Minima melodica. Un’intervista a Greg Haines

Greg Haines è definitivamente entrato nell’olimpo dei compositori e pianisti contemporanei (o almeno di quelli che accettano il confronto con la scena elettronica) nel 2013, con l’album Where We Were su Denovali, etichetta tedesca protagonista di un percorso unico, fra i più originali e influenti degli ultimi anni. In quell’olimpo, di certo, ci sono anche Peter Broderick (da poco uscito con un nuovo lavoro e con il quale Haines ha in corso il progetto Greg gives Peter Space su Erased Tapes) e Nils Frahm (che ha curato il mastering dell’ultimo disco di Haines). Triangolando le discografie dei tre musicisti e i cataloghi delle due label viene fuori un circolo virtuoso di scambi, collaborazioni, manifestazioni di reciproca stima e progetti in nuce, tutti attorno alla centralità del piano, che rilegge oggi la lezione dei grandi maestri Philip Glass, Steve Reich ed Arvo Pärt, alla luce di un nuovo minimalismo.

L’artista britannico ha spostato nella campagna umbra il suo studio e la sua residenza, alla ricerca di un paesaggio che ispirasse il suo romanticismo melodico e contemplativo e quelle delicate tessiture elettroniche che ne hanno decretato il successo. In attesa dell’uscita del prossimo lavoro da solista, abbiamo approfittato della sua prossima data fiorentina – con cui inaugurerà la decima edizione di Nextech Festival (link > www.nextechfestival.com) assieme a Backwords – per rivolgere alcune domande al giovane talento inglese.

Ti raggiungiamo nella tua nuova residenza in Umbria. Quanto conta il paesaggio all’esterno della finestra per l’ispirazione della tua musica?

Da un anno vivo nella splendida campagna umbra. Dopo otto anni passati a Berlino sentivo il bisogno di cambiare drasticamente i miei ritmi e stili di vita. Quello che cercavo era calma, tranquillità e un ambiente che mi distraesse il meno possibile. La qualità della vita che ho trovato qui in Italia è così alta da darmi l’impressione di essere costantemente in vacanza. Sono certo che questo si sentirà nella musica che sto componendo per il mio prossimo lavoro, ma non saprei specificare esattamente come. Le lunghe e silenziose passeggiate che faccio nella bellezza di questo paesaggio mi dispongono in una certa atmosfera quando entro in studio. Nella vita come nell’arte amo quel tipo di cambiamenti che ti mettono davanti a sfide nuove, fuori dalla tua zona di sicurezza.

Tu non hai una formazione classica. Come sei arrivato a comporre la tua musica?

Quando ero ancora un adolescente, complice un bravissimo professore di musica che ci regalava un sacco di dischi da ascoltare a casa per poi parlarne in classe, mi sono avvicinato prima al violoncello e poi al pianoforte. Successivamente sono arrivato a sviluppare un interesse specifico per la produzione musicale in studio. Le influenze principali, a quel tempo, sono stati i minimalisti contemporanei come Steve Reich, ma non ho mai seguito un percorso formativo canonico o classico. Piuttosto la mia passione si è sviluppata in maniera onnivora, portandomi ad ascoltare ed amare molte cose diverse. Credo che tutto questo sia confluito in quello che suono ora.

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Che ruolo ha giocato, in questo, l’elettronica?

Credo che valga per me quello che vale per molti. L’uso dell’elettronica ha, primariamente, ragioni pratiche. Mi risolve, in maniera immediata e a costi assai bassi, tutta una serie di problemi tecnici ed organizzativi. Posso svegliarmi nel mezzo della notte in preda a un’ispirazione improvvisa e, senza dovermi organizzare con altre persone per prenotare tecnici, musicisti e studi, cominciare a registrare immediatamente. Se lo faccio in una piccola stanza di un casale umbro, tramite l’apporto dell’elettronica, posso fare in modo che quella stanzetta riverberi come una grande concert hall e da solo posso suonare come una grande orchestra. Ciò che l’uso del digitale mi fa guadagnare, insomma, è soprattutto un sacco di liberta. Inoltre sono sempre stato interessato a modificare il suono. In particolar modo mi interessa far suonare gli strumenti acustici come se fossero elettronici e viceversa, mescolare il sintetico e l’organico.

