John Grant. Fantasmi verde pallido
Pale Green Ghosts

Il successo insperato, arrivato a poco più di 40 anni, ti può cambiare totalmente vita e prospettive? E se sì, come andare avanti quando si credeva ormai che un capitolo della propria esistenza fosse più o meno chiuso? È la parabola esistenziale di cui è stato protagonista nel 2010 il musicista americano John Grant, il quale dopo più di un decennio di scarsi riscontri ottenuti con la band The Czars, aveva quasi rinunciato alla musica; forzato dagli amici Midlake aveva finito per incidere un disco, Queen Of Denmark, che si sarebbe rivelato di lì a poco la chiave di volta di uno splendido e inatteso ritorno.

Ebbene Grant è sì andato avanti, non senza aver messo tutto se stesso nell’impresa, svelandosi molto, non solo su disco, raccontandosi francamente nelle interviste promozionali durante Queen Of Denmark, e così rendendo pubblico tutto un trascorso drammatico fatto di abusi e depressione, fino ad arrivare sull’orlo del suicidio. Quasi a voler esorcizzare, allora a questo modo, una fase della propria vita che aveva d’altra parte così ben narrato, trasfigurandola, su album, con una meditata impronta ironico-sarcastica e soprattutto una leggerezza di fondo, rendendo universali temi quali la dipendenza, l’essere cresciuto, essendo gay, in provincia in un ambiente familiare religioso, l’accettazione, l’ipocrisia di certi ambienti…

Così come continua a raccontarsi nel nuovo disco, Pale Green Ghosts, che lo conferma songwriter intimo e sicuro di sé e dei propri mezzi, mentre riveste il tutto di synth-pop e wave ottanta (grazie a un cambio di produzione, con l’islandese Birgir Þórarinsson degli elettronici GusGus), riuscendo a rimanere onesto.

From the beginning

La nostra storia parte da alcune ossessioni, quelle del protagonista, preadolescente in un piccolo centro del Michigan, e poi subito dopo a Denver in Colorado – dove si era trasferito con la famiglia. C’è da una parte tutto il disagio della provincia bigotta – lui che si scopre gay -, e  quasi l’ossessione di volersene andare via per realizzare qualcosa di meglio; la musica ne fa già parte (aveva iniziato a cantare nel coro della chiesa da piccolo), anche se non ancora in modo preponderante. “Ai tempi della scuola, poco dopo il trasferimento a Denver ero un pesce completamente  fuor d’acqua, mi sentivo come Sigourney Weaver che si batteva contro gli alieni, come se fossi perciò su un altro pianeta. Mi piace lo sci-fi e film come La mosca e Alien mi fanno assaporare l’idea della metamorfosi” (come racconterà poi in Sigourney Weaver dal primo album).

Non sarà però immediatamente la musica che lo farà andar via di casa, bensì gli studi di tedesco e russo (altra ossessione, le lingue), che intraprende di lì a non molto in Germania, per diventare traduttore. Sei anni spesi in college di qua dall’Oceano che però lo convincono di non aver fatto la scelta appropriata (“Mi era diventato chiaro che non sarei stato un buon traduttore, perché le abilità linguistiche inglesi non erano ottimali; devi essere molto forte nella tua madrelingua per poter tradurre al meglio. Così quando ho avuto netta questa percezione sono tornato a casa, concentrandomi sul formare un gruppo”) e così a metà anni ’90 torna a Denver, questa volta con l’idea di fondare una band e di poter cantare.

