Psichedelia trasversale. Intervista ai Julie’s Haircut

Mi torna in mente, di tanto in tanto, una serata autunnale a Firenze del 2013. Il Glue è un bel locale ma quella sera non mi interessava, per questioni di cuore che non sto a raccontarvi. La vera nota lieta in quella maledetta serata furono i