Share the Unknown. Intervista agli His Clancyness

Jonathan Clancy è tra i più poliedrici esponenti di quella parte di scena indie italiana che si caratterizza per avere un buon richiamo all’estero che si riflette anche in Italia. Dopo aver suonato nei Settlefish e negli A Classic Education, il Nostro ha incanalato la sua ispirazione su se stesso con un intermezzo solista che è diventato nel tempo un progetto corale: His Clancyness. Dopo l’esordio con Vicious per FatCat Records, è la volta di Isolation Culture, un disco nato sul quattro tracce del piccolo studio bolognese della band che ha poi preso corpo tra i Suburban Home Studios di Leeds con MJ degli Hookworms e gli storici Invada Studios di Bristol con Stu Matthews. Il secondo disco di His Clancyness è un’opera pregna di significati che si articola tra futurismi alla Bowie e sperimentazioni rétro à la Plastic Ono Band, senza tralasciare una naturale attrattiva per il pop, prerogativa già degli scorsi progetti. Abbiamo raggiunto telefonicamente Clancy per farci guidare alla scoperta di Isolation Culture, un lavoro che, per sua stessa ammissione, rappresenta al meglio quello che sono gli His Clancyness dal punto di vista sonoro e ideologico. Infatti, nel corso dell’intervista si è parlato anche di alcuni temi fondamentali dell’album: dalle difficoltà che si incontrano nel fare un certo tipo di cultura in Italia all’isolamento dell’individuo in questo periodo storico, passando per il cammino intricato che chi sceglie di fare un certo tipo di musica in Italia deve affrontare.

Partiamo da lontano. Finito il tour di Vicious cos’è successo? Come si è arrivati ad Isolation Culture?

Fondamentalmente nella seconda parte del tour abbiamo assestato la line-up del gruppo con l’entrata di Nico (Buzz AldrinStromboli). Sapevamo che Manuela avrebbe potuto coprire solo un anno, per poi tornare ai suoi progetti. Questo ha posto fine ad una sorta di precarietà nell’ultimo centinaio di date del tour. Se in Vicious sono stato io a portare brani completi che abbiamo poi registrato in studio, questa volta è nato tutto in maniera corale, una situazione stimolante che ti permette di interagire con altre persone e da cui nascono cose fortuite che secondo me rendono interessante la musica. Quando abbiamo finito il tour abbiamo fatto una pausa lunghissima per me, quasi un anno senza suonare, e ci siamo chiusi in sala prove, dove potevamo registrare noi stessi nuovo materiale. Nei primi tre, quattro mesi non riuscivo a trovare la chiave per il disco, molti demo mi sembravano una continuazione del disco precedente e non ero molto convinto. Poi è arrivato un periodo prolifico e in pochi mesi abbiamo registrato tutti i pezzi che poi sono finiti nel disco; è stato tutto molto veloce perché ognuno ha contribuito con le sue idee e ognuno ha suonato tutto. Da lì siamo arrivati a una quindicina di pezzi e, scremando, siamo poi giunti alla tracklist definitiva del disco.

Com’è stato lavorare con Stu Matthews e Matthew Johnson?

È stato strano, perché, in base ai tipi di brani, avevano già l’idea di registrarne alcuni in uno studio e altri nell’altro. Siamo finiti all’Invada di Stu Matthews perché ci eravamo incontrati all’ATP, dove suonavano anche i Beak; gli ho inviato i demo e ci ha invitati a registrare lì. È stato bello perché da lui abbiamo inciso i pezzi più vicini al live, anche perché lo studio di registrazione è molto hi-fi ma con un approccio alquanto “sporco”, ed è questo che amiamo in gruppi come i Portishead: non hanno alcuna paura di unire una voce registrata con un Neumann da tremila euro e una base programmata con l’iPhone. Di questi brani un 40/50% era già stato registrato da noi precedentemente, nel nostro piccolo studio. Lo studio di MJ invece è più piccolo ma paradossalmente più hi-fi; lui ha un approccio più attento ai dettagli. Tra l’altro è un amico che ci segue fin da quando è uscito Vicious. Per l’occasione ci aveva mandato anche una email in cui ci faceva i complimenti. Questo è stato molto importante: lavorare con persone che conosci evita la situazione di imbarazzo di andare in un posto in cui non conosci il produttore o chi registra.