E il gruppo verrà di lì a poco: prima si chiamano Titanic, poi diventano The Czars, un nome che richiama il background russo di Grant;  in un paio di anni la band in cui canta e suona si stabilizza nel quintetto (Jeff Linsenmaier alla batteria, le due chitarre di Andy Monley e Roger Green ed il basso di Chris Pearson) che in poco più di 10 anni, dal 1994 al 2004, darà vita a cinque album, tra alt-country, darkpop, rock jazz e songwriting; dal terzo disco saranno prodotti nientemeno da Simon Raymonde ex Cocteau Twins (un’altra delle ossessioni del Nostro), e poi proprietario della Bella Union. Raymonde li mette sotto contratto principalmente per Grant, che gli aveva mandato un demo, rimanendo impressionato da voce e canzoni, anche se la scrittura di John non è ancora perfettamente a fuoco. Mancanza di distribuzione adeguata e problemi interni faranno sì che il gruppo non abbia vita facile, insieme a uno dei periodi più bui per il Nostro, che si dibatte tra depressione e abuso di sostanze (alcol, cocaina, crack…); a posteriori tutta l’esperienza The Czars sarà abbastanza frustrante, soprattutto per lui (“C’erano problemi di ego nella band, non eravamo ben amalgamati insieme e penso volevamo solo avere successo… che poi non è arrivato ed è stato naturale sciogliersi…”). Un’altra fase è ormai al capolinea.

Caduta e rinascita

Grant si trasferisce allora a New York (dove lavora e prosegue e termina gli studi di russo) cercando di ripulirsi, e iniziando poi tra alti e bassi una carriera solista, che lo porterà a suonare di supporto per altri, tra cui i Flaming Lips e i Midlake. E proprio quest’ultimi, incontrati nel 2006, lo avevano fortemente voluto come support del loro tour USA per promuovere The Trials Of Van Occupanther, rivelandosi poi assai strategici per il prosieguo della sua carriera. “Abbiamo sentito The Czars durante il nostro primo tour a Londra – ricorda il bassista dei Midlake Paul Alexander – e la voce baritonale di John è stata la prima cosa che mi ha colpito. Ma siamo veramente rimasti affascinati quando l’abbiamo visto live tempo dopo e voluto come opening act in patria, fino a portarlo con noi a Denton per realizzare il disco”.

Il primo passo verso il cambiamento è ormai in atto. Che Grant ne sia cosciente o meno, l’apporto dei Midlake è fondamentale per operare la sua catarsi e soprattutto, per ridargli la fiducia che non aveva mai avuto in se stesso nel contesto di un team lavorativo, come svelerà poi a processo compiuto. Dirà infatti che in quest’occasione si è sentito completamente libero di esprimersi e di essere se stesso, di accettarsi.“Non c’è niente di superfluo o inutile nel disco, ho rivelato chiaramente dal mio punto di vista dove sono arrivato e chi sono come persona, e sono fiero di esserci riuscito al meglio. Almeno mi è stata data l’occasione di affrontare il dolore, invece di esserne spaventato e non riuscire a farvi fronte”.

Il risultato è lo splendido Queen Of Denmark (Bella Union, aprile 2010), disco in cui Grant inizia a affrontare ed esorcizza finalmente i propri fantasmi interiori, depressione e dipendenze in primis. Musicalmente convergono e si fanno mature tutte le sue influenze, i Settanta soprattutto, un rock soffice e variegato che lambisce Harry Nilsson, si fa soft pop modello Carpenters, E.L.O.,Supertramp, oppure Mercury Rev e Flaming Lips, ma anche il country di Patsy Cline (“ai tempi della scuola non mi vergognavo di amare la Cline, per anni ho cantato dietro alle sue canzoni”), il jazz rock (Steely Dan), Antony and the Johnsons e Scott Matthew, mentre per l’ironia e il sarcasmo viene in mente Morrissey. Musica per piano e archi, colorata con qualche synth e tanta intensità emotiva, con arrangiamenti raffinati, opera della backing band d’eccezione. Un pop alto che si fa scrittura varia e che colpisce immediatamente al cuore.

Va da sé che finalmente un album del genere non farà fatica a farsi notare tra pubblico e addetti ai lavori: sarà disco dell’anno nel 2010 per Mojo e non solo, porterà alla luce il suo talento e gli darà l’opportunità di continuare una carriera solista. Noi di SA all’epoca ne cogliemmo la portata, dedicando all’artista ampio spazio di approfondimento. Nel 2011 parecchie canzoni dell’album sono state usate per il film inglese Weekend, commedia romantica diretta da Andrew Haigh.

