Tra passato, futuro e Fugazi. Intervista ai LAGS

L’intervista che state per leggere era stata pensata e organizzata all’indomani della sedicesima edizione dell’Italian Party, festival curato dall’etichetta indipendente To Lose La Track, andato in scena lo scorso 17 luglio a Umbertide. Tra il fragore dei distorsori delle sedici band ospiti della rassegna – tra le quali vanno menzionate, senza far torto a nessuno, Delta Sleep, Giona, DAGS!, Labradors, Riviera, Minnie’s, Urali, Marnero – a stupirci fu in particolare la potenza e la fisicità del live dei LAGS, band punk-hardcore romana il cui debutto, intitolato Pilot, era stato definito su queste stesse pagine come «un album che trasuda rabbia, passione ed energia, e che con fierezza tiene alto il drappo del punk di matrice -core nel nostro paese». Dal vivo il suono potente e rabbioso del quartetto composto da Antonio Canestri (voce, chitarra), Gianluca Lateana (Chitarra), Andrew Howe (batteria) e Daniele De Carli (basso) ci diede l’impressione di elevarsi all’ennesima potenza, assestando duri colpi alle costole e facendoci tornare alla mente band di culto come Jawbreaker, Refused e Fugazi. L’estate, purtroppo, ha poi rovinato i nostri piani ma, a qualche mese di distanza, l’annuncio della pubblicazione di un nuovo EP intitolato Seasons (in uscita il prossimo 1 dicembre via To Lose La Track e di cui potete ascoltare in esclusiva un estratto in questo articolo) ci ha offerto l’occasione di tornare ad occuparci dei LAGS, dandoci modo di riflettere con loro su quello che è stato il post-Pilot, su come si viva dall’interno questa nuova (presunta) scena punk italiana e dei progetti futuri.

Partiamo proprio dall’ultima edizione dell’Italian Party che, oltre a dare ancora una volta prova dell’esistenza di una “scena” punk italica viva e vivace, vi ha consacrato come una delle band più solide e interessanti del momento. A tal proposito, come la si vive la “scena”, se così possiamo chiamarla, dall’interno, e come si pongono i LAGS nei suoi confronti?

Sicuramente fare parte di una rassegna come l’Italian Party di quest’anno è stata una soddisfazione immensa, considerando il numero corposo di band e la caratura dei progetti che si sono avvicendati sui due palchi. Da questo punto di vista, quindi, non possiamo che considerarlo un onore, ma sinceramente non sappiamo quanto questo ambiente possa essere definito “scena”. Dall’interno la viviamo in modo più semplice, pensiamo di condividere esperienze e percorsi con persone che vivono la musica come urgenza espressiva, che si interfacciano l’uno con l’altro per quello che realmente sono e non per la posizione che ricoprono all’interno di un “panorama” artistico. Non sappiamo quindi se esista realmente una scena, e se esiste non crediamo di farne parte. Le scene limitano spesso la circolazione di idee e spingono tutte le band verso una direzione artistica univoca; a noi piace spaziare e non chiuderci al mondo esterno. Ci piace valutare più aspetti ed essere pronti eventualmente a sperimentare.

Nella precedente domanda ho scelto un termine preciso, ovvero “consacrazione”. Da un punto di vista artistico, a che punto vi sentite del vostro percorso di maturazione?

Abbiamo ottenuto molti consensi durante l’anno trascorso dall’uscita di Pilot. Siamo oggettivamente molto soddisfatti di quanto siamo riusciti a fare, di come siamo riusciti a crescere dal punto di vita del live e del percorso che stiamo intraprendendo, sia singolarmente che come band. La cosa che più ci aggrada è veder arrivare tanto supporto dagli ambienti musicali più disparati; chi ci ascolta tende a non settorializzarci, a non limitare quello che facciamo considerandolo necessariamente “di nicchia”, per cui vuol dire che la nostra musica parla, forse, a più persone di quante potessimo mai immaginare.

Pilot, vostro full-length di debutto, ha ottenuto un ottimo riscontro da parte della critica, non solo all’interno ma anche al di fuori dei confini italiani. Come avete vissuto e come state vivendo questo “momento di gloria”? Ve lo sareste mai aspettato?

Crediamo che l’album sia un buon lavoro, ha qualche piccolo difetto, ma anche molti pregi. Le canzoni funzionano e la produzione le ha sicuramente valorizzate. Ci saremmo aspettati di ricevere attenzioni e di raggiungere qualche piccolo risultato, ma mai avremmo pensato di ottenere tanta visibilità. Sicuramente il merito va anche a chi fino ad ora ha lavorato con noi giorno per giorno: a Lorenzo Stecconi, che ci ha aiutati ad affinare il nostro suono, ad Alberto Becherini, che cura tutta la nostra grafica, a Luca Benni di To Lose La Track, che ha scommesso su di noi quasi a scatola chiusa, fino a Luca Mazza di NoReason Booking, colui che ci ha permesso di organizzare più di 50 concerti in 12 mesi, fondamentali a promuovere una band di piccolo calibro come la nostra.

