Disinformazione, conflitto, controllo sociale. Intervista a Darius Keeler (Archive)

Un nuovo album degli Archive non è mai un semplice “nuovo album”. E questo sebbene il collettivo britannico ci abbia abituati a ritmi sempre più sostenuti. The False Foundation è riuscito in poco tempo ad attirare su di sé più attenzione di quella toccata ai precedenti lavori (fra cui, almeno, l’ultimo Restriction, davvero interessante). La ragione è probabilmente da ricercarsi nell’estrema coerenza fra la forma (quella di un attillatissimo connubio fra rigore electro, scabri scenari industriali e romanticismo post rock) e la sostanza di una narrazione distopica e futuribile cui gli Archive ci hanno da tempo abituati. Non è da escludere poi che il disco abbia goduto del gioco di sponda della contingenza politica e sociale, mai così in linea con gli scenari foschi delineati dal duo Keeler-Griffiths. I due londinesi sono i coordinatori di un progetto evolutosi, nel volgere di un ventennio, dalle atmosfere “bristoliane” degli esordi ad un pop progressivo capace di inglobare mondi lontani come quello della club culture e del rock. Da sempre cesellatori dell’aspetto visuale del progetto, oltre che di quello strettamente musicale, i Nostri hanno allestito per il nuovo lavoro un spettacolo che giungerà a breve anche in Italia.

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Mi sembra di aver riscontrato un’unanimità di consensi in senso positivo per il vostro nuovo album. Vi aspettavate una simile accoglienza?

Non proprio. Per noi ogni volta è un’incognita, perché tendiamo a provare sempre cose nuove. Certe volte funzionano e certe volte no, per cui siamo sempre un po’ timorosi quando esce un nuovo album, perché non sappiamo mai se la gente lo amerà o lo odierà. Quando The False Foundation è uscito siamo stati molto contenti perché le recensioni sono state da subito molto buone. Tuttavia sapevamo che ci sarebbero stati alcuni dei nostri fan che si sarebbero chiesti: “Ma che merda è questa?”. Per fortuna, ascolto dopo ascolto, sembra che abbiano iniziato ad amarlo.

In effetti The False Foundation segna un distacco abbastanza significativo rispetto all’ultimo Restriction. In generale mi sembra un album meno black e soulful, più sintetico e minimale…

Sì, è vero. È molto diverso perché siamo voluti ritornare a fare le cose che facevamo qualche tempo fa. Come album, Restriction rifletteva il fatto che stessimo suonando molto dal vivo, era un disco più suonato e caldo. In questo caso volevamo tornare a registrare con synth e drum machine. Un po’ come accadeva ai tempi di Controlling Crowds ma senza dare nulla per scontato, anzi, spingendo tutto un po’ oltre per andare alla ricerca di un sound più minimale e sperimentale. Anche per questo è stato un album molto difficile da finire.

So che è un disco nato principalmente in studio: avete usato un approccio diverso rispetto al solito?

In realtà non c’è una vera a propria formula. Come ti dicevo, nasce tutto dagli esperimenti fatti in studio con drum machine e sintetizzatore. Nonostante tutti questi anni, non abbiamo mai maturato un vero e proprio metodo di scrittura. Tutto può partire da un testo, qualche accordo di chitarra o di piano. Ecco, in questo disco ci sono diversi pezzi costruiti intorno al pianoforte.

Comunque, sarà stato anche difficile da finire, ma esce appena ad un anno dal disco precedente. Considerando che siete stati parecchio tempo impegnati dal vivo, quando avete trovato il tempo di comporre e di registrarlo?

Il fatto è che noi scriviamo costantemente. Appena sei mesi dopo la pubblicazione di Restriction, avevamo già il disco pronto. Praticamente subito dopo la fine del missaggio abbiamo iniziato a registrare il disco nuovo. In questo momento sta accadendo la stessa cosa, perché abbiamo già pronto molto del materiale per il prossimo album. Ci siamo presi un po’ di tempo per registrare alcuni nuovi brani con Maria [la cantante Maria Quintile, ndSA], la ragazza che si è unita a noi da poco.

Sarà complicato riprodurre on stage le atmosfere dell’album?

Stiamo provando proprio in questo momento e il risultato è ottimo. Siamo molto eccitati di venire a suonare in Italia. Nel corso degli anni siamo migliorati molto sul palco. Siamo migliorati come musicisti. Inoltre questa formazione è in giro da un po’ di tempo e siamo diventati molto affiatati. Ci conosciamo bene e questo aiuta molto quando suoni dal vivo.

Quanti musicisti hanno suonato in The False Foundation?

Un bel po’, circa una quindicina.

Gli Archive sono da considerarsi un collettivo, più che una vera e propria band. Nel corso degli anni i musicisti che hanno accompagnato te e Danny sono stati moltissimi. Come riuscite ogni volta a trovare l’alchimia per far funzionare il progetto?

Non è semplice e possiamo dire di essere stati abbastanza fortunati fino ad ora. Ogni volta costruiamo il collettivo con persone che conosciamo da parecchio tempo e che ci piacciono. Ma non è sempre stato così, abbiamo avuto gente in studio con cui non ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda e alla fine le cose non hanno funzionato.

Posso chiederti di parlarmi del concept che sta alla base di The False Foundation?