I fantasmi verde pallido

Come si diceva, il primo disco fornisce l’occasione d’oro a Grant per rientrare in possesso di se stesso e finalmente ripartire da basi più equilibrate. Oltre al flusso di coscienza maieutico che lo rivelerà artista sensibile, onesto e sincero.

Il periodo intercorso tra i due album (quasi un triennio) è stato molto proficuo, denso di idee e incontri, tra gli altri con Hercules & Love Affair nel 2012, per i quali ha scritto I Try To Talk To You, rivelando poi che la canzone era stata composta l’anno prima, al momento della scoperta della sua positività all’HIV. E proprio durante il Meltdown Festival, curato da Antony Hegarty nell’agosto dell’anno scorso, nel corso della sua esibizione con Hercules & Love Affair, ha rivelato pubblicamente sul palco la sua condizione. “La canzone è su questo tema, così ho pensato di poterne parlare lì per lì; credo che non dovrei aver paura di trattarne, poiché ci sono molte persone nella mia condizione, che si sentono emarginate dalla società, persone con problemi di dipendenza, che si vergognano e non si amano, voglio che queste persone sappiano che c’è qualcuno come loro sul palco, che sta affrontando questa situazione”.

E ancora sul tema: “Ora ho la possibilità di guardarmi allo specchio e dirmi che va bene, nonostante tutto  e che posso conviverci; cosa che non riuscivo a fare prima, essere onesto con me. Tutte le cose dette nelle interviste durante Queen Of Denmark, non erano tanto per me stesso, ma per gli altri, affinché le mie vicende servissero anche ad altre persone e che nessuno si dovesse vergognare per questo. D’altra parte è il mio modo di essere e di sfogarmi, e di trovare il modo di vivere e andare avanti comunque”.

Pale Green Ghosts (Bella Union, 12 marzo 2013) rappresenta, nella sua veste elettronica, la degna continuazione di questo proficuo momento musicale, uno stato di grazia in cui ispirazione, espressività e varietà musicale si coniugano perfettamente.

Un incontro fatto a Reykjavik durante l’Iceland Airwaves  festival nel 2011, quello con Birgir Þórarinsson, a.k.a. Biggi Veira dei GusGus, sarà determinante per la genesi dell’album. I due iniziano a registrare un paio di pezzi (Pale Green Ghosts  e Black Belt) e questo farà decidere Grant di non tornare a Denton dai Midlake per realizzare il secondo disco, ma di proseguire lì l’esperienza. Anzi opterà addirittura per il trasferimento nell’isola, in pianta stabile a Reykjavik. Pale Green Ghosts vede anche la presenza di Sinead O’Connor ai backing vocals, che aveva coverizzato nel 2012 la title track del debut di Grant, nel suo recente How About I Be Me (And You Be You)? e di numerosi musicisti islandesi, nonché di Mackenzie Smith e Paul Alexander dei Midlake (la sezione ritmica di Vietnam e It Doesnt Matter To Him).

Dalle atmosfere Settanta si passa agli Ottanta danzerecci, vissuti da Grant in prima persona nei club dance new wave di Denver, che raggiungeva in macchina dalla vicina Parker, Colorado. E proprio questo viaggio rappresenta il cuore dell’album, si veda la title track: come ci ha detto lo stesso Grant, la canzone parla di evadere da un piccolo centro di provincia, andarsene per realizzarsi, contenendo in sé tutta la voglia di reagire, che poi sarà una delle caratteristiche della sua poetica, nonostante tutto (“Mi trovo spesso a guidare di notte / con la radio che manda in onda l’oceano / con il vento caldo di tarda primavera tra i capelli / Sono qui ma voglio essere altrove, e nessuno mi potrà fermare…  / Mi auguro che otterrai tutto ciò che desideri ragazzo / che conquisterai il mondo realizzandoti / ma non venire a piangere quando sarai messo di fronte alla verità…” : Pale Green Ghosts e il suo sottotesto sarcastico, noir, che fa

INTERVISTA

Lasciamo che sia lui stesso a raccontarsi e raccontarci di quest’ultimo album, raggiunto via mail per un’intervista.

