Melodie e visioni notturne. Intervista a Rival Consoles

All’interno della recensione di Howl, album pubblicato a ottobre dello scorso anno, il nostro editore Edoardo Bridda parlava di Rival Consoles come di un produttore «bravo sì, ma non ancora necessario», paragonando il terzo episodio sulla lunga distanza del producer di Leicester a Immunity di Jon Hopkins e all’omonimo di Clark, opere contemporanee che hanno avuto il pregio di aver calibrato e successivamente spostato il baricentro di quello spaesato paesaggio sonoro definito dai più come techno organica. Quella techno che – perdonateci per la sintesi che non rende giustizia all’argomento – a suo modo include i vezzi dell’analogico e gli spasmi digitali, tra bisogni di cassa, effervescenze IDM e un corale intimismo da cameretta.

A poche settimane dall’uscita del nuovo EP di Ryan Lee West, Night Melody, abbiamo potuto verificare – come sottolineato anche in recensione – gli importanti passi in avanti dell’artista britannico, che con quest’opera prova sempre più ad avvicinarsi alla figura di uomo di punta del movimento elettronico – seppur circoscritto a una inevitabile nicchia – facendo ancora una volta centro, ma appostandosi nuovamente a un palmo di distanza dall’obiettivo. All’interno della nostra intervista abbiamo provato ad analizzare assieme al protagonista – oltre a scoprire le sue opinioni riguardo ai servizi streaming, la lotta tra hi-tech e manipolazioni analogiche, la questione Fabric, ecc… – il percorso passato, tentando anche di scorgere i suoi orizzonti più prossimi.

Partiamo da Night Melody, il tuo ultimo EP. Puoi raccontarci le genesi dell’opera?

Night Melody è stato concepito durante il periodo invernale, in quell’oscurità da cui solitamente fuggo, dato che ho sempre preferito fare musica alla luce del sole. Per cui, questo disco è così intitolato perché è stato creato in notturna, e credo che ciò si possa sentire all’interno dell’opera.

Nel corso della tua carriera hai affrontato diversi percorsi, dall’house, all’electro, all’acid, concentrandoti molto su una tua forma personale di techno organica, che all’interno dell’ultimo EP ha raggiunto importanti vette emotive, dando l’impressione che Night Melody possa essere definito il tuo lavoro finora più intimo e personale. È un disco che riesce a definirti in pieno come artista, oppure hai ancora bisogno di tempo per descrivere ciò che vuoi esprimere attraverso la tua musica?

In un certo senso mi sento come se non abbia mai davvero iniziato a comporre musica. Ho un sacco di idee, ma credo di avvicinarmi pian piano alla miglior forma di esecuzione della musica, e questo disco lo conferma. Le cose migliori arriveranno in futuro.

Quali sono i fattori che influiscono sui tuoi diversi momenti artistici?

Certamente il “mood”, i colori, l’altra musica, l’architettura…In sostanza, mi sento ispirato quando vedo qualcosa che funziona molto bene, in maniera forte e sicura. Sono appassionato di tutti i diversi tipi di creatività.

Nel corso degli anni è cambiato il tuo approccio alla composizione, o sperimenti metodi differenti in base all’opera su cui scegli di lavorare? Puoi spiegarci i diversi passaggi della tua produzione?

Negli ultimi vent’anni ho sperimentato davvero tanto, ma noto anche che tante cose si ripetono, come la mia attenzione per le progressioni degli accordi sui ritmi; credo che ciò sia dovuto al fatto che prima di tutto io sono un chitarrista. Il mio processo è quello di buttare rapidamente giù numerose idee e, se mi convincono, rimodellarle e definirle nella maniera migliore possibile. Altre volte, come in Recovery, ho un’idea specifica, e spendo mesi a creare il ritmo giusto per i synth e ottenere gli accordi perfetti, e una volta trovati costruisco attorno ad essi l’arrangiamento (anche se mi ci è voluto un anno intero per essere soddisfatto della struttura complessiva di Recovery). In ogni caso, per quel che mi riguarda non si tratta di una faccenda di tecnicismo, ma semplicemente di catturare un’idea dal forte slancio.

