Rapconti di una speranza possibile. Intervista a Murubutu

Sulle pagine di SA avevamo già approcciato il mondo del rap letterario e i massimi esponenti del genere de La Kattiveria Crew intervistando Andrea Bagni (aka U.G.O.). Ci torniamo ora in occasione della pubblicazione del quarto album in studio di MurubutuL’Uomo che Viaggiava nel Vento, che chi scrive ha recentemente recensito sempre in questa sede. Abbiamo raggiunto Alessio Mariani per una lunga e stimolante intervista telefonica in cui abbiamo approfondito diversi aspetti del suo nuovo lavoro, estendendo poi il discorso al panorama hip hop nazionale con particolare riguardo alla sempre più seguita scena trap.

Ciao Alessio, e grazie di cuore per questa occasione…

Ciao Luca, e grazie a te per la tua bella recensione.

Aprirei questa intervista chiedendoti di parlarci del concept alla base del disco, anche e soprattutto in relazione al mare (protagonista del precedente Gli Ammutinati del Bouncin). Perché hai scelto il vento, e che differenze ha comportato tale scelta – a livello di temi, ambientazioni, ecc… – rispetto alla scrittura degli Ammutinati?

Mi serviva un comun denominatore perché mi interessava molto fare un altro concept album. Se è vero che il concept è un espediente molto limitativo da un certo punto di vista, può anche essere foriero di tantissime suggestioni e stimoli a livello tematico. Ho pensato però di restringere il bacino di metafore e di ambientazioni perché volevo provare a fare qualcosa di più difficile da un punto di vista narrativo, ovvero limitare ancora di più il campo di riferimento. Ho identificato quindi il vento come medium idoneo perché, pur essendo più ristretto del mare a livello di delimitazione di significati, rimane comunque un buon rappresentante delle storie nel Mondo che raccoglie nel suo continuo incedere. Rappresenta quindi un espediente per passare velocemente tra ambientazioni diverse e sfiorare personaggi differenti.

Io in realtà ho pensato al vento come ad un espediente meno limitativo del mare, che inteso come luogo fisico credo ti vincoli ad una maggiore ristrettezza in materia di ambientazioni. Tant’è vero che in questo disco hai esplorato uno spettro decisamente più ampio a livello di ambientazioni, sia fisiche che temporali…

Sì, ho dovuto farlo perché in sé il vento non è un luogo fisico e non ha quindi visto crescere accanto a sé paesaggi differenti. È più sfuggevole per definizione, perchè esistono paesaggi ventosi ma mancano di quella storicità e soprattutto di quella paesaggistica riscontrabile invece nelle ambientazioni marine. Il vento è qualcosa di sfuggevole, astratto, ineffabile e quindi anche più difficile da depositare a livello narrativo. Nella costruzione di riferimenti ho quindi dovuto lavorare di più, ma è stato un buonissimo stimolo.

Ricollegandomi al concetto di “sfuggevole” che tu stesso hai citato, nella mia recensione ho evidenziato come tanti dei personaggi che si susseguono nei racconti sembrino legati da una comune esigenza di fuga: dall’ignoranza per Pampero, dalla “provincia grigia” per Paolo, dal matrimonio combinato per Dafne, dalle miserie del dopoguerra per Maria, ecc…È una lettura in cui ti puoi ritrovare?

Sì, diciamo che il racconto per essere in qualche modo portatore di un messaggio deve prevedere una trasformazione e non solo una descrizione statica. Un’evoluzione di trama che sia movimento, spesso un viaggio che sì, può essere anche una fuga. Effettivamente la fuga ricorre molto, sia a livello metaforico che non, però credo sia una cosa incidentale, contingente, perchè penso che la vera caratteristica di tutti i brani in realtà sia la relazione umana.

murubutu

Credo che questo sia il disco più tragico e triste di Murubutu…

[Ride, ndSA] Infatti quando ho letto la tua recensione ho pensato: “ma guarda che io mi ero sforzato di fare dei racconti più allegri, e invece qua mi viene riconsegnata la cosa esattamente al contrario”.