Che cosa puoi dirci della tua collaborazione con Birgir Þórarinsson (Biggi Veira) per questo disco?

Lui è stato una delle mie grandi influenze… ci siamo incontrati in Islanda, nel corso dell’Icelandic Festival  due anni fa. Mi ha subito invitato nel suo studio di registrazione per farmi sentire del materiale e passare un po’ di tempo, e c’è stata dall’inizio grandissima empatia tra di noi.

Quali sono state le differenze in studio nella produzione di quest’ultimo disco rispetto al primo con i Midlake?

Posso dire essenzialmente negli strumenti usati, perché qui per la maggior parte abbiamo lavorato con i sintetizzatori, nel precedente era tutto più analogico.

Quali sono stati i musicisti che hanno collaborato a Pale Green Ghosts?

Nella maggior parte dei pezzi eravamo io e Biggi a lavorare, Fiona Brice ha arrangiato e registrato gli archi e gli ottoni, Mackenzie Smith e Paul Alexander dei Midlake si sono occupati della sezione ritmica di due pezzi del disco, Vietnam e It Doesnt Matter To Him, mentre il resto è stato realizzato da fantastici musicisti che ho incontrato in Islanda, fra i quali il sassofonista Óskar Gudjónsson che ha suonato su Ernest Borgine.

Pale Green Ghosts vede la partecipazione ai backing vocals di Sinead O’Connor. Come è avvenuta la vostra collaborazione?

Anche lei è una delle mie preferite, la sua Mandinka la ballavo nel club… Ci siamo incontrati perché lei aveva coverizzato un anno fa la mia Queen Of Denmark nel suo ultimo album. All’inizio dell’anno scorso mi ha chiesto se avessi delle canzoni nuove da farle sentire, e così le ho fatto ascoltare un paio di nuove cose. Dopodiché lei ha espresso l’interesse di farne parte, cosa che mi ha reso molto felice e sorpreso. Così abbiamo collaborato, lei è assolutamente fantastica!

Veniamo alla parte musicale dell’album, che ha sorpreso molti. L’elettronica, già presente un po’ in Queen Of Denmark, qui è preponderante, anche se il lavoro è una fusione di stili e di quanto hai fatto finora. Cosa ci puoi dire di più su questa scelta?

Beh sai, questo sound ha sempre fatto parte delle mie preferenze musicali, sin da adolescente, quando molta parte della musica era elettronica e new wave, come si chiamava allora negli States… fa parte della mia formazione, anche se a molti sembra strano… Negli Czars c’erano inserti elettronici di tanto in tanto, e due pezzi nella edizione deluxe di Queen erano dance (That’s the Good News e Supernatural Defibrillator). ADORO molti musicisti di quel periodo, come Fad Gadget, Talk Talk, Chris and Cosey, Depeche Mode, Yello, Cabaret Voltaire, Siouxsie and the Banshees, Cocteau Twins, Dead Can Dance, e potrei andare avanti per ore e ore! È tutto così legato alla mia formazione e personalità musicale in tutti i sensi, intrinsecamente.

Più di recente, hai nominato acts quali Trentemøller e Mock & Toof… che altri nomi hai come riferimento?

Al momento mi piacciono molto Zombie Zombie, Com Cruise, School Of Seven Bells, WhoMadeWho, Apparat, Modeselektor, Mouse On Mars, Austra, Broadcast, Christeene, Colder, Jimmy Edgar, Lindstrøm…. per citarne alcuni.

(A proposito di collaborazioni, dal 20 febbraio è stato reso disponibile da Grant un remix del secondo singolo Black Belt, ad opera del duo di Baltimore Dungeonesse (il produttore Jon Ehrens di White Life, The Art Department  e la cantante Jenn Wasner di Wye Oak e Flock Of Dimes), che debutteranno a maggio con un S/T su Secretly Canadian. L’upbeat disco Black Belt è stata rallentata e resa ipnotica e notturna).