In questo sembri avere molto in comune con altri pianisti che ibridano il loro suono con l’elettronica, come Peter Broderick e Nils Frahm…

Il piano è uno strumento davvero molto personale, che può essere interpretato in molti modi diversi. Ha modalità di comunicazione molto dirette ed intime, dal punto di vista emotivo. L’elettronica aggiunge un ventaglio di possibilità enorme nella espansione del suono acustico e, al contempo, lo rende più accessibile ed eclettico. Le collaborazioni e gli scambi con questi artisti mi hanno convinto che sta in questo la principale idea condivisa sull’incontro dei due mondi.

Da alcuni anni collabori con coreografi e registi per la realizzazione di colonne sonore e progetti speciali di sonorizzazione. Cosa aggiungono queste aperture alla tua ricerca musicale?

Dal 2012 lavoro soprattutto con il Dutch National Ballet e il coreografo David Dawson, quasi sempre in seno al progetto The Alvaret Ensemble. Ad esser sincero, una cosa che mi piace molto, in questo genere di collaborazioni, è il fatto che la musica non sia il focus principale, ma lavori sullo sfondo. È qualcosa di liberatorio per me, oltre a permettermi di lavorare in sinergia con artisti molto interessanti, coi quali mi interessa avere uno scambio. Una cosa curiosa è che nessuna delle composizioni alle quali ho lavorato per la danza è stata, fino ad ora pubblicata. A pensarci bene potrei inserire qualcosa nel mio prossimo album.

Sono in molti a definire la tua musica “cinematica”, ma tu sei solito dichiarare che per te la musica basta di per sé e non ha bisogno di essere associata a immagini. Pare una affermazione importante in un momento storico nel quale alla musica chiediamo sempre più una dimensione multi-sensoriale. Puoi specificare cosa intendi?

Mi è capitato tantissime volte, soprattutto parlando col pubblico alla fine dei miei concerti e leggendo i feedback dei miei ascoltatori o le recensioni ai miei dischi, di sentire che la mia musica evoca immagini mentali e paesaggi onirici. Ho riflettuto sulla mia esperienza personale e devo ammettere che a me non è mai capitato niente del genere. Quando ascolto la musica nella mia mente non si generano immagini, così pure se sto osservando un dipinto non mi viene necessariamente in mente un suono da associare. È un tipo di processo mentale che, semplicemente, mi risulta estraneo. Ma credo che questo dipenda dal fatto che la mia mente non è particolarmente visiva, dato che le chiedo molto spesso di concentrarsi sui suoni e sulla musica. La componente emotiva connessa con le mie composizioni è qualcosa che difficilmente riuscirei a spiegare con immagini o parole. Mi piace quindi pensare che la musica abbia un codice espressivo proprio che non ha bisogno di altri linguaggi per comunicare. Ovviamente non considero per nulla sbagliato il fatto che in molti, invece, lavorino per associazioni visive quando ascoltano i miei pezzi.

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A guardare la tua discografia pare proprio che le collaborazioni con diversi artisti su tanti progetti differenti sia una tua prerogativa fondamentale: The Group ti vede assieme a Casper Clausen, Martyn Hayne e altri musicisti; per Greg Gives Peter Space lavori a fianco di Peter Broderick. Come concili questo con la tua carriera solista?