Facendo l’esame delle tracce ho stilato un rapido bilancio e ho pensato: “caspita, una è cieca, l’altra si ammazza, questa ha l’Alzheimer, quella muore bruciata viva, è ancora peggio del solito”…

In realtà io mi sono veramente impegnato per non farli morire tutti, non perchè una canzone non debba essere drammatica, ma per cambiare un pochino, perchè effettivamente la cosa comincia ad essere prevedibile. In secondo luogo volevo provare a sperimentare anche narrativamente un’intensità che non andasse a sfociare necessariamente nel dramma, e poi non vorrei nemmeno portarmi sfortuna nel parlare sempre di cose tristi [Ride, ndSA]. Volevo proporre anche un po’ di speranza, e mi sembra – non vorrei sbagliarmi – di averlo fatto. Grecale è un messaggio di speranza, così come sono messaggi di speranza La Bella Creola, la mia parte di Scirocco, e anche Isobarre. È una rivisitazione del tema della morte anche la stessa title track. Io sulla carta mi ero impegnato per far risultare un’economia della narrazione diversa, che non andasse a sfociare per forza nella tragedia, ma evidentemente non ci sono proprio riuscito [Ride, ndSA].

No, ma è chiaro lo scarto tra le due cose. Vorrei tornare proprio su La Bella Creola, uno dei pezzi con un finale se non consolatorio, quantomeno più propositivo, perchè Pampero, – seppur abbandonato – viene lasciato in una condizione nuova e con una consapevolezza diversa. Mi sembra – soprattutto verso la conclusione – che il personaggio della bella creola diventi ad un certo punto la personificazione dell’Istruzione, quando dici che dovrebbe essere di tutti, universale. È una lettura che ci può stare?

Sì, è assolutamente una lettura plausibile, e coerente con la mia intenzione. Il pezzo è ispirato ad un libro – anche piuttosto recente – ovvero Il Meraviglioso Viaggio di Octavio di Miguel Bonnefoy, dove è presente appunto la tematica dell’alfabetizzazione, e quindi il mio intento era appunto di dare anche questa lettura: la creola è l’Istruzione, che attraversa l’America Latina portando la Cultura, che chiaramente è di tutti e quindi non si ferma su una sola persona. Pampero, che ha goduto del suo amore, accetta il fatto che non possa essere solo per lui e quindi ne accetta di buon grado la fuga.

Credo che nei tuoi racconti ricorrano abbastanza frequentemente queste figure metaforiche: penso ad esempio ad Anna e Marzio, o a Quando Venne Lei, dove sembra che tu lasci volutamente un’ambiguità interpretativa di fondo per cui l’alternativa “realtà”/simbolismo del personaggio è molto sfumata e quasi lasciata alla discrezione dell’ascoltatore…

Sì, la mia intenzione è sempre abbastanza precisa, anche se la descrizione è solo “appoggiata”. Basandosi poi su un’ambiguità, e soprattutto sul gioco finale dello “svelamento”, l’interpretazione è suscettibile di molte letture diverse. La cosa che per me rimane più bella è vedere come le persone possano leggere in modi diversi, ma parimenti coerenti, quello che io invece ho inteso in un altro modo.

Passando invece sul versante più strettamente musicale, ho scritto in recensione che la tragicità che caratterizza le vicende dei personaggi sembra quasi controbilanciata da una maggiore musicalità rispetto ai lavori precedenti; penso soprattutto al tuo flow, più morbido rispetto agli Ammutinati, e ai ritornelli dei vari pezzi, più cantabili e a tratti quasi pop…

Certo, e anche da un punto di vista produttivo credo che il disco sia più “colorato”, con campionamenti più trasversali e variegati. Di sicuro nella mia “evoluzione” ultimamente sto ricercando una musicalità più piena, non in una chiave pop ma per uno sviluppo musicale mio. Comunque io sono sempre stato un grande fan ed estimatore di artisti come il primo Sean Paul o Wyclef Jean, quindi musicisti che hanno a che fare con l’hip hop ma in un modo molto eclettico e contaminato.

