Fedele a me stessa. Intervista a Mèsa

I trascorsi in un duo acustico (i Parachutes for Wild), 25 anni, la fine di un amore, una Roma sempre più piena di cantautori e la voglia matta di ripartire. Con il suo EP omonimo Federica Messa, in arte Mèsa, ha scelto di rimettersi in gioco dando il via a un nuovo percorso artistico che lambisce la canzone d’autore pop e fa tesoro della lezione indie rock anni ’90, posizionandosi esattamente al centro, su quel confine precario che rifugge costantemente l’abitudine e gioca perennemente al rilancio, affrontando il mondo di petto e guardandolo dritto negli occhi.

Il tuo EP d’esordio è circondato da quest’aura di liberazione da un lato e di riconciliazione dall’altro, in cui sembri tirare un lungo sospiro prima di ripartire. Come sei arrivata alla scrittura di queste cinque canzoni?

Sono coincise varie cose: prima scrivevo in inglese, poi ho iniziato a frequentare una scuola, l’Officina Pasolini, un laboratorio per musicisti ma soprattutto per cantautori in cui per sei mesi mi sono ritrovata a parlare ogni giorno, dalla mattina alla sera, di musica, in tutti i suoi aspetti. In quel periodo ho iniziato a scrivere in italiano perché sentivo l’esigenza di dirmi delle cose che fossero vere e comprensibili, senza nascondersi dietro all’inglese, che a volte è anche una scusa per non essere diretti. Il caso ha voluto che nello stesso periodo la mia vita personale non andasse tanto bene. La coincidenza di queste due cose ha fatto sì che iniziassi a scrivere tantissimo materiale in italiano, tra cui i cinque pezzi di questo EP.

Facile riscontrare nella tua produzione riferimenti a cantautrici contemporanee (Courtney Barnett, Laura Marling, Mitski). Ma quali sono stati gli ascolti che ti hanno accompagnata nella produzione di questo EP?

Da quando ho internet ho sempre cercato le cose più nascoste e particolari che si possano immaginare. Sono partita quando ero più piccola con i Nirvana, e da lì ho iniziato ad ascoltare tantissima musica, soprattutto americana. Per questo disco non ho avuto un ascolto in particolare che mi abbia condizionata. Ultimamente ascolto molto Mac De Marco, Angel Olsen o i Hiatus Kaiyote, ma non c’è un genere o un artista che predomini. Di sicuro i miei amori di più vecchia data sono Laura Marling, i Pixies e i Nirvana.

Il tuo gruppo mi sembra darti un supporto notevole nel definire la parte più irruente ed elettrica dei brani. Quanto è importante il suo contributo nella fase di stesura del disco?

Ho conosciuto il resto del gruppo quando i pezzi esistevano già e avevo bisogno di persone che mi aiutassero ad arrangiare i brani in modo diverso perché volevo fare qualcosa che suonasse meno acustico e più rock. Le canzoni nascono in camera mia con la chitarra classica, e solo successivamente le sottopongo in studio agli altri, che sono bravissimi a farle andare verso mondi sonori che mi piacciono e che nemmeno immaginavo. Questo è molto bello, perché alle volte parto con l’idea di un pezzo con gli assoli e la batteria pesante, e invece andando in studio viene fuori una cosa super pop che mi piace ancora di più.

Un nome alle cose mi ha fatto pensare a un’altra canzone, ovvero Col nome giusto di Carmen Consoli. In entrambe, da prospettive diverse, si parla della necessità di affrontare, piuttosto che rifuggire, il confronto diretto con qualcosa che si conosce, fa male, ma per abitudine e paura si preferisce ignorare. È una canzone che ti è servita anche per chiudere i conti con una parte di te?

In realtà l’ho scritta più pensando ad una sorta di meta-canzone. Il discorso è questo: a cosa serve scrivere canzoni su delle cose, intrappolarle in una scatola e dirsi “ok sto parlando d’amore”, quando in realtà un nome le cose non l’hanno ma glielo attribuiamo noi per comodità? Potrei scrivere duecento canzoni su quanto ti amo, ma questo nella realtà potrebbe non essere una cosa bella per forza o comunque magari non esistere realmente ma esserci solo nella mia testa.