Anche in questo caso si tratta di trovare un bilanciamento opportuno tra due modi di lavorare completamente differenti. Dopo aver girato in tour con band numerose o aver registrato con altri, sento invariabilmente il bisogno di chiudermi in studio da solo e viceversa. La mia attitudine mi dispone in maniera molto differente rispetto ai due modelli. Oltre a questo ci sono le ragioni contingenti. Per quanto riguarda l’ensemble di The Group, per esempio, da quando mi sono trasferito in Italia è diventato più complicato trovarsi insieme, dato che tutti gli altri vivono a Berlino. Questo, però, non ci impedirà di dare continuità a quel progetto nato dall’amicizia tra noi e che vuole restare indifferente alle pressioni che arrivano dall’esterno. Ecco perché abbiamo deciso che sarebbe stato un gruppo non interessato a produzioni discografiche ma unicamente alla dimensione performativa, ogni volta ripensata e differente. Il progetto in duo con Peter Broderick è invece nato sulla base delle comuni influenze e quindi si sviluppa più naturalmente sia nella dimensione dello studio che in quella live, anche se per noi contano molto l’improvvisazione che cattura lo spirito del momento e il lavoro al mixer di modifica del suono in tempo reale. Al contrario, quando lavoro da solo tendo a sviluppare un’attenzione maniacale nei confronti di quello che suono, curando ogni più piccolo particolare e cercando la perfezione ragionata molto più che l’intuizione del momento.

Ho l’impressione che il terreno comune dal quale è nato il progetto Greg Gives Peter Space sia il dub, inteso non solo come genere musicale specifico ma, anche e soprattutto, come processo creativo che intende il suono come materia soggetta a perenne mutamento…

È esattamente così. C’è stato un lungo periodo nel quale sia io che Peter Broderick eravamo letteralmente ossessionati dal dub giamaicano delle origini e dalle sue derivazioni contemporanee. Confrontandoci e lavorando assieme abbiamo capito che quello che ci interessa di più in quello specifico processo di produzione è una certa idea “diaristica” della musica. Quello che catturi e modifichi nel mixer in tempo reale è il riflesso esatto di quel momento vissuto insieme. Succede così che ascoltando le varie versioni di uno stesso pezzo, tu sia in grado di ricordare esattamente quale era il tuo umore o il paesaggio fuori dalla finestra il giorno in cui è nata quella versione specifica. In questa pratica, il mixer diventa un vero e proprio strumento musicale, dotato di grande forza espressiva.

Il tuo ultimo album da solista è Where We Were, uscito nel 2013 su Denovali. Stai lavorando a qualche nuovo disco in solo?

I dischi che registro in solitaria richiedono generalmente un tempo di lavorazione molto lungo e un processo particolarmente lento e laborioso. In più non mi è mai piaciuto registrare dischi che si somiglino. A ogni mio album chiedo di essere unico ed eccezionale, concedendomi di reinventare, ogni volta, il mio modo di intendere la musica. Non posso anticipare molto sulle prossime uscite ma, di certo, il mio prossimo disco solista sarà pronto a breve. Presto registrerò musica in una chiesa della quale adoro l’acustica e sto lavorando ad un progetto di musica dance collaborando con altri artisti. La fine di quest’anno mi vedrà impegnato soprattutto in concerti e tour, dopo i quali troverò la giusta concentrazione per tornare in studio e far uscire le produzioni nel 2017.

Cosa stai preparando per la tua prossima data italiana, per Nextech, nella splendida Sala Vanni di Firenze?

In genere non mi piace preparare i concerti molto tempo prima. Ho bisogno di ambientarmi nello spazio, di sentire l’energia del momento per capire cosa suonare e come farlo. Ho studiato quello spazio. So che ha una acustica interessante e particolare e mi hanno detto che avrò a disposizione un piano molto bello. Partendo da questi elementi sto immaginando un concerto diviso in due parti: una prima nella quale mi concentrerò soprattutto sul pianoforte, e la successiva principalmente incentrata sull’elettronica. Molto, comunque, dipenderà dall’improvvisazione del momento.

Donovali ed Erased Tapes sono solo due delle tante etichette con le quali, in questi anni, hai pubblicato i tuoi dischi. Qual è il criterio con il quale smisti le tue produzioni?

In genere rifletto molto su quale sia l’etichetta adatta ad ogni singolo progetto e poi ne discuto con chi cura l’etichetta. Molti dei direttori artisti delle etichette discografiche con le quali lavoro sono diventati anche dei cari amici, a furia di sviscerare insieme i progetti. Mi piace avere la libertà di optare per una label o per un’altra. Ovviamente cerco di decidere in base all’adeguatezza al progetto, più che in base al prestigio del nome. Spero di poterlo fare anche in futuro.

8 settembre 2016
8 settembre 2016
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