Dopo vari ascolti del disco, ci sono state cose che mi sono rimaste, come ad esempio la sensazione di questo “rumore organizzato”: ci sono batterie saturate, chitarre violente in alcuni punti, sample di fondo, ma anche parti molto emotive, come il pre-ritornello “orchestrale” della title track. Mi pare anche che sia un album in un certo senso “ostico”: convivono tra loro intermezzi, intere parti strumentali, ma anche ritornelli spiccatamente pop…

È difficile valutare da dentro; sicuramente posso dirti che è il disco di cui vado più orgoglioso. Finalmente abbiamo raggiunto una nostra visione personale; Vicious risentiva dei vari percorsi passati, questo invece è il disco di una band. Avevamo anche quasi pensato di cambiare nome, mi ero stancato di His Clancyness perché riflette un po’ troppo su di me, poi i ragazzi hanno insistito per tenerlo, anche perché abbiamo avuto nel tempo un minimo di riconoscibilità con questo nome. La scrittura pop l’abbiamo sempre avuta, vogliamo fare una forma-canzone con una certa sperimentazione, ma questi pezzi puoi quasi suonarli con acustica e voce, e ne sono orgoglioso. Siamo fanatici di musica “vecchia”, dove in tre minuti c’era sperimentazione pur rimanendo in una struttura riconoscibile per il pubblico. I momenti strumentali derivano invece dal fatto che c’è una band che ha suonato talmente tanto dal vivo che vengono naturali, mentre in Vicious c’era l’autore del demo che, per esempio, voleva un finale strumentale di tre minuti. Era in un certo senso forzato, mentre qui è tutto molto naturale.

Isolation Culture - His Clancyness

Un’altra impressione che ho avuto dopo aver ascoltato più volte Isolation Culture è che sia un disco a metà tra il futurismo e il rétro. Ci sento qualcosa dei Beatles ma anche di Bowie: Eno ha detto che li univa il fatto di cercare un posto che ancora non era stato scoperto. Ho notato poi che in scaletta ci sono titoli che danno molto carattere ai brani: Only One si canta da sola nel ritornello, stessa cosa per la strofa di Xerox Mode [Xerox è una nota marca di stampanti e fotocopiatrici, ndSA] di cui mi piace molto il ritornello che parla di copied skiesUranium anticipa già quel sound argenteo del brano…

Bowie è un nome che mette d’accordo tutti. Il suo periodo anni Settanta è sempre stato un riferimento. Questo, però, è il primo disco in cui in studio non è stato fatto alcun riferimento esterno. Ed è strano perché anche chiedendo agli amici, hai risposte spiazzanti: uno di loro mi ha detto che ci sente il primo Julian Cope, ma io non ce lo sento, però mi piace il fatto che ognuno abbia il suo richiamo ascoltando il disco. Sui titoli posso dire che volevo semplificarli rispetto al passato, essere più diretto, anche perché il titolo per me è molto importante, a volte più del testo. È importante dare un colore ancora prima che arrivi la musica, i testi sono tutti riferimenti ad un immaginario in cui a volte ti puoi ritrovare, altre volte no. Uranium è una canzone che, ascoltata sin dalla prima volta, mi dava un’immagine di un mondo futurista, e avevo in mente questo colore argento. Da lì il titolo e poi, a seguire, il testo.