Credo che sia un discorso che continui anche un po’ in La Colpa. Una volta Ani Di Franco disse che «dobbiamo sempre essere in grado di criticare ciò che amiamo, perché se non si prova a cercare di migliorarsi si finisce per essere soli al mondo». La Colpa, in maniera molto leggera e pop, porta con sé l’amarezza di dare o darsi delle responsabilità…

Assolutamente sì. È una canzone tutta in maggiore, molto pop, ma che dice sostanzialmente che se le cose sono andate in un determinato modo, è colpa mia. È un deporre le armi, un assumersi la responsabilità della fine e un dirsi che va bene così. Nel finale dico «sono solo mia»: è una maniera propositiva per dirsi che siamo arrivati fino a questo punto, ma da qui in poi ricomincio ad appartenere solo a me stessa. Nonostante questo disco venga fuori dalla fine di un amore, al tempo stesso esprime la voglia di riscattarsi, di avere un’altra occasione, di stare bene. È una battaglia positiva, non una lagna che sottolinea quanto stia male.

In Cose vere invece prendi a pretesto il tema delle religione, in maniera molto schietta e sincera, per indagare il significato della verità…

In realtà parlo di religione in modo molto laico, guardando alla figura di Gesù, una persona che diceva delle cose e veniva deriso e preso per pazzo. È un po’ un pretesto narrativo per fare un paragone con quanto sia difficile essere se stessi e dire la verità su se stessi. Il mio rapporto con la regione in realtà non è neanche così inesistente, ho tutta una mia filosofia a riguardo, ma quel pezzo non voleva essere religioso in senso stretto.

Morto a galla invece si confronta con il tema dell’abitudine, con quel verso «abituarsi è l’arte di arrendersi» che pesa come un macigno. Questa paura riguarda anche il tuo approccio alla musica?

In realtà no, perché penso davvero poco ai pezzi. Tutto, ad esempio, l’ho scritta in un quarto d’ora e non l’ho più modificata. Se devo lavorare a una canzone per più di tre giorni, vuol dire che non mi piace o che non ho detto bene quello che volevo dire.

Nel videoclip di Tutto si vede molto Roma (Eur, Prenestina). Com’è il tuo rapporto con una città che negli ultimi anni è diventata un po’ il punto di riferimento di quel cantautorato che viaggia sul confine sempre più labile e indefinibile tra indie e pop mainstream?

Ho iniziato a capire che amo la mia città da pochissimo, ovvero da quando ho iniziato a suonare più frequentemente e a stare fuori, in giro per locali. Mi sono accorta andando un po’ in giro che c’è una vita artistica assurda, ma anche che non c’è un’atmosfera di competizione. Si respira un’aria bellissima, siamo tantissimi ma tutti molto amici tra di noi, e una serata è sempre una festa per tutti.

Le tue origini siciliane invece quanto tornano nelle tue canzoni?

In realtà penso che i posti non influenzino molto le mie canzoni. C’è sicuramente un legame molto forte con la Sicilia, perché tre quarti della mia famiglia vengono da lì, e se devo pensare alle mie vere radici non penso a Roma ma alla Sicilia. Detto ciò, non sento scenari o luoghi nelle mie canzoni; anche per Roma, ad esempio, c’è solo un riferimento alle tangenziali che chiudono alle 23:00, ma serve più come escamotage per dire altro.

Hai iniziato in duo per poi passare a una strada completamente in solitaria? Come hai vissuto questo passaggio?

All’inizio è stata dura. Vivo il live in maniera particolarmente ansiosa, piena di retro-pensieri, mille attenzioni, e ho sentito molto il passaggio. Detto questo, ormai mi sono anche abituata a gestire le emozioni, il pubblico o gli imprevisti.

Sei già al lavoro su materiale nuovo? Quando è prevista l’uscita?

Assolutamente sì. Qualche giorno fa mi sono accorta di avere già una quindicina di pezzi e adesso stiamo iniziando a lavorarli con i ragazzi e probabilmente a breve faremo qualche pre-produzione per capire in che direzione far andare il disco.

[foto di Daniele L. Bianchi]

26 febbraio 2017
26 febbraio 2017
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