Sei soddisfatto di tutti i tuoi lavori, oppure c’è qualcosa che oggi non rifaresti? Hai già le idee chiare per il futuro?

Un sacco di cose, bass lines gommose, veloci rullate di batteria che non davano spazio ad altro. In genere ora preferisco mettere più “spazio” all’interno della mia musica, quindi penso che al momento sia fondamentale evitare la fretta.

rival-consoles-press-photo-01-by-lenka-rayn-h-fine-art-photography_webL’etichetta su cui pubblichi, Erased Tapes, fotografa un lato importante di quel genere definito da stampa e pubblico come “Modern Classic”. Per alcuni versi, il tuo stile è po’ differente da colleghi come Nils Frahm, Ólafur Arnalds e A Winged Victory for the Sullen. Come definiresti la tua musica?

Non ne sono del tutto sicuro, ma spesso ho definito la mia musica come “songwriting per elettronica” con una forte palette di suoni elettronici, per esplorare il sentimento umano.

Negli ultimi anni un’importante parte dell’elettronica sta sviluppando una passione per l’utilizzo di suoni hi-tech, con temi incentrati su accelerazionismo e critica politica e sociale. Dall’altra parte si assiste a una riscoperta delle manipolazioni analogiche. Qual è la tua opinione a riguardo, visto che hai lavorato sia con strumentazione digitale che con l’hardware?

Con il trascorrere degli anni, mi sono sempre più focalizzato sulla narrativa umana e meno sulle fasi dell’apparecchiatura tecnica. Certamente la utilizzo e sono ancora interessato al modo in cui viene usata, ma non è la spinta principale dei miei lavori. La Storia è qualcosa che vive dentro di me molto più dell’abilità tecnica.

Qual è la tua opinione sui servizi di streaming odierni (Spotify, ecc…)? Rappresentano una risorsa per i musicisti o una cattiva deriva dell’industria discografica?

Beh, credo che sia un mondo comandato dal consumatore, in cui le persone possono procurarsi facilmente un sacco di musica: è una bella cosa, per quanto riguarda la ricerca nell’arte, ma l’artista da questo sistema di cose non guadagna granché, il che mina il medium stesso. Dove c’è gente che paga per l’opera d’arte, c’è un gesto di cura e consapevolezza, un gesto che le aziende di streaming, pagando così poco, hanno eroso dalle fondamenta. D’altro canto, c’è da dire che ci sono più opportunità per gli artisti oggi, quindi forse il tempo bilancerà le cose, vedremo.

Il mondo del clubbing sta vivendo un brutto periodo a causa della recente chiusura del Fabric dopo la morte di due ragazzi per overdose. Per lo stesso motivo in Italia due anni fa è stato chiuso un’importante locale (Cocoricò). Mass media e politica hanno trattato l’argomento in maniera molto superficiale, senza rendere conto dell’importanza culturale della musica elettronica, ma parlando solo della connessione tra droga e club. Come pensi sia stata affrontata la questione Fabric in Gran Bretagna, tenendo anche conto delle parole del sindaco Sadiq Khan?

La chiusura del Fabric non è ovviamente solo una questione di droga. La droga fa parte della cultura, in tutti gli ambiti. Non tutti ne fanno uso, ma è una componente della società. La morte è una tragedia, ma il Fabric ne è responsabile? Il Fabric incoraggia l’assunzione di sostanze stupefacenti? Decisamente no.

Hai già in mente il percorso che affronterai in futuro? Puoi svelarci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Nella mia testa ho numerose idee che non vedo l’ora di esplorare. Quest’inverno scriverò un sacco di musica, e chissà, forse il prossimo anno avremo un nuovo album. Non forzo mai la composizione di un disco, quindi continuerò semplicemente a scrivere, dato che mi sento ancora in dovere di scoprire e imparare.

20 ottobre 2016
20 ottobre 2016
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