Il disco tratta di temi forti, così come il precedente: la difficoltà di crescere in provincia con tutta l’omofobia del caso che si può immaginare, il voler andare via per affermarsi, l’amore, il sesso, l’abbandono, la depressione, l’ipocrisia, la rivelazione dell’HIV, la voglia di reagire e andare avanti. E’ un album forte tematicamente, affrontato con ironia e sarcasmo.

È importante per me affrontare i problemi contingenti che mi riguardano, e Pale Green Ghosts non fa eccezione, naturalmente. Ho fatto fronte a molte difficoltà, come hai giustamente citato, come HIV, depressione, odio verso se stessi, ma ci tengo a dire che amo anche la vita e mi piace riderne, come ho imparato da Woody Allen a partire da metà anni Ottanta. Ernest Borgnine, per esempio, è la mia versione del suo La rosa purpurea del Cairo, che tratta di una persona che sfugge dalla realtà attraverso i film. Amo assolutamente il black humour. E il regista Todd Solondz mi ha molto ispirato, con film quali Welcome To The Dollhouse (Fuga dalla scuola media, 1995, ndr) e Happiness (Happiness – Felicità, 1998, ndr).

(Ernest Borgnine è anche la canzone in cui parla della sua positività all’HIV: “Quanto è abbastanza? / Una domanda molto difficile / dovresti pensarci prima o poi  / mentre affondi sempre più in basso… / Il medico senza guardarmi mi dice che ho preso la malattia… / ora, cosa ti aspettavi,  / hai speso la tua vita in ginocchio. / Non è mai troppo tardi, dimmi di cosa hai paura… / Mi chiedo cosa avrebbe fatto Ernest Borgnine / ho avuto modo di incontrarlo una volta ed era davvero molto cool…”)

Ti senti ancora come Sigourney Weaver che combatteva contro gli alieni, come se fossi su un altro pianeta (ci si riferisce al pezzo omonimo, sul primo disco, una metafora per indicare lo stato di estraneità che avvertiva, da adolescente, poco dopo il trasferimento a Denver)?

Non esattamente nel modo in cui lo avvertivo da giovane, ma ci sono ancora tanti alieni da combattere là fuori… Ci sono persone con menti piccole e cuori che sono chiusi dagli affari. L’Islanda sicuramente appare come un altro pianeta certe volte, ma questo è molto positivo, dal mio punto di vista!

Ti sei trasferito in Islanda da non molto…

Non sono sicuro se resterò qui a lungo, ma è molto bella l’atmosfera a Reykjavik, c’è un’incredibile comunità di musicisti, mi piace imparare la lingua, che è molto difficile, e ho incontrato molta gente fantastica. Quindi ci sono moltissime ragioni che mi trattengono qui al momento.

Chi è la persona descritta nella canzone Sensitive New Age Guy?

Il pezzo è su un mio caro amico, che tra le altre cose, era un’incredibile drag queen, che si chiamava Schwa. Purtroppo è scomparsa all’inizio dell’anno scorso in modo violento e orribile. La canzone vuole invocarlo/a, perché la gente possa capire che persona stupenda fosse. Sento molto che il testo e la musica catturano in larga misura quanto fosse incredibile. Credo che lui si sentisse spesso fuori luogo in questo mondo, così come alcuni fanno sentire fuori luogo le persone molto sensibili e delicate, il che porta la canzone su un altro livello…

Parlami della title track, the pale green ghosts, i fantasmi verde chiaro. Io li vedo come i fantasmi del passato ma anche del presente, i nostri fantasmi interiori che scintillano nel buio, come suggerito anche dal clip della canzone (diretto da Alex Southam collaboratore di Bella Union: video notturno, con lui che guida e sembra cercare qualcosa, ndr)

È in relazione con quanto si diceva prima, sulle atmosfere dance e new wave con cui sono cresciuto e che attraversano il disco. Ero solito guidare di notte per andare nei club, percorrendo la I-25, tra Denver e Boulder, che era piena di queste piante (Russian olive, pianta ornamentale del Nordamerica, ndr), con le loro foglie verde chiaro, sottili e argentee sul retro, che risplendevano con la luce della luna; sono i fantasmi verde chiaro del titolo, e la canzone parla di evadere da una piccola città, andare via nel mondo, per diventare qualcuno e realizzarsi… sì mi sembra un’ottima interpretazione la tua!

