Ambiziosa magnificenza e tranquillità disarmante. Intervista ai Foxygen

Quando lo chiamo, Jonathan Rado si sta godendo il sole della sua California; è un venerdì, e Jonathan mi risponde con una tranquillità disarmante. Eppure, avrebbe ben più di un motivo, per essere in allerta: Trump ha appena festeggiato il suo party d’insediamento e a Washington c’è il finimondo, ma soprattutto quel venerdì esce Hang, il quinto album dei Foxygen, il progetto musicale di cui il buon Rado detiene la titolarità sin dagli albori, in coabitazione con l’amico fraterno/rivale Sam France, che conosce dai tempi del liceo. «Nonostante tutto, sono molto rilassato», mi dice Rado con una voce pimpante e sveglia che lascia trapelare molto della sua giovane età. «Oggi esce il disco e mi fa uno strano effetto, ma in fondo credo che stasera me ne starò a casa da solo, senza concedermi a troppi festeggiamenti». La risposta, invece, tradisce l’indole mite e stralunata del Nostro – l’esatto opposto, il contrappeso potremmo dire, della personalità dirompente e dell’attitudine da glam rocker straight outta seventies del compagno d’avventure.

Hang è l’ennesimo (e forse il più ambizioso) capitolo di una storia che pare non volerci mostrare un vero inizio, ma che tempo fa, diciamo nel periodo del loro acclamato album precedente …And Star Power, poteva davvero giungere al termine, anche grazie alle personalità agli antipodi dei due protagonisti in scena. Ad ogni modo, cerco di non indagare troppo su un aspetto dei Foxygen su cui si è scritto e soprattutto parlato tanto; piuttosto è Rado a riportarmi a quel periodo, parlandomi della genesi della sua nuova fatica discografica: «Hang non è nient’altro che il quinto passo di un progetto già designato da tempo; è un album su cui lavoriamo da circa 4 o 5 anni, diciamo dai tempi del nostro secondo disco ufficiale [We Are the 21st Century Ambassadors of Peace & Magic, ndSA] . Allora io e Sam stavamo già lavorando su alcune delle tracce che compongono il disco, partendo da melodie semplici suonate con chitarra e voce, che poi si sono evolute in ciò che puoi ascoltare nell’album». Prosegue poi dicendo: «C’è sempre stata l’idea di voler portare avanti il lavoro, sempre e comunque; già adesso percepisco Hang come una sorta di cosa del passato, per quanto sia uscito solo oggi e debba suonarlo per un intero tour, magari per due anni! Ma davvero, sento di avere la testa da un’altra parte, concentrata su nuova musica, in questo momento».

Il concetto della progettualità a lungo termine è da sempre un leitmotiv nel modus operandi a dir poco esplosivo e votato alla prolificità dei Nostri: «Ai tempi del liceo registrammo più di dieci album», mi racconta Rado, «tra cui un album che s’intitolava Jurassic Exxplosion Phillipic, una specie di space opera fai-da-te composta da più di trenta tracce – eravamo piuttosto ambiziosi, forse più allora che adesso». Ma la prolificità è anche l’elemento che rispecchia e rende al meglio la natura multiforme, il magniloquente spessore e l’aura vagamente megalomaniaca dell’eccentrica volpe californiana. Hang si presenta infatti come una sorta di operetta “off-Broadway” che rasenta pericolosamente il pastiche, caratterizzata da un piglio soul che si fa più accentuato – anche grazie alla presenza di Matthew E. White, autentica volpe (è proprio il caso di dirlo) del neo-soul – e si discosta dai lustrini glam e psych del passato, pur mantenendo l’estetica retromaniaca e quel senso di infantile giocosità: «Volevamo che questo album si chiamasse come l’ultima traccia dell’album precedente, per creare una sorta di ponte tra i due lavori, ma anche per omaggiare uno dei miei album preferiti, Tusk dei Fleetwood Mac. Così Hang, come Tusk, è una parola monosillabica, semplice e diretta, che graficamente funziona alla perfezione e che può significare tutto e niente – la sua semplicità si contrappone ai suoni contenuti nell’album, così zeppi e multilivello».

