il rapper che viene dalla strada e dalla povertà trovare il successo e poi spassarsela meritatamente tra coca e prostitute, ma i membri della DPG vengono da Rione Monti e da famiglie borghesi. Sono sempre stati bene, le loro catenone non sono l’ostentata opulenza compensatoria di chi prima non aveva niente. A Inoki fanno tenerezza, «sembrano bambini che hanno visto troppi film». Effettivamente, la prima volta che passi sul video di Oxycodone e vedi questi col passamontagna e l’uzi spianato che ti dicono «voglio lanciare banconote in aria» lo pensi, che siano proprio una manica di minchioni. Se però poi capisci come stanno le cose e decidi di stare al gioco, ti potresti anche divertire. Si chiama guilty pleasure. Se invece non ci riesci proprio, «non ti curar di loro, ma guarda e passa».

Ad ogni modo, anche se decidi di starci, la perplessità che rimane riguarda soprattutto – oltre ad un presente, come detto, già molto limitato – il futuro. Molto semplicemente, questi parlano sempre delle stesse cose. Quando poco tempo fa l’ho intervistato, Murubutu mi ha detto – fuori dai denti e in tutta sincerità – che «la sensazione è che questi trapper non siano dei grandi rapper». Su questo mi trovo d’accordissimo, ma per tutto quello che abbiamo detto, questa è anche una cosa su cui si può soprassedere se si decide di giocare. Se però a questa povertà tecnica aggiungiamo una ristrettissima curvatura tematica, appare evidente come le possibilità di rinnovamento per un (sotto)genere che rimane sostanzialmente un esercizio di stile e maniera siano decisamente limitate. In questo senso, sembrano essere un passo avanti il buon Ghali, che ha già provato ad allargare la propria trama ad urgenze socio-politiche (in particolare sui problemi degli immigrati, lui che ha origini tunisine), e Laioung, promettente nonostante sia ancora tutto da valutare ma che ha già affrontato questioni di discriminazione razziale e istanze più “conscious”. Per chi non riuscirà – o nemmeno proverà – ad allargarsi, il riassorbimento potrebbe essere ancora più rapido di questa improvvisa Età d’Oro.

A livello puramente tecnico, invece, una buona eccezione sembra essere costituita dai due principali nomi usciti dall’area genovese, ovvero Tedua e Izi, e da Rkomi. Il lungo (21 tracce) mixtape del primo Orange County, l’album Fenice del secondo e l’EP Dasein Sollen dell’ultimo, tutti licenziati nel 2016, paiono un’adesione momentanea ad una maniera modaiola (e probabilmente autolimitante) che potrebbe – a tempo debito – essere lasciata da parte senza eccessivi problemi. Detto in altre parole, la sensazione, nel loro caso, è che una capacità tecnica più che discreta rispetto ai colleghi – soprattutto da parte di Tedua, che mette spesso in mostra un flow nettamente superiore alla media del settore e gigioneggia abilmente tra controtempi e strascichi piacevolmente al limite (ma non ditegli che è fuori tempo, primo perché si incazza, secondo perché non lo è) – sia asservita a mezzi stilistici contingenti che, se abbandonati, ne libererebbero definitivamente la qualità sottesa. Si prenda ad esempio La Lavatrice (sempre di Tedua), penultima traccia del detto mixtape, in cui l’interprete classe ’94 rappa abbastanza canonicamente su un beat fondamentalmente old school (chorus autotunato a parte) con risultati facilmente apprezzabili anche da parte di chi questo trap lo schifa per partito preso. D’altronde, non si pensi che questi vengano dal nulla, come funghi. Lo stesso Tedua viene dai Wild Bandana, da una lunga gavetta di freestyle e battles nella perfieria milanese con il nome di Incubo, contesto in cui, tra le altre cose, si muoveva già anche Ghali (allora Fobia). Quindi alcuni – e solo alcuni – degli esponenti di questa strombazzata new wave SANNO rappare, magari anche bene.