Cosa è cambiato per te da dopo la pubblicazione di Queen Of Denmark e la sua positiva accoglienza?

La mia vita è drasticamente cambiata, perché per la prima volta sono stato in grado di fare musica a tempo pieno, di viverne e di poter costruire una carriera. Mi ha anche permesso di potermi stabilire in Islanda, di incontrare e di conoscere anche molte persone che ammiro  e che mi hanno ispirato con la loro musica.

E infine, John, sei mai stato in Italia? Ti do appuntamento qui da noi per i concerti di aprile (11-04 Milano, Teatro Franco Parenti, 12-04 Roma Parco della Musica, 13-04 Bologna, Antoniano, ndr)…

Sì ci sono stato e mi piace molto. Spero di imparare meglio la lingua la prossima volta che verrò lì da voi, sperando di poterla conoscere meglio nei prossimi anni. Non sono mai stato sulle Dolomiti, cosa che desidero moltissimo, e mi piacerebbe andare anche a Venezia e in Sicilia, non ho visto molto della Toscana, cosa che è anche una delle mie priorità. Il cibo è fantastico e gli Italiani hanno un tale gusto estetico, che spererei di averne anch’io giusto un po’!

Degna conclusione di un artista molto sensibile e dotato di senso estetico e artistico, insieme alla fascinazione da Grand Tour che da alcuni secoli suscita il nostro Paese, al di là di ogni luogo comune

John Grant, e qui chiudiamo il cerchio iniziato con questo articolo, prosegue allora il suo intricato e non facile viaggio metaforico (e spaziotemporale), nel quale l’accettazione di sé è passata attraverso molte prove e sacrifici, durante i quali si è rinforzata, offrendo redenzione e risposte a se stesso in primis e agli altri. È sempre una questione di identità cercata, inseguita e ritrovata, infine.

Tu vuoi semplicemente vivere la tua vita / nel migliore dei modi / ma continuano a dirti che / non ti è permesso / dicono che sei malato / che dovresti appenderti per la vergogna / puntano il dito / e vogliono che ti prenda le colpe / ci sono giorni in cui / la gente è così sgradevole e persuasiva /dicono cose da non credere /che fanno male e ti lasciano dolorante. / Questo dolore è come un ghiacciaio / che si muove dentro / ritagliandosi valli profonde / creando paesaggi spettacolari / nutrendo la terra / con minerali preziosi… / Quindi non paralizzarti dalla paura / lascia stare / questa pseudo teocrazia non è altro che ipocrisia / non ascoltare nessuno / ottieni le risposte da solo / anche se questo vuol dire  essere da solo qualche volta / nessuno puoi dirti in cosa credere /alla gente piace parlare molto / e mistificare” (Glacier).

25 marzo 2013

1.       How about your collaboration with Birgir Þórarinsson of Gus Gus for this album? One of your prime influences… How did you meet him? Biggi and I met at the 2011 Iceland Airwaves festival in Reykjavík. He invited me to hang out with him for a while at his home studio and there was a great vibe between us.

2.       What were the differences in the production of the album compared to Midlake?

Mostly just the tools we were using. Most of the time we were just working with synthesizers, so that was indeed quite different.

3.       What about the musicians on Pale Green Ghosts? Most of the songs feature me and Biggi, but Fiona Brice arranged and recorded the strings and brass, McKenzie and Paul from Midlake provide the rhythm section on Vietnam and It Doesn’t Matter to Him and the rest were amazing musicians I met in Iceland.