Passando invece ai featuring del disco, sono rimasto un po’ sorpreso per l’assenza di Claver Gold

Sì, mi ricordo questa tua domanda, ed effettivamente è stata una cosa che mi hanno quasi “rimproverato” in tantissimi. L’assenza di Claver è dovuta in primo luogo al fatto che lui era già stato ospite nel mio ultimo disco, e quindi mi sembrava giusto cambiare collaborazioni in questo nuovo album. In secondo luogo perché io e Claver avremmo in progetto la realizzazione futura di un album insieme, e quindi mi è sembrato giusto tenere eventuali lavori in comune per quell’ambito.

Per questo album insieme avete già mosso i primi passi in questa direzione o si tratta solo di una cosa che è rimasta a un livello progettuale?

No, è una cosa che attualmente è solo un’intenzione, anche perché nell’ultimo periodo io mi sono ovviamente occupato del mio album e adesso Claver sta lavorando al suo prossimo disco, quindi per ora ne abbiamo solo parlato. So che lui ne ha già parlato in un’intervista e sicuramente c’è questa volontà condivisa, anche perché oltre ad essere artisti “affini” siamo anche piuttosto amici; quindi è una cosa che è nata in modo molto spontaneo.

In merito invece ai feat. presenti, vorrei che mi spiegassi per ciascuno dei tre “grandi” nomi coinvolti – Rancore, Dargen e Ghemon – qual è stata la peculiarità che ti ha portato a volerli nel tuo disco…

Te lo dico in sintesi con tre parole: per Rancore la visionarietà, per Dargen la genialità e per Ghemon la raffinatezza.

Leggendo la tua nota stampa in allegato al disco mi ha colpito la frase di chiusura che hai scelto: “un altro rap è possibile” (che è anche un verso della title track degli Ammutinati). Recentemente ho recensito su queste pagine l’esordio omonimo di Sfera Ebbasta, e vorrei chiederti cosa ne pensi del fenomeno trap in Italia e come ti relazioni a questa fetta sempre più rilevante e attuale del panorama hip hop (con tutti i dovuti distinguo del caso)…

Parliamo di una “corrente”, se così vogliamo definirla, o di un sotto-genere, o forse solo di un genere affine all’hip hop – con cui indubbiamente condivide alcune caratteristiche – che si sta diffondendo sempre di più. Dal punto di vista produttivo, non mi esalta. Questi suoni molto sintetici, queste batterie tutte uguali non mi fanno impazzire, però sono il male minore. È soprattutto dal punto di vista stilistico e contenutistico che la proposta mi lascia molte perplessità. Penso che sia giusto, e che faccia bene Ghali ad approfittare della sua recente esposizione per inserire nei suoi testi anche aspetti importanti come quelli legati al vissuto dei migranti di seconda generazione, credo che sia un bell’aspetto. In linea di massima però la caratteristica che mi sembra accomuni la trap in generale è che non vi sia una grande ricchezza contenutistica ma più che altro tanta “maniera”, ovvero più attenzione per un certo tipo di stile; e detto proprio fuori dai denti, mi sembra che da un punto di vista tecnico ci sia una mediocrità generale. Al di fuori del contesto produttivo, al di fuori delle basi, credo che questi non siano grandi rapper in senso tecnico. Uno può fare ad esempio del Crunk – o qualsiasi altro tipo di contaminazione sintetica – ed essere un bravo rapper. In questi trapper invece io non vedo dei grandi rapper, non so se tu condividi questa idea.