Una delle domande più frequenti legate al fenomeno è infatti se si tratti (ancora) di rap. Nell’intervista a Tgcom24 che già abbiamo citato, sempre Sfera sembra fugare i dubbi sulla sua percezione dichiarando: «io oggi faccio il rapper». Subito dopo però aggiunge che gli inizi del suo percorso si collocano in una disciplina che con il rap c’entra poco o nulla: il graffitismo. Ora, senza voler scomodare Basquiat, gli A Tribe Called Quest e tanti altri nomi intoccabili, per sproloquiare leziosamente su quanto cultura hip hop e street-art siano da sempre (e originariamente) legati da un vincolo praticamente indissolubile, credo sia evidente a chiunque il madornale strafalcione del “rapper” di Cinisello, che sembra dichiarare di collocarsi in una forma espressiva di cui, a quanto pare, ignora beatamente ogni presupposto. In un’altra intervista, durante una diretta di Radio Deejay, alla richiesta di un ascoltatore «spiega la trap a mia madre», la risposta di Sfera è stata «è semplicemente l’evoluzione del rap che c’era ai suoi tempi», quasi a intendere che di superamento, e non di costola separata nata nel sud USA e da lì ormai globalizzata, si tratti. Poco dopo, incalzato sui suoi ascolti nell’area HH tricolore, dice di non sapere chi siano i Sangue Misto: «quelle robe lì proprio sono forse troppo vecchie per me; con tutto il rispetto, ma non conosco». Ora, non voglio esaltare l’atteggiamento da sauropode old school che vive per il “keep it real”, ma un minimo di conoscenza storica di quello che pretendi di fare credo sia imprescindibile. Al solito, meglio un Tedua anche in questo frangente, che in una breve intervista sostiene come sempre di rap si tratti, sia esso drill o trap, e come tutto il corollario di vestiti e pose alle spalle sia accessorio e funzionale ad un’amplificazione del messaggio; a tal proposito prende subito ad esempio proprio la DPG, definendola barocca. Io credo che si tratti più di dubuffettiana Art Brut, ma anche barocca in effetti ci può stare. Insomma, sul contenuto si può sindacare, ma sulla sostanziale differenza di approccio (in meglio) non credo. E sempre in questo senso si veda l’intervista al rapper (stavolta senza virgolette) di STO MAGAZINE, dove come suo massimo ispiratore Tedua cita Dargen D’Amico, professa il suo amore per Guccini, dimostra uno studio approfondito di De Andrè, dice di non sentirsi «un rapper stagionale». In un’altra occasione, intervistato da Wad, parla dei suoi ascolti dicendo di passare da Chief Keef ai primi pezzi di Neffa.

Insomma, è sicuramente abissale lo scarto presente tra l’umiltà, la preparazione e la freschezza di un Tedua, e gli avvilenti, maldestri e grossolani insulti razzisti di Tony Effe a Bello Figo Gu (un altro che magari non ritirerà mai un Nobel, ma nel frattempo ha dimostrato di non essere semplicemente una meteora trash come un Truce Baldazzi qualsiasi di turno), definito elegantemente «negro dimmerda» con conseguente verso della scimmia (si vola altissimo). Su quale sia l’emisfero di questa trap nostrana che potrà avere un futuro una volta passato l’effetto novità delle cinte Ferragamo e dei triplo sette gang gang scrrr scrrr, credo non ci sia molto da aggiungere.

Vi è infine anche una sempre più obliqua (e certamente non nuova in generale) tendenza ad uniformarsi ai dettami estetici e stilistici di questo filone anche da parte di personaggi che in teoria con la trap non avrebbero originariamente troppo da spartire; uno su tutti, l’ultimo e desolante Emis Killa di Terza Stagione, che in pezzi come Dal Basso, Non Era Vero, Quello di Prima, Sopravvissuto e molti (troppi) altri mutua un’adesione al rullante sonnolento e ipertrofico, all’autotune e alla vacua plasticosità che emana un alone posticcio e stereotipato; il tutto pare essere utilizzato per legittimare le tematiche ottusamente autoreferenziali dei pezzi, col risultato di produrre uno scimmiottamento di una posa che – come abbiamo visto – nasce già essa stessa come scimmiottamento. Un po’ la versione nostrana (e terribilmente più tragicomica) di Drake, che dalla sua amata 6 si mette a fare dancehall in un disco scialbo e noiosissimo perchè Diplo e compagnia varia (ancora) l’hanno fatta diventare una tendenza imprescindibile dell’oggi anche a livello mainstream. Vedremo quanto andrà avanti tutto questo.

30 novembre 2016
30 novembre 2016
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