L’estro ibrido di Joakim. L’intervista a uno dei principali musicisti elettronici francesi

Joakim è uno che si annoia facilmente. Se si annoia non si diverte e se non si diverte, non suona bene. Ecco perché ha bisogno di cambiare continuamente ambito musicale, contesto produttivo e nome. Era uno dei più influenti musicisti elettronici francesi già al tempo del French Touch ma ha sempre rifiutato l’idea di essere associato ad una scena specifica, giocando a ripararsi nelle nicchie dove aveva totale libertà creativa.

Produttore discografico, dj e remixer, predilige l’uso di materiali sonori variegati, combinazioni di elementi sintetici e acustici, ibridazioni tra strumenti tradizionali, synth analogici e sperimentazioni digitali. La sua intensa attività include varie modalità di performance live (in solo e con band) ma anche frequenti incursioni nelle arti visive, nella moda e in tutto ciò che di contemporaneo attraversa il suo sguardo attento. La sua Tigersushi è un’etichetta che ha lasciato il segno nella storia musicale degli ultimi decenni mentre la nuova label, la Crowdspacer, si appresta a scrivere uno dei possibili futuri della musica dance. La performance audiovisiva al Centro Pecci di Prato del 24 novembre 2016 è stata l’occasione per intervistarlo.

Quale è il terreno comune a tutte le forme espressive che usi? Quali sono le parole chiave per i tuoi processi creativi?

Curiosità è la parola chiave. Tutte le attività nelle quali mi cimento ruotano attorno alla musica, la cosa che so fare meglio. Per seguire al meglio i miei processi creativi ho però bisogno di portare la musica fuori dal suo contesto, di modo che, per esempio, possa interagire col lavoro degli artisti visivi. Anche perché le mie ispirazioni principali non vengono dalla musica ma da differenti ambiti artistici. Mi annoio facilmente e quindi cerco continuamente nuovi stimoli.

Hai curato varie installazioni sonore. Ti interessa il rapporto tra spazio e musica?

Lo spazio è fondamentale. Senza di esso non ci sarebbe la musica e non solo in termini strettamente fisici. La prima volta che ho portato in giro la performance che presenterò al Centro Pecci è stato in una chiesa. Mi interessava la qualità del riverbero e della risonanza in quello spazio. Spesso i musicisti e i dj non prestano abbastanza attenzione a questi aspetti legati alla percezione sensoriale che sono invece fondamentali. Anche per questa ragione mi è capitato spesso di portare in giro la mia musica dentro mostre, spazi museali e location non canoniche.

Nel 2002 hai fondato l’etichetta Tigersushi a Parigi. Qualche anno fa, a New York, hai lanciato Crowdspacer. Quali sono le differenze e i punti in comune tra i due progetti?

La Tigersushi è sempre stata un’etichetta molto aperta che non si concentrava su un genere o un ambito musicale specifico. È vero che dopo 15 anni si possono leggere caratteri comuni ai vari artisti ma una delle nostre prerogative è stata di aprirci a qualsiasi genere o contesto. Dal rock al post punk, dalla dance all’elettronica abbiamo pubblicato dischi diversissimi. Crowdspacer, invece, è un’etichetta strettamente dedicata alla club music. Ha le sue radici in contesti dance storici come la house di Chicago e la techno di Detroit ma reinterpretate con un piglio contemporaneo. Di quei primi periodi della musica da ballo ci interessa la spontaneità e l’autenticità riviste attraverso estetiche e strumenti futuribili.

Crowdspacer Vol.1 è la prima compilation di dance music della tua nuova etichetta. Come è nata?

Avevo bisogno di una piattaforma attraverso la quale lanciare collaborazioni tra me e altri artisti in chiave dance. Con Tigersushi non avrebbe funzionato perché abbiamo sempre avuto un’immagine molto più letfield. La prima compilation raccoglie molte mie produzioni in collaborazione con altri produttori o firmate con alias diversi (come Cray76) e tracce di artisti che mi piacciono come il giapponese Keita Sano.

Il tuo recente Daemon EP è uscito per l’italiana Life & Death Records. Come hai conosciuto il duo direttore artistico Manfredi, aka Dj Tennis, e quando avete deciso di collaborare?

Manfredi vive a Miami ma viene spesso a New York per lavorare ad un album di prossima pubblicazione con Luke Jenner, il fondatore di The Rapture che condivide lo studio con me. Così siamo finiti a pranzo insieme un po’ di volte e ci siamo conosciuti bene. Ad un certo punto Manfredi ha chiesto di ascoltare le tracce alle quali stavo lavorando e che avevo intenzione di far uscire con Crowdspacer. Gli sono piaciute molto e mi ha convinto che la cosa migliore sarebbe stata quella di farle uscire con la sua etichetta.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena finito di registrare il mio nuovo album per cui ora sono molto impegnato nella fase di realizzazione degli artwork, dei video e degli altri materiali promozionali come i remix da commissionare.

24 novembre 2016
24 novembre 2016
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