Ricerca come vocazione. Intervista ad Amerigo Verardi

Cinquanta anni, una vita votata a una musica slegata da mode passeggere e convenienze, concretizzatasi in esperienze fondamentali come Allison Run, Lula, Lotus, e nella produzione artistica di lavori che a tutt’oggi rimangono pietre miliari della discografia indipendente italiana (ad esempio, Sussidiario Illustrato della Giovinezza dei Baustelle): forse i lettori più giovani non conoscono approfonditamente Amerigo Verardi, ma chi oggi ha (almeno) i quarantuno anni del sottoscritto non può non riconoscere al musicista i giusti meriti per una carriera fatta di coerenza e grande serietà. Anche perché a ribadire la caratura musicale del Nostro ha pensato l’Hippie Dixit uscito a dicembre 2016 (recensito anche su queste pagine), parentesi solista di grande spessore capace di teorizzare una sintesi musicale complessa e avventurosa al tempo stesso, rispettabilmente pop e ricercata, in bilico tra psichedelia, krautrock, rock, cantautorato, indagini etniche e moltissimo altro. Verardi non è mai stato uno banale, e lo si coglie anche dalle risposte che ci dà durante un’intervista incentrata sul nuovo lavoro, ma anche sui momenti più importanti della carriera del musicista e sui dischi che hanno formato la sua personale visione artistica.

Come sei arrivato a un disco come Hippie Dixit? Mi pare un deciso passo di lato rispetto alla tua precedente produzione, per quanto identificabile con un DNA inevitabilmente verardiano…

Hippie Dixit è l’album che volevo registrare. Avendo 50 anni, è inevitabile pensare che possa essere il frutto di tante esperienze professionali e di vita. E infatti la mia sensazione è quella di sentirmi ben rappresentato da questo lavoro, che comunque non riesco a considerare solo come una semplice raccolta di brani musicali. Mi rendo conto che la libertà artistica e di pensiero che mi sono concesso è considerevole, ma credo che sia tutto sommato rapportabile a quella che l’album a sua volta offre a chi ascolta. Il riscontro che sta avendo mi riempie di gioia, perché premia soprattutto la mia convinzione che vi siano ancora tante persone che hanno voglia, e quasi bisogno, di farsi coinvolgere da qualcosa che considerano stimolante sotto diversi aspetti. Hippie Dixit parla di consapevolezza, di crescita e di amore in senso lato, ma credo che lo faccia senza intellettualismi, senza presunzione né pose, e spesso lasciando in sospeso molte domande e altrettante risposte. Alla fine, non ho fatto altro che proporre un lungo viaggio attraverso itinerari spazio-temporali piuttosto insoliti, dove gioca un ruolo fondamentale, naturalmente, la personale disposizione d’animo di ognuno dei viaggiatori.

Stilisticamente il tuo ultimo lavoro è un piacevole sbandare tra Africa, India, Medio Oriente, cantautorato e moltissime altre influenze, con arrangiamenti che lavorano in maniera molto elastica ma efficace. Come hai scelto gli spunti musicali che poi hai integrato nel disco?

Le tematiche dell’album mi hanno portato naturalmente verso alcune scelte di arrangiamento. L’altro elemento da considerare sono gli strumenti che ho in casa. Li ho praticamente suonati tutti, e perlopiù si tratta di strumenti etnici a percussione, a fiato e a corda. Ma ho anche una chitarra synth della Roland che mi ha permesso di utilizzare suoni elettronici e mescolarli a quelli della chitarra elettrica. Non mi interessa in alcun modo ricalcare uno stile già definito, né antico né moderno. L’aspetto etnico di Hippie Dixit rappresenta in modo profondo sia la mia ricerca personale sia la mia vocazione musicale. Il suono che ascolti è essenziale e vero, perchè è qualcosa che parte da molto lontano… non so esattamente, infatti, cosa mi spingesse ad ascoltare e registrare su casetta i programmi musicali serali di Radio Tirana, fin da quando avevo 14 anni.

La cosa che sorprendente di Hippie Dixit è che dopo un paio di ascolti la complessità che inevitabilmente si coglie nei suoni e nelle geometrie, si trasforma in materiale estremamente “pop” (in senso lato, si intende). Quale è la tua idea di “pop”?

In parte è riassunta in quello che hai ben colto e descritto. Il materiale musicale e testuale dell’album è certamente complesso se lo si vuole analizzare da un punto di vista intellettuale, e può certamente dare un certo piacere a chi si appassiona con questo tipo di analisi. Ma per me resta fondamentale inserire nella complessità trame di assoluta semplicità, come alcune linee melodiche sia vocali che strumentali, che devono tendere una mano ed essere immediatamente attraenti e comprensibili per chiunque. È un’esigenza, una cosa che mi viene naturale fare, direi da sempre. La definizione “pop” mi è sempre piaciuta, almeno fino a quando non è stata imparentata alle espressioni musicali più commerciali e allo stesso tempo più banali. Lucio Battisti e Franco Battiato sono stati in Italia gli esempi migliori e per certi versi inarrivabili della musica “pop” intesa come andrebbe.

Hippie Dixit ha connessioni anche con una visione molto personale di psichedelia. In termini generali e guardando all’attualità, mi pare che il concetto di psichedelia sia stato via via ridotto nella sua portata, fino a rappresentare più un valore stilistico (e quindi un canone riconoscibile) che “ideologico”. Insomma, la psichedelia di uno come Syd Barrett o dei primi Pink Floyd aveva implicazioni sperimentali, di rottura e artistiche che oggigiorno è difficile cogliere in band che si definiscono “classicamente” psichedeliche. Cosa pensi a tal proposito e quale è la tua idea di psichedelia?

