Il soul a modo mio. Intervista a Greg Dulli

Greg Dulli è soddisfatto. Anzi, più che soddisfatto, felice di questa “ripartenza” degli Afghan Whigs. Il nuovo lavoro della band, In Spades, che ha riscosso pareri contrastanti in giro per le varie testate, ci è piaciuto, come abbiamo scritto in sede di recensione, anche se non lo metteremmo mai sullo stesso piano del trittico Congregation / Gentlemen / Black Love, che negli anni ‘90 ci ha consegnato gli afgani di Cincinnati nel momento di massimo fulgore e vigore espressivo. Ne parliamo al telefono con Greg, che dopo averci salutato in italiano ci ragguaglia su alcuni particolari del nuovo disco ed esprime il suo pensiero sulla reunion della sua storica band.

Hai registrato In Spades girando un po’ il Sud degli Stati Uniti, da una costa all’altra: New Orleans, Memphis, Los Angeles, Joshua Tree. È un caso o cercavi qualcosa in particolare?

Dipende. Per quanto riguarda New Orleans, sono ormai vent’anni che ci registro abbastanza regolarmente, ho anche casa lì, due miei amici vivono lì, uno ha anche uno studio e fa l’ingegnere del suono. E lo stesso vale per Los Angeles, ho uno studio comodo vicino a casa mia dove lavoro spesso. A Memphis sono andato a trovare degli amici e ho colto l’occasione per registrare Birdland, e poi ho registrato I Got Lost a Joshua Tree.

Il press kit di In Spades sottolinea che non si tratta di un concept album vero e proprio, ma ci sono comunque temi al suo interno che legano le canzoni. Pensi che ci sia una storia o una narrazione sottintesa?

Quando penso alla scaletta di un album faccio sempre in modo che emotivamente significhi qualcosa per me. Più che un tema generale, avevo in mente una certa atmosfera. Le canzoni di In Spades sono molto diverse l’una dall’altra, ma nell’ordine in cui le abbiamo inserite hanno una certa coerenza d’insieme, sono come una famiglia, un gruppo di tanti fratelli e sorelle. Ogni brano ha una sua personalità, ma c’è un legame evidente tra tutti.

Hai avuto tu l’idea del titolo e della cover? A proposito della cover, c’è qualche sottinteso politico alla situazione attuale degli Stati Uniti?

L’idea è mia sì, ma come sempre lascio a tutti la libertà di interpretare quello che faccio. Ognuno ha il diritto di guardare, ascoltare e decidere per conto proprio. Una volta che hai completato un’opera d’arte e la lasci andare incontro alle persone, sai che potrà prendere diversi significati, ho sempre creduto in questo.

Il brano più curioso di In Spades è sicuramente Birdland, che ha dei tratti quasi doo-wop e cameristici. Come ti è nata l’idea?

Volevo un pezzo che funzionasse da intro per Arabian Heights. All’inizio era uno strumentale, poi ho visto che ci potevo cantare sopra e così ho cambiato un po’ l’arrangiamento per farci entrare una melodia cantata. Ho fatto tutto abbastanza velocemente, c’era un mellotron in studio e ho sovrapposto diverse parti per creare questo muro di suono, ho aggiunto un armonium, poi ho passato tutto a Rick Nelson che ha pensato agli archi e a Dave Rosser per le parti di chitarra acustica. Il tocco finale è la voce di Susan Marshall; aveva lavorato con noi anche in passato per 1965, e qui con il suo canto imita il mellotron.

Poi appunto arriva Arabian Heights che ha questo suono soul molto dark, molto cupo. Sappiamo della tua passione per la musica soul, ma possiamo dire che in questo ultimo album la sua influenza è ancora più forte e profonda?

Assolutamente sì. Naturalmente si parla della mia versione del soul e dell’r&b. In Spades è il mio quindicesimo album, tutto compreso tra Afghan Whigs, Twilight Singers e Gutter Twins, e ho abbastanza confidenza da trattare i generi a modo mio.

Toy Automatic mi pare che sia uno dei tuoi pezzi preferiti del nuovo disco. È ottimo l’arrangiamento, in particolare per i fiati. Quello che sentiamo alla fine è un assolo di tromba?

Sì, è di John Culbreth. Lavoro con lui da un paio di dischi, ha suonato anche in Do to the Beast. Dopo che abbiamo definito l’arrangiamento del pezzo gli ho chiesto di pensare a un assolo e ha fatto un ottimo lavoro.

Copernicus è il pezzo con il riff più rock, tant’è che pensavo l’avessi registrato a Joshua Tree [in realtà, mi spiega Greg, è stato inciso a New Orleans, ndSA]. Il titolo da dove salta fuori?

È venuto fuori per scherzo con il nostro batterista Patrick, spiegarti come è un po’ complicato. Era un titolo provvisorio, ma quando abbiamo finito il pezzo l’ho tenuto perché mi piaceva il suono della parola.

Sei soddisfatto di questa reunion degli Afghan Whigs? Cosa pensi abbiano portato nella band i nuovi musicisti?

Sono tutti musicisti straordinari. Patrick lo conosco da quando eravamo ragazzi, è uno che ha suonato già nei Greenhornes e nei Raconteurs con Jack White. Dave Rosser suona con me da dodici anni, lui e John Skibic, oltre a Rick McCollum, sono gli unici chitarristi con cui ho suonato in vita mia, dei musicisti eccezionali che hanno passato tutta la loro vita facendo musica. Rick Nelson passa tranquillamente da uno strumento all’altro, e nei concerti suona veramente di tutto, chitarra, basso, violino, violoncello, organo, pianoforte. Ho anche scoperto che è un bravo cantante, e l’ho fatto cantare nel disco. Suoniamo tutti insieme ormai da quattro anni, siamo una band in tutto e per tutto. Se non fossi stato soddisfatto, certo non avrei continuato così. La vita è troppo breve per sprecarla in qualcosa che non ti rende davvero felice. E ti assicuro che per me questo è il miglior gruppo al mondo.

Di recente sono uscite le ristampe di Black Love e Gentlemen. Avete mai pensato a una riedizione di Congregation?

Sì, Congregation è stato il nostro primo grande album, ci abbiamo pensato e credo che Sub Pop ci stia proprio lavorando.

Oltre alla data di Bologna che terrete a giugno, tornerete in Italia più avanti?

È possibile, anche se per ora è confermato solo il concerto del 3 giugno a Bologna.

19 maggio 2017
19 maggio 2017
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