Tocchiamo il tema più appariscente del disco: la cultura. L’album s’intitola Isolation Culture, c’è un brano con lo stesso titolo, un altro che s’intitola Cuuulture. C’è anche un campionamento di Pasolini che parla di come l’arte e la cultura dovrebbero essere al centro della nostra esistenza. Perché questa esigenza di dire qualcosa su questo tema?

In un primo momento l’idea per il titolo del disco era Isolation Culture/Culture Isolation. Rileggendo i testi, soprattutto i primi, c’era sempre questo tema ricorrente della solitudine, dell’isolazionismo, del sentirsi distaccati rispetto a una certa cosa. Volevamo esprimere le nostre riflessioni su come viene vissuta la cultura in questo momento, è un tema ricorrente nei dischi di His Clancyness ma anche nei progetti passati degli altri, perché ci sentiamo terribilmente frustrati dal fatto che in particolare in Italia la musica sia considerata così poco. Anche da parte della “scena” italiana c’è poco interesse nel far capire che la musica è arte e dev’esserlo in tutto; per questo ci mettiamo molto impegno nel cercare di dare un mood con una determinata copertina o una maglietta. Senza avere la presunzione di fare l’arte con la A maiuscola, ma semplicemente di fare qualcosa di bello che ti faccia distrarre e immergerti in qualcos’altro. Ho avuto difficoltà a scrivere il press-kit; mi piace farlo per i gruppi della mia etichetta, ma quando mi sono ritrovato a doverlo fare per noi non sono riuscito ad andare avanti, e allora abbiamo chiesto a questo nostro amico, Brian dei Disappears, che in dieci righe ha perfettamente espresso quello che volevamo dire.

Sì, è un’ottima presentazione…

Sì, lui conosce un po’ il mio percorso quindi c’è riuscito molto bene. Il disco tratta anche di come noi viviamo la cultura al giorno d’oggi: leggiamo una cosa, andiamo su Wikipedia, andiamo su YouTube, ma di quello che ci rimane veramente non ne parliamo con nessuno, non c’è un vero scambio culturale. Volevamo esprimere anche questo tipo di frustrazione. Da qui ovviamente partono altri temi; non vorrei scadere nella banalità, ma, ad esempio, come viviamo il rapporto coi nostri telefoni oppure com’è cambiata l’esperienza di assistere ad un concerto.

His Clancyness

Ascoltandoti mi vengono in mente gli Arcade Fire, che per Reflektor hanno avuto come fonte d’ispirazione principale il saggio Two Ages di Kierkegaard aggiornandolo alla nostra attuale reflective age, dove l’essere umano vive una condizione di passività e isolamento. Le altre due cose che mi vengono in mente sono la mostra Bowie Is, che in Gran Bretagna è stata fatta ben tre anni prima della sua morte (2013), e il fatto che sia stata la regina Elisabetta II ad aprire le celebrazioni per i quarant’anni del punk. Questa “attenzione” qui in Italia è quasi un’utopia…

Guarda, hai toccato un tema importante come quello della cultura in Italia. Noi volevamo chiamare il disco per l’Italia Culture Isolation proprio per sottolineare l’isolamento culturale che vive il Paese. Andando spesso in tour fuori, ci troviamo quasi sempre a spiegare ad altre band, ad amici e a chi ci ospita cosa significhi essere un gruppo che vive in Italia, dove quello che facciamo non è considerato minimamente, dove abbiamo politici che non sanno niente di cultura, non hanno tramandato nulla della cultura ricchissima di questo Paese. C’è questa frustrazione all’interno dell’album.

Mi fa riflettere il fatto che usi molto spesso il termine “frustrazione”…

La mia risposta è sempre stata: rimbocchiamoci le maniche. Anni fa avevo pensato di tornare in Canada, ma sono molto orgoglioso delle cose che siamo riusciti a fare. Per fortuna in questi dieci anni non mi è mai venuto a mancare l’aspetto principale: suonare, visitare posti, conoscere persone. Così anche per le ambizioni e le aspettative che hai: la nostra è di far musica che ci soddisfi, dove possiamo notare la nostra crescita, fare qualcosa di personale e portarla in giro. Io, lo dico sempre, voglio portare la mia musica a Casalecchio, così come a Monaco o a San Francisco. Voglio cercare di portarla ovunque.