Credo che tu abbia colto e ben sintetizzato l’esatta oscillazione del termine dagli anni ’60 fino ai giorni nostri. Tutto oggi rischia di essere rapportato a valutazioni puramente estetiche, stilistiche, superficiali. E così come si può indossare un abito africano, altrettanto facilmente si può anche indossare un pantalone di velluto e una camicia in stile paisley. Il termine psichedelia intende in generale un’apertura della mente e un affinamento della conoscenza intuitiva, tutto qui, e certamente la musica può rappresentare un medium importante per chi ha il desiderio e la curiosità di intraprendere un certo percorso. Se proprio dovessi schierarmi, quindi, candiderei certamente Hippie Dixit a rappresentare con gioia questa sponda.

In alcuni frangenti il tuo disco mi ha ricordato il grande coraggio che avevano le band tedesche di fine anni Sessanta/inizio Settanta. Penso ad esempio a Popol Vuh, Tangerine Dream, Ash Ra Tempel e in generale al krautrock tutto. Musicisti che hanno resettato le forme di rock più canoniche, per concentrarsi solo sulla sperimentazione…

Musicalmente e socialmente il movimento tedesco a cui ti riferisci mi ha sempre affascinato e continua a stimolare la parte migliore del mio essere musicista. Come dicevo, non mi interessa ricalcare gli stili ma piuttosto incarnare lo spirito con cui alcuni artisti, non solo musicisti, hanno interpretato ed interpretano il proprio ruolo. Krautrock, che è un termine beffardo coniato dagli inglesi per definire un movimento che sul piano creativo li stava per surclassare, è diventata quasi una parola magica che in musica sta a indicare massima libertà espressiva affiancata a moderna, lungimirante creatività. Per cui, che tu abbia ragione o meno nel proporre un parallelismo del genere con il mio album, non posso che sentirmi comunque lusingato.

Se dovessi spiegare Amerigo Verardi a qualcuno che non lo conosce citandogli i dischi più rappresentativi della tua lunga carriera, quali titoli ti sentiresti di consigliargli?

In ordine cronologico, direi God Was Completely Deaf degli Allison Run, Da dentro dei Lula, Nessuno è innocente come Lotus, Il diavolo sta nei dettagli con Marco Ancona e Hippie Dixit.

C’è un momento particolare della tua storia musicale a cui sei particolarmente legato o che ricordi con più piacere? Uno di quei momenti per cui valga ancora la pena fare il musicista…

Vale sempre la pena fare musica con grande coinvolgimento e amore. E farlo in questo modo ti porta naturalmente tra mille esperienze fantastiche che possono aiutarti a capire e a crescere, soprattutto se ti svincoli il prima possibile dalle spire del tuo ego e dalle lusinghe in generale. Ci sarebbero così tante cose da raccontare… ma tornando indietro nel tempo, a quando avevo quindici anni, ricordo sempre con piacere la passione per la musica asiatica e africana che condividevamo con alcuni amici, cosa che ci spingeva a cercare e acquistare dischi per corrispondenza. Finimmo per riunirci regolarmente a casa mia, registrando con un microfono stereo lunghe sedute di improvvisazioni di musica etnica dal sapore afro-asiatico con percussioni etniche acquistate nei mercatini e altre autocostruite, chitarre acustiche sfondate, voci e rumori vari. Abbiamo registrato su decine di cassette, andando avanti per ore ed ore a improvvisare con i suoni, divertendoci e credendo davvero di avere una connessione con altre parti di mondo e di esistenza. Era un sogno consapevole. In Hippie Dixit ho fortemente voluto che suonasse una parte di percussioni proprio uno di quei cari amici, Rocco Caloro, con il quale abbiamo condiviso nei primissimi anni ‘80 quella folle, meravigliosa esperienza dalla quale, per quel che mi riguarda, sono partite tante cose.

Non è un mistero come, soprattutto negli ultimi tempi, nella musica ci sia stata una sorta di estremizzazione dal punto di vista della comunicazione e del marketing, tanto che certi meccanismi di passaparola legati soprattutto ai social network tendono a volte quasi a oscurare il fattore squisitamente musicale. Sembra che la musica oggi venga vissuta dal pubblico come un bene di consumo come tanti, legato più a una partecipazione sociale obbligata e da mostrare agli amici – vedi anche i prezzi spropositati pagati dai fan per i concerti di grosse star – che a motivazioni artistiche. Mi piacerebbe conoscere la tua opinione in merito, visto che sei un musicista piuttosto lontano da tutto questo e con una grande esperienza alle spalle…

Non possiamo farci niente, se non prendere atto di certi cambiamenti. Sono cose troppo più grandi di noi, non possiamo controllarle, al massimo possiamo cercare di utilizzarle in modo intelligente. L’ego delle persone ha preso il sopravvento sui social, che portano naturalmente al presenzialismo scriteriato, dove ognuno sente di dover dire la sua su ogni tipo di argomento, spesso con una mancanza di rispetto verso gli altri che sinceramente a volte trovo nauseante, oltre che preoccupante. Che ci piaccia o no, viviamo in questa parte di mondo e in questo periodo storico. Come dicevo, possiamo solo cercare di difenderci al meglio, magari sfruttando il nostro senso di disadattamento per fare progressi nel campo della ricerca personale o in campo artistico.

Per chiudere: mi dai cinque titoli di album di artisti che hanno profondamente influenzato la tua produzione musicale?

Cinque sono davvero troppo pochi! Comunque ti dico: l’album bianco dei Beatles, The Madcap Laughs di Syd Barrett, A Love Supreme di John Coltrane, The Pan of Pipes at Joujouka di Brian Jones, 666 degli Aphrodite’s Child con Vangelis Papathanassiou.

8 febbraio 2017
8 febbraio 2017
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