The False Foundation è qualcosa che ha a che vedere con le continue menzogne che ci vengono rifilate giorno dopo giorno e con il lavaggio del cervello che subiamo continuamente. Parla del sovraccarico di informazioni che riceviamo. Viviamo in periodo storico spaventoso, amico mio, in cui non possiamo mai sapere cosa sia o non sia reale. Quando abbiamo realizzato l’album volevamo comunicare questo tipo di frustrazione, quella che proviamo nell’abitare un mondo in cui nulla pare vero.

Sbaglio o quello del controllo sociale è un tema che ricorre spesso all’interno della vostra discografia?

È vero. Questo perché è una cosa che noi, come band, percepiamo costantemente, per cui è facile che finisca all’interno dei nostri album.

Allo stesso modo tutti (o quasi) i vostri album sono avvolti in un bozzolo di oscurità. In particolare di quest’ultimo – sarà per il tiro più industrial di alcuni brani – si è detto che condivide lo stesso senso di paranoia di Trent Reznor. Sei d’accordo?

Sì, in un certo senso è vero, anche se la realtà sta diventando ancora più spaventosa. Non dimentichiamoci che Donald Trump potrebbe diventare Presidente, la prossima settimana [lo è effettivamente diventato, ndSA]. In realtà, se ascolti Controlling Crowds, il nostro lavoro del 2009, senti che quel senso di paranoia era già presente. È un segno dei tempi in cui viviamo. Era un sentimento che stava alla base anche di Restriction, ma forse risaltava di meno per il fatto che quello era un album improntato più sull’elemento umano.

C’è una canzone, in The False Foundation, che preferisci e che meglio interpreta il mood dell’album?

Mi piace molto la title track, ma se dovessi scegliere un brano direi Bright Ligths.

Il pezzo più soulful…

…sì, ma mi piace anche perché è il brano più luminoso. Ha quella sensazione di luce al termine dell’oscurità. Qualcosa di cui abbiamo veramente bisogno in questo momento.

Questo fatto che ogni vostro album non rappresenta una mera raccolta di canzoni, ma nasce quasi sempre intorno a un concept, mi sembra uno degli elementi che vi ha reso popolari nei confronti del popolo del rock progressivo. Tu cosa ne pensi?

Non saprei, ma per quanto ci riguarda amiamo tutto ciò che è progressivo, inteso come qualcosa di coraggioso e sperimentale. Non siamo mai stati fan di Yes o Genesis, ma amiamo i King Crimson, che erano decisamente più heavy, e amiamo la musica progressiva, come quella dei Radiohead. Qualcosa che si spinge oltre ogni confine e che fatica ad essere etichettata. Per noi progressive, significa musica senza condizionamenti.

Ormai avete una carriera ultraventennale alle spalle e una discografia che si sta allungando a vista d’occhio. Quando avete iniziato venivate considerati una sorta di ensemble trip hop, poi il vostro sound ha subito parecchie circonvoluzioni. Mi sai dire quali sono per te gli album che meglio esprimono questo cambiamento?

Credo che per capire meglio l’evoluzione degli Archive gli album fondamentali siano Londinium (il nostro esordio del ’96), You Look All The Same To Me (del 2002, quello che ci ha resi più popolari), poi Controlling Crowds e quest’ultimo. Gli altri possono considerarsi degli album di transizione.

Di voi si è sempre detto che siete un prodotto della cultura londinese. Oggi Londra è sicuramente diversa rispetto a quella che era vent’anni fa. Intravedi qualche fermento simile a quello che si viveva quando avete iniziato a fare musica?

Diciamo che oggi le cose sono un po’ cambiate. Oggi le cose più interessanti vengono dall’Europa. Da Berlino o dalla Francia, soprattutto per quanto riguarda la roba elettronica. Anche dal Canada, anzi probabilmente i gruppi più interessanti vengono proprio da lì. Noi inglesi manteniamo un certo attaccamento alla musica, sin da ragazzi vogliamo far parte di una band e in generale vogliamo esprimere quello che pensiamo e che proviamo attraverso la musica. Per il resto, Londra è diventata una città terribile in cui tutto ruota intorno ai soldi e all’avidità delle persone. Rispetto a un tempo ci sono un sacco di regole, e tutti si credono dei fottuti businessmen. Preferisco di gran lunga Berlino. Ma ci sono molte altre città in Inghilterra in cui vale ancora la pena vivere, come Brighton o Manchester o Liverpool. Anche la Scozia è un grande posto in cui vivere.

Posso chiederti un’opinione riguardo a tutta la storia della Brexit?

È una roba completamente folle, amico, e ora non sappiamo esattamente quello che succederà. La gente ha votato senza avere idea di quelle che sarebbero state veramente le conseguenze. Le persone sono state condizionate dai media. In un certo senso, è proprio di questo che parla The False Foundation.

Per concludere vorrei sapere cos’hanno in programma gli Archive per i prossimi mesi…

Come ti ho accennato, stiamo registrando i brani del nuovo album con Holly [Holly Martin, ndSA] e Maria. Poi ci concentreremo sul tour. Stiamo realizzando i visual che accompagneranno le canzoni e per i prossimi due anni gireremo il mondo. Penso che saremo piuttosto impegnati.

 

24 novembre 2016
24 novembre 2016
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