Se non ci fosse questa consapevolezza credo che verrebbe a mancare anche quella fetta di musica italiana indipendente che a denti stretti e con tanti sacrifici riesce comunque a portare a casa il risultato. Ti faccio una domanda banale, ma credo che sia sempre importante farla e altrettanto importante rispondere: cosa significa fare il musicista indipendente in Italia, nel 2016?

Ti deludo subito [ride, ndSA]: per la mia esperienza, per l’esperienza di noi quattro che abbiamo fatto quel tipo di percorso, vuol dire stare in tour tantissimo, coi soldi che fai in tour di arrivare, forse, a pagare bollette e affitto. Quando non sei in tour, comunque, devi fare anche qualcos’altro: io e Nico lavoriamo in un bar tre giorni a settimana; oltre a questo registro gruppi, Jacopo ha il booking e fa un altro lavoro ancora, Giulia fa la fotografa. Noi siamo anche persone che vivono con poco: alla fine le mie spese sono musica e basta, per il resto son sempre in giro a suonare. Non avere un lavoro fisso ci permette di avere il tempo di stare in sala, in studio e di girare tanto. Questa è la strada che una persona si deve aspettare se intende fare quello che vogliamo fare noi, poi ci sono sicuramente casi più o meno fortunati. Nel nostro caso, nel caso di una piccola band indipendente, è così. Anche andare fuori è un rischio, ma finché questo tipo di situazione non ci stancherà continueremo così. Onestamente non mi manca niente, faccio tanti sacrifici ma le soddisfazioni sono molte.

Come sta andando invece con l’etichetta [Maple Death Records, ndSA]?

Sta andando molto bene. Era da dieci anni almeno che avevo in testa di metterla su. Ci metto tanto lavoro, sono orgoglioso che il nostro disco esca anche per Maple Death perché negli ultimi due anni abbiamo stabilizzato una struttura, ci sono due persone che mi aiutano. Io la vedo anche come una sfida, cercare di raccontare determinate cose soprattutto fuori. Come il disco di Krano, che è un cantautore folk stralunato che canta in veneto. Il 70% delle copie del suo disco le ho vendute negli Stati Uniti. Molti gruppi indipendenti secondo me sbagliano guardando troppo fuori, senza considerare il fatto che sia l’immaginario, sia i testi personali, possano farli emergere ancora di più. Gli stranieri sono molto curiosi; per fortuna negli ultimi anni sono state riscoperte molte cose italiane, come le colonne sonore degli anni ’60/’70, la Library Music. Era da tempo che speravo che l’Italia tornasse cool, in un certo senso. In passato all’estero, andando in tour con i vecchi gruppi, notavo che l’Italia non era nemmeno considerata di serie C, adesso le cose stanno cambiando.

Anche perché c’è questo giro perverso che se una cosa viene spinta dall’estero poi guadagna attenzioni anche qui…

Chiaro, per esempio il fatto che Light In The Attic abbia deciso di ristampare un disco di Battisti [Amore E Non Amore, ndSA] mi fa molto piacere, ma da un altro punto di vista mi fa ridere il fatto che non riusciamo mai a capitalizzare bene sulle nostre cose (ormai le chiamo “nostre”). Anche alcune cose legate a musicisti che suonavano con Morricone sono state ristampate in edizioni inglesi e americane, e invece qui non se le filava nessuno.

Tornando al disco, adesso ci sarà il tour…

Sì, dopo il Canada, partiamo per un tour di due settimane in Europa. Saranno le due settimane prima dell’uscita del disco, poi saremo in Italia e, successivamente, torneremo a girare in Europa.

4 ottobre 2016
4 ottobre 2016
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