D’amore, metrica e tachenza. Intervista a Dutch Nazari

Dutch Nazari è uno dei nuovi rapper di quello che viene definito cantautorap italiano. Nuovo si fa per dire, perché produce musica da anni traendo insegnamento dall’esperienza che ha maturato nel corso tempo, dall’atteggiamento semplice e spontaneo che lo contraddistingue e dalle collaborazioni nell’ambiente underground padovano e non, tra cui Willie Peyote, il producer Luca Patarnello (in arte Sick et Simpliciter) e non ultimo Dargen D’Amico. Quest’ultimo in particolare è stato fondamentale per la crescita artistica del Nostro, essendo stato il primo a sostenere il progetto musicale di Dutch grazie alla sua etichetta Giada Mesi. Ora Dutch Nazari pubblica il suo album d’esordio, Amore Povero, prodotto in collaborazione con Sick et Simpliciter, con cui si è creato non solo un rapporto lavorativo ma una solida stima artistica che emerge dalla nostra intervista milanese in un soleggiato pomeriggio di aprile.

Parliamo subito di Amore Povero. Nonostante tu sia in giro da anni, questo è il tuo disco d’esordio. Spiegami com’è nato e come hai lavorato negli anni precedenti…

[D] Io ho fatto moltissima gavetta, sono cresciuto nell’ambiente culturale dell’hip hop, in particolare della scena padovana, quindi con un certo tipo di valori tra cui c’è il “zitto e impara”. Poi è arrivato il momento in cui mi sono sentito pronto per proporre qualcosa, ma senza la fretta di voler emergere immediatamente. In qualche modo questo approccio alla musica me lo sono portato dietro.

E poi ti sei avvicinato a Dargen…

[D] Sì, a un certo punto nel mio percorso artistico ho conosciuto Dargen D’Amico. Ci propose di produrre il nostro primo EP, Non lo avevo calcolato, uscito nel 2011, che ha avuto un po’ di risonanza e che io considero parte del mio percorso musicale nonostante non venga quasi mai nominato. Tra i miei EP di solito si cita solo Diecimila lire del 2014 perché era stato curato dal punto di vista del rapporto con i media, mentre il primissimo EP no. Quindi iniziai a capire che dovevo avere a che fare con cose che prima non consideravo, come l’ufficio stampa, e tutto ciò che sta attorno alla produzione di un disco.

Con Diecimila Lire quindi c’è stato un salto…

[D] Sì, e tra l’altro, c’è stato il vero cambiamento, perché da lì ho iniziato la collaborazione con Sick et Simpliciter che prosegue ancora oggi. Poi negli anni abbiamo messo da parte diverse canzoni, alcune che stavano bene tra loro, altre che erano solitarie, e le abbiamo raccolte nell’EP che è uscito l’anno scorso, Fino a qui. L’album Amore Povero quindi è un po’ la punta dell’iceberg di un percorso durato anni, e un po’ il riassunto di tutta la nostra proposta musicale.

Tu fai un rap che guarda molto Dargen D’Amico, un rap ingentilito, o cantautorap come lo chiama lui. I tuoi ascolti musicali da dove derivano?

[D] Diciamo che è un rap originale dal punto di vista dei contenuti. La prola “cantautorap” ha un po’ il pregio di riassumere le influenze musicali di chi è cresciuto come noi, tra le canzoni d’autore e il rap. Io infatti ho ascoltato moltissimo cantautorato italiano, come De Andrè o Dalla. Però son cresciuto ascoltando moltissimo rap, di tutti i tipi, e mi piacevano moltissimi aspetti di questo genere, soprattutto l’aspetto musicale di metrica, la tecnica, il flow, i giochi di parole, gli accenti ritmici. C’è stata una fase del mio ascolto musicale in cui non riuscivo a coinvolgere alcuni dei miei amici perché mi dicevano “ma questo sta solo dicendo tu sei scarso io son figo, e pippo la cocaina” e vari contenuti da stereotipo insomma. E io pensavo “sì, ma lo dice con un’iperbole fighissima, una metafora, senti che incastro, senti che flow”, eccetera. Quelle dei miei amici erano considerazioni che ci stavano, e non riuscivo a trovare la quadratura del cerchio. In quel momento è uscito di Vizi di forma virtù di Dargen, ed è stata una grande illuminazione, perché è stato l’esempio lampante che si poteva fare rap stilisticamente super figo, mega fresco, visionario, con interpretazioni vocali super, incastri, metrica (per dire, c’è un brano in quel disco che è in 5/4, quindi un tempo molto difficile e anti-intuitivo, complesso) e questo mi ha dato nuovi stimoli. Quindi ero un grande fan di Dargen, gli ho scritto, gli ho fatto sentire le mie cose, gli son piaciute molto e da lì è iniziato tutto.