4.       The electronica of the album took everyone by surprise; see the huge use of synthesizers and beats in Pale Green Ghosts, even if in Queen Of Denmark there were portions of them… How about your interest for electronica that comes from afar apparently, for 80’s vintage synth-pop and industrial dance? Well, you said it, my adolescence was all about electronic music and new-wave as we called it in the States. I LOVE the music from that time such as, Fad Gadget, Talk Talk, Chris and Cosey, Depeche Mode, Yello, Cabaret Voltaire, Siouxsie and the Banshees, Cocteau Twins, Dead Can Dance and of course I could go on and on. I have never stopped listening to this music and I never will. It is inextricable from personality in and out of the studio.

5.       And more recently, electronic acts such as Trentemøller and Mock & Toof, do you have other names as a reference? And in general your musical influences? Right now I really enjoy Zombie Zombie, Com Truise, School of Seven Bells, WhoMadeWho, Apparat, Modeselektor, Mouse on Mars, Austra, Broadcast, Christeene, Colder, Jimmy Edgar and Lindstrøm just to name a couple.

6.       What about your decision to move in Iceland? You have lived in many places so far… Germany, New York, London, Berlin, and now ReykjavikI’m not sure if I can put my finger on it, but it is quite beautiful here in Reykjavík and there is an incredible community of musicians here and I love learning the language, which is very difficult and I have met many wonderful people. So there are lots of reasons why I would want to stay here.

7.       How about your collaboration with Sinead O’Connor? How did you meet her? Sinead and I met as a result of her covering my song Queen of Denmark on her most recent album. She asked me early last year if I had any new songs she could hear and I let her listening to a couple and she expressed an interest in being a part of it, so it was an amazing thing for me. She is quite amazing as you know J.

8.       Pale Green Ghosts has strong themes, as well as the previous one, which dealt with the addiction: the hardship of growing up in the province with all the homophobia one can imagine, about wanting to get out of a small town to go out and become someone, love, sex, hypocrisy, the revelation of your HIV status, do not cry on and react… I think it’s a strong album thematically, dealt with humor and sarcasm. Tell me about it.  – It is important to me to deal with the issue that move me and that occupy my mind and PPG is no exeception of course. I deal with a lot of difficult issues, like, as you already mentioned, HIV, depression, self-hatred, but I also love life and I love to laugh as well, something which Woody Allen taught me how to do starting in the mid-eighties. Ernest Borgnine, for example, is my version of Purple Rose of Cairo which is about a person escaping from reality with the help of movies. I love black humor. Todd Solondz has also been quite an inspiration with movies like Welcome to the Dollhouse and Happiness.

9.       Do you still feel like Sigourney Weaver who fought against the aliens, as if you were on another planet so? I don’t feel that way to the extent that I did when I was younger, but there are definitely still plenty of aliens out there who have to be fought. And they are people with small minds and hearts which are closed for business. Iceland certainly does look like a different planet sometimes, but that’s more of a good thing. J

10   Who is the Sensitive New Age Guy? This song is about a dear friend of mine, who, among many other things, was an amazing drag queen, who went by the name of Schwa. Unfortunately he took his life in violent and horrible way at the beginning of last year. This song’s purpose is to invoke him/her, so that people can experience how amazing he was. I very much feel like the lyrics and the music together capture to a large extent what an incredible human being he was. I think he often felt very out of place in this world and some people feel that way about S.N.A.G., which is ok and just makes the song work on another level.

11   The pale green ghosts of the title track, the Russian olive trees as you have revealed, I see them like the ghosts of the past but also of the present, our inner ghosts that glow in the dark… I saw the video of the title track of the album… – That sounds pretty good to me!

12 What has changed for you after the release of Queen Of Denmark and its positive reception? – My life changed rather dramatically because for the first time I was able to do music as a full-time career. It has also made it possible for me to live in Iceland and also to meet many people I admire who have inspired me with their music.

13   Have you ever been in Italy? – I have indeed and I like it very much. I’m hoping to learn a lot more Italian the more time I spend there and I hope to be able to get to know Italy a little bit in the coming years. I’ve never been to the Dolomites and I’m desperate to go there and I’d like to go to Venice and Sicily and I didn’t get to see much of Tuscany and that’s is very high on my list as well. The food there is so amazing and Italians have such amazing taste in fashion. I’m hoping some of that rubs off on me!

25 marzo 2013
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