Direi che è grossomodo la stessa cosa che sottolineavo nel mio articolo, ovvero che esaurito quello spettro tematico di riferimento e quell’immaginario – la vita di strada nella periferia, milanese o romana che sia – mi sembra che le possibilità siano piuttosto limitate. Mi sembra un filone che in partenza si precluda la possibilità di rinnovarsi, e poi come hai già detto tu, a ciò si aggiungono mezzi tecnici piuttosto limitati…

La cosa che mi colpisce – ma questo fa parte delle mode e delle dinamiche del mercato musicale hip hop, e anche dell’hip hop senza mercato – è che tanti artisti si facciano contaminare ed influenzare da questa cosa perché attualmente è sotto le luci della ribalta. Tutto questo mi sembra abbastanza discutibile.

Sempre nella tua nota stampa parli di una proposta (la tua) rivolta soprattutto alle giovani generazioni per un approccio all’hip hop “altro” e diverso rispetto ai canoni più diffusi e tradizionali. Relazionando il tuo immaginario e i tuoi riferimenti proprio alla trap, perché soprattutto tra i giovanissimi questo fenomeno è così diffuso e largamente apprezzato – anche e soprattutto tra chi manca di un background hip hop – e invece una proposta come la tua rimane non dico minoritaria, ma certamente più elitaria? È spiegabile solo con la maggiore immediatezza e la facilità fruitiva della controparte?

Senza dubbio la mia proposta è più elitaria, e anche innegabilmente minoritaria a livello numerico. Si tratta sicuramente di un approccio più complesso e quindi più difficile da divulgare sui grandi numeri, e forse è anche giusto così. Laddove vi siano complessità, ricerca e ragionamento, il prodotto risulta meno immediato e quindi raggiunge meno persone, questo non riguarda solo la musica ma in generale tutte le forme culturali. Dal punto di vista del momento si tratta invece di capire perché questa trap stia superando anche il rap mainstream di facile fruizione, forse la domanda è più questa. Credo che dipenda molto dalle mode del momento, infatti sono convinto che la trap sia una corrente che si andrà a riassorbire in un tempo abbastanza breve.

Tornando velocemente sul tuo album, vorrei parlare un momento più approfonditamente di Grecale. Nella mia recensione ho accennato al campionamento di River Flows in You di Yiruma. Come mai hai scelto proprio quel pezzo? Mi sembra il pezzo forse più pop – per quanto tu prima abbia scansato subito questa parola – nel senso di fruibile grazie ad una certa umbratilità più intimistica rispetto al solito…

Io non sono un professionista, di conseguenza prendo le basi che mi vengono proposte – se mi piacciono. Non c’è quindi una vera e propria selezione e creazione in studio delle produzioni. Mi è piaciuta questa base di Fila e nonostante avesse una curvatura pop di facile fruizione, essendo un brano noto con un giro di note piuttosto coinvolgente, pensavo che potesse essere bilanciata da un po’ di eleganza nella scrittura in modo da non renderla troppo sfacciata. E poi mi piaceva il fatto di avere almeno un singolo orecchiabile che i miei figli – che sono piccoli – potessero cantare.

E la cantano?

Sì, la cantano, e la cosa mi fa molto piacere [Ride, ndSA].

Vorrei chiudere con una piccola curiosità: della tua stessa produzione, quindi i quattro canonici dischi a nome Murubutu, qual è l’album che preferisci?

[Senza alcuna esitazione, ndSA] Sicuramente La Bellissima Giulietta, perché a livello narrativo è quello più innovativo e di soddisfazione, per quanto mi riguarda.

1 novembre 2016
1 novembre 2016
Leggi tutto
Precedente
I 10 film horror (+1) da guardare assolutamente ad Halloween Jake Gyllenhaal - I 10 film horror (+1) da guardare assolutamente ad Halloween
Successivo
Riducendo i codici a zero. Ben Vida arriva al Centro Pecci per l’anteprima di Hand Signed Ben Vida - Riducendo i codici a zero. Ben Vida arriva al Centro Pecci per l’anteprima di Hand Signed

etichetta

recensione

news

articolo

Rap e letteratura potenziale. Intervista a U.G.O.

Intervista

Abbiamo intervistato U.G.O. de La Kattiveria Crew in merito al suo esordio "Lo Strumento Parlante", concept distopico sul conflitt...

artista

Altre notizie suggerite