In questo tipo di rap però il livello narrativo ha una posizione importante. Sto facendo una considerazione personale, ma non capisco se la densità di parole e di accenti acceleri o deceleri il ritmo…

[D] Sicuramente il livello narrativo è molto centrale. Ma un flow serrato e pieno di accenti penso che acceleri il ritmo piuttosto che rallentarlo (a meno che non sia un flow in cui gli accenti son tutti sul battere). In realtà non ho flow che preferisco: a me piacciono i flow pensati, dove c’è uno studio della metrica. Io sono praticamente autodidatta dal punto di vista della scrittura. Vengo da classici studi di pianoforte e violino, un po’ di solfeggio, ma per quanto riguarda “essere autore”, contenuto, accenti e armonia sono quasi totalmente autodidatta.

E tu, Sick, ti sei trovato subito col suo stile?

[S] Quando abbiamo incominciato a fare musica insieme nel 2012 era un momento in cui entrambi eravamo in evoluzione in quanto a gusto musicale. Come diceva Dutch, Amore Povero è il coronamento di una collaborazione che per me rappresenta un’evoluzione, arrivata al punto a cui volevo arrivare quando ho iniziato a fare questa cosa. Diciamo che il punto d’incontro tra le mie e le sue influenze è il trip hop, che ha un certo tipo di bpm e di groove.

Ma la tua tradizione musicale qual è?

[S] Io vengo dal funk: ho imparato a suonare il basso sul funk e dal punto di vista ritmico è sorprendente simile il funk a roba come il trip hop, nel senso che il trait d’union tra i due generi è il fatto che entrambi abbiano il groove, che ti facciano muovere la testa. Poi, il mio progetto musicale è elettronico, ma è un “mischione” di tutto questo.

Sì, infatti stavo giusto dicendo che però Amore Povero musicalmente si rifà moltissimo all’elettronica…

[S] A livello di suono c’è molto di elettronico, ma addirittura vorrei che ce ne fosse di più. Perché mantenendo la struttura basso e chitarra (che per me sono strumenti che non moriranno mai) credo che le possibilità creative che ti dà avere di fronte macchine nuove sia impagabile.

Cosa usi per produrre?

[S] Per produrre uso Ableton, perché arrivando dallo strumentale è più affine ai miei gusti. È quello più adatto per i live, che ti permette di fare un crossover tra analogico e digitale e di usare molta roba esterna, quindi i synth veri uniti a quelli plugin. Poi a me piace campionare i suoni in giro.

Ora sei solo vero?

[S] Sì. Diecimila lire l’avevo fatto insieme al mio socio, che poi si è messo a fare altro. Questo l’ho fatto interamente da solo, e qui la differenza si sente, è una cosa più mia.

E di Gin Jack Havana Cointreau cosa mi dite? È la canzone meno in linea musicalmente con le altre del disco, suona più trap…

[D] Gin Jack Havana Cointreau è l’unico brano non prodotto da Sick, che ha curato soltanto gli arrangiamenti. Allora, premesso che uno dei principali parametri che ci hanno portati a scegliere le canzoni del disco è che ci fosse coerenza tra loro, Gin Jack Havana Cointreau è in effetti diversa. L’unico producer a cui Sick ha concesso un suono diverso è Wairaki, un nostro punto di riferimento, che ha iniziato a fare rap con me nella crew Massima Tackenza e nel cui studio di Vandaland abbiamo prodotto gran parte del disco. Quindi sì, questo brano è più trap, ma comunque lo trovo in linea col tipo di musica che facciamo. Magari c’è un pelino di autotune, ma per il resto, soprattutto nel ritornello, segue il nostro stile.

A questo punto mi viene spontaneo chiedervi cosa ne pensate della scena trap attuale. La apprezzate?