In sede di presentazione avevate definito il vostro debutto come «la cronaca dei pensieri di un gruppo di trentenni che come tanti si confrontano con i temi centrali della società in cui vivono». Tra gli altri, vi era «la paura di un futuro sempre più buio», angoscia che si è materializza con gli ultimi fatti politici. Credete che le vostre prossime mosse artistiche risentiranno di questo clima apocalittico (penso soprattutto alla Brexit, all’affermarsi di populismi nazionalisti e xenofobi e quindi all’elezione di Trump)? In questo contesto che ruolo pensate debba svolgere la musica?

La piega che il mondo sta prendendo influenza necessariamente la musica di una band come la nostra, che nei propri testi si interroga sul passato e su quanto accada nella nostra società ogni giorno. Il disco che stiamo scrivendo è conseguentemente molto più cattivo rispetto al precedente e, per certi aspetti, anche più malinconico. Sono accadute molte cose nei due anni trascorsi dalla scrittura del primo album e dalla sua uscita ufficiale, eventi che hanno irrimediabilmente cambiato le nostre vite, spesso anche in modo eccessivo. Da questo punto di vista la musica per noi deve avere una funzione catartica, deve tirare fuori quelle paure che nella vita di tutti i giorni non siamo capaci di esternare in modo diretto. I nostri testi possono trasformarsi in spunto di riflessione sul quale poter avviare un dialogo; non amiamo gli slogan e, per quanto possibile, cerchiamo di non lanciarci in invettive poco costruttive.

Venendo all’attualità, in questi giorni è in uscito un vostro nuovo EP intitolato Seasons, nel quale non sono presenti inediti ma tre brani tratti da Pilot, riarrangiati in chiave acustica. Come è nata l’idea e perché questa scelta?

L’idea è nata in maniera molto semplice. Il buon Andrea Rock di Virgin Radio, nostro estimatore ed amico, ci ha proposto di entrare a far parte della scuderia di Punks Go Acoustic 3, una compilation di brani punk/hardcore reinterpretati in versione acustica da varie rock band italiane e creata a sostegno della ONLUS “L’isola che non c’è”, associazione che fra gli altri servizi si occupa di offrire gratuitamente corsi di musica ai ragazzi disabili. Durante la registrazione della cover [I’m So Tired dei Fugazi, ndSA] da noi selezionata, abbiamo pensato di sfruttare al meglio la giornata in studio per tirare fuori un vero e proprio EP, qualcosa che desse un’anima diversa ai brani che avevamo arrangiato per il disco. Scarnificare ci sembrava interessante, ci piace giocare con le canzoni che abbiamo scritto.

Avete fatto riferimento alla cover di I’m So Tired dei Fugazi, un chiaro omaggio che dimostra come alla base della vostra musica vi sia un certo tipo di immaginario che fa riferimento al punk-hardcore di matrice americana. Quanto i LAGS devono a band come Fugazi, Jawbreaker, At the Drive-In (solo per citarne alcune)? E perché la scelta di I’m so tired?

Sicuramente dobbiamo tutto ad un certo panorama musicale che ci ha cresciuto e formato non soltanto come musicisti, ma anche come ascoltatori. Ci piacerebbe riproporre un sound che un po’ ci manca, suonare un rock che per quanto orecchiabile abbia la stessa urgenza e rabbia che si respirava negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, senza però risultare troppo derivativi. Detto questo, quando ci è stato proposto di far parte di Punks Go Acoustic, abbiamo cercato di selezionare qualcosa che appartenesse di più al nostro background, piuttosto che lanciarci in una reinterpretazione forzata, e nonostante tutto I’m So Tired dei Fugazi è stato l’unico brano che ha convinto tutti, perché non richiedeva stravolgimenti di sorta. Andare a toccare i capolavori di una band del genere è sempre pericoloso, c’è una reverenza comprensibile sia da parte di chi suona, sia da parte di chi ascolta. Dobbiamo dire di essere molto soddisfatti perché, nonostante tutto, il brano non ne esce stravolto, pur acquisendo una matrice più folk.

Dopo la pubblicazione di Seasons avete pianificato un ritorno in studio? Avete già idee circa la direzione da intraprendere? E, ultima cosa, avete il “timore” di non riuscire a replicare quanto di buono fatto con Pilot?

Sì, siamo già al lavoro su nuovi brani. Diciamo che siamo a metà dell’opera, ma ci piacerebbe tornare in studio molto prima del previsto e far uscire un nuovo album entro il 2017. Non nascondiamo che una certa tensione è presente. Per la primissima volta stiamo componendo con due chitarre, e per noi questo rappresenta una bella prova. Saremo sicuramente più attenti al dettaglio, lavoreremo di più sul suono e sulle voci, questo è sicuro. Credo sia però importante non soffermarsi troppo su quello che potrebbe venire fuori e su come sarà accolto dagli altri. Saremo comunque onesti con noi stessi e con le nostre canzoni, unico ingrediente che fino ad ora non è mai mancato nei LAGS e unico vero punto di forza, fino a prova contraria.

25 novembre 2016
25 novembre 2016
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