La quinta fatica dei Nostri, infatti, è stata non a caso presentata come il primo lavoro dei Foxygen registrato in una vera e propria sala di registrazione, grazie all’impiego di un’orchestra di ben 40 elementi ad accompagnare la band in ogni brano dell’album. Dalla cameretta alla camera, il passo è breve: «Le nostre produzioni sono sempre state caratterizzate dalla componente lo-fi e do it yourself, ma per quanto ami questo tipo di approccio e ritenga che attaccare la chitarra e registrarla con un 4-piste sia il metodo più spontaneo per lavorare sulla nostra musica, dovevo arrendermi all’evidenza che tutti quegli strumenti e quei musicisti non sarebbero mai potuti entrare nel garage di casa mia, laddove pochi anni fa, tra pianoforti e altri ammennicoli, già in quattro si stava piuttosto stretti!». Rado ci ride su, ma sono certo che in quel volto dal taglio pulito e i riccioli biondi da putto si celi un autentico demonietto della manipolazione del suono, e che senza dubbio dev’essere stata un’autentica goduria lavorare con molti più mezzi rispetto a quanto non facesse un paio di anni fa: «Avere tutto quel ben di dio tra le mani poteva davvero rischiare di farmi diventare pazzo, in preda ad una sorta di frenesia lavorativa; eppure, il fatto che fossero coinvolti così tanti musicisti di talento, come Steven Drozd [chitarrista dei Flaming Lips, ndSA] e i Lemon Twigs – due ragazzi molto giovani di cui ho registrato l’album d’esordio – oppure Matthew E. White e Trey Pollard, che hanno arrangiato e diretto l’orchestra, mi ha in effetti aiutato molto a non farmi sfuggire di mano la situazione». Cosa abbastanza prevedibile con così tanta carne al fuoco, ma soprattutto con un frontman esagitato e sempre più macchiettistico (in senso buono, ovviamente), che all’uopo si concede le solite pose da vanesia star d’altri tempi, oppure ruggisce ed inveisce con sarcasmo verso le pose stesse dello stardom e le bizzarre figure che ne fanno parte: «L’album è stato fortemente influenzato, più che dall’ascolto di vari dischi, dalla lettura di un libro in particolare, ovvero Hollywood Babilonia di Kenneth Anger [scrittore, ovviamente, ma anche regista, tra gli altri, dello scoppiatissimo Lucifer Rising, 1979, ndSA]», mi spiega Rado con malcelata eccitazione nel rendermi partecipe della sua nuova, succulenta scoperta letteraria: «è un libro che mette a nudo gli eccessi dello stardom e porta alla luce storie assolutamente oscure e vagamente gore – una sorta di raccolta delle malefatte delle grandi star del cinema e della musica del primo e secondo dopoguerra. Ci sono storie davvero truculente, altre più lussuriose e altre semplicemente grottesche, ma la cosa che ci ha più colpiti, a me ed a Sam, è che il libro, che è uscito proprio all’inizio dei Sessanta, fu fatto stampare e pubblicare dapprima in Francia, e mai distribuito fino a qualche anno dopo negli Stati Uniti – un fattore che conferisce allo stesso testo un’aura fortemente suggestiva, da libro proibito, o robe del genere».

Queste, quindi, sono le storie di Hang: il gotico delle Dalie Nere e il barocco dei grandi Gatsby, il lato oscuro della Sunset Strip, il crepuscolo in fondo al tramonto delle stelle. Questo però è il passato: il presente, invece? «Ciò che mi fa paura dell’America oggi», dice Rado mentre il suo tono di voce muta repentinamente, in maniera quasi meccanica, divenendo vagamente serioso e preoccupato, «è che là fuori c’è un sacco di gente che ha voluto fortemente Quell’Uomo alla Casa Bianca. Noi non siamo una band “politica”, anzi, preferiamo attenerci a situazioni e argomenti che prescindano quasi totalmente dalla realtà, ma ci teniamo comunque a dire che siamo assolutamente contro Trump, e fa strano pensare anche al fatto che, per esempio, molta gente che ascolta la nostra musica lo abbia votato, o sia comunque fortemente affascinata dalla sua figura. Anche io lo sono, in realtà. Ma forse per lo stesso perverso sentimento che mi fa piacere tutte quelle assurde e sanguinose storie anni Quaranta».

Jonathan Rado, infatti, è un talentuoso giovane uomo in cui coabitano Bach, Mick Fleetwood e Napoleon Dynamite al tempo stesso, ma è anche una persona semplice e spontanea che, interpellata su quale sia la sua maggior fonte d’ispirazione – e ti aspetteresti che risponda una cosa tipo David Bowie (l’ha fatto, in realtà, ma non subito) – dice istintivamente «Richard Swift [The Shins, The Arcs, Black Keys, e mille altri progetti, ndSA], songwriter eccezionale nonché uno dei miei migliori amici»; poi, quando attacchiamo a parlare di musica in maniera piuttosto free, mi suggerisce con entusiasmo una delle sue ultime scoperte in fatto di ascolti: «Conosci Alex Cameron? È il mio nuovo artista preferito, dovresti ascoltarlo, è assolutamente fantastico», e a quel punto mi sembra di scambiare informazioni, frivole o necessarie che siano, con un amico dei tempi del liceo. Poi, concedendosi al gioco del “facciamo finta che”, mi introduce i membri della sua band dei sogni: «Alla batteria sceglierei l’accoppiata Bill Kreutzmann-Mickey Hart, dei Grateful Dead. Non mi sarei mai permesso di dividerli, insieme avevano un groove pazzesco». Poi prosegue: «al basso, Carole Kaye della Wrecking Crew [collettivo di musicisti losangelini che a cavallo tra i Sessanta e per tutti i Settanta ruotavano attorno alla figura del produttore Phil Spector, ndSA]. Alla chitarra sceglierei Prince – molto sottovalutato, sotto quell’aspetto, perchè in genere si tende a raffigurarlo come un grande vocalist e performer. Eppure, si contenderebbe il ruolo di frontman con la mia quarta e ultima scelta, Bruce Springsteen. È il Boss, non devo neanche spiegarti il perché».

D’altronde, Jonathan Rado è una persona semplice: è appena passata l’ora di pranzo, c’è il sole in California e il suo ultimo album è su tutti gli scaffali; ma lui, probabilmente, non avrà nessun motivo per festeggiare, stasera.

31 gennaio 2017
31 gennaio 2017
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