[S] Moltissimo. Ne stavamo parlando giusto prima. La trap, da un punto di vista mondiale non italiano, nata dalla post dubstep, ha sviluppato alcuni topoi (come i 60 bpm con gli hit hat a 120, cassa rullante molto lontani, i battiti molto distanti l’uno dall’altro) ed è una costola di una costola di una costola di un movimento, dal punto di vista musicale europeo, da cui io ho attinto nel 2011 (James Blake eccetera) e che ci piace moltissimo. Anzi, ti dirò, in Amore povero molte strutture ritmiche sono simili a quelle della trap. Tipo il brano Un fonico è così; poi certo mancano tutti gli altri stilemi della trap (piattini, autotune), ma dal punto di vista ritmico abbiamo attinto tanto da lì. In Italia è arrivata adesso, ma sono cose che girano ormai da anni, dal 2009/2010.

E dal punto di vista della scrittura della trap italiana?

[D] Allora, secondo me c’è in generale un’ansia catalogatrice. In realtà gli artisti che vengono classificati in quel genere sono i più vari, Tedua, Rkomi, Ghali, Sfera Ebbasta, e ognuno ha le sue caratteristiche. Secondo me è un filone che sta portando grande freschezza, dal punto di vista stilistico, alla scrittura rap. Il mio preferito in assoluto è Rkomi, che non fa classiche rime ma ha sempre una ragione fonetica per l’apertura e la chiusura del verso: non sempre sono rime, fa assonanze, ma c’è sempre un perché nelle sue scelte fonetiche. Per me la trap è come un game changing di chi riscrive le regole e se ne dà di nuove, e sono mega interessanti dal mio punto di vista.

È arrivato il momento di parlare di droghe. Mi sembri così un bravo ragazzo nelle tue canzoni!

[D] Ma come! Ok, non parlo di droghe, ma parlo di alcol in tutte le canzoni. [S] Per dire: quando noi diciamo “passami la droga” intendiamo qualcosa da bere. [D] No, comunque il mio atteggiamento non è affatto moralista. Ho 28 anni e non utilizzo la droga come elemento di vanto per creare immaginario nelle mie canzoni. Prima fumavo più canne, e nelle canzoni questa cosa veniva fuori, ma ultimamente ho ridimensionato questo aspetto. Ostentare le abitudini in fatto di droga nelle canzoni non è una cosa che mi piace molto. Detto questo, non giudico affatto l’uso di droghe o chi ne fa uso, anche se credo che sia un elemento più di debolezza che di vanto, ma per me sono scelte personali, anche perché chiunque ha le proprie debolezze. Però arrivare a vantarsene nelle canzoni no, non lo trovo interessante.

In Caramelle quindi parli di sigarette? Siamo Certi?

[D] Sì sì, confermo!

Cambiando discorso: trovi che in Amore povero ci sia romanticismo?

[D] C’è una frase che mi piace che è: “non sono romantico, sono innamorato”. Il romanticismo è la cristallizzazione pomposa di un sentimento che è autentico e autenticamente descrivibile. Il rischio del romanticismo è quello di rendere falsamente poetico qualcosa che è realtà di tutti i giorni, centrale per tutti. Amore povero parla d’amore, ma cerca di non parlarne tramite cliché reiterati, ma in punto di vista più naturale possibile.

E cosa ti piace leggere?

[D] Ultimamente ne parlo anche con i miei amici, e penso che ci sia un problema generazionale con la lettura: abbiamo talmente tanti input dal telefono, computer, eccetera, che ritagliarsi uno spazio e un momento per leggere è davvero complicato. A me viene sempre più difficile, e a volte penso che dovrei darmi un po’ più di tempo. Ora però sto leggendo Il vecchio e il mare.

[nel frattempo passa Gli occhi della Luna degli Ex-Otago in TV]

[D] Ehi Sick, il video di Serena.

Regista anche del video di Amore povero?

[D] Sì, Serena Gargani. Quella che vedi nel video è la sua panda! Lei è di Genova e fa parte di un duo che si chiama Sfera e Serenase. Hanno un progetto sempre a metà tra rap e canzone. Con loro, Willie Peyote e altri creiamo una specie di crew, di gruppo. Ma di cosa stavamo parlando?

Di lettura. Ma di poesia ne leggi?

[D] Vero. Ehm… leggo ciò che mi capita, sia narrativa che poesia. Mi faccio consigliare anche dal mio amico Burbank, un nostro carissimo amico nonché slang poet.

16 maggio 2017
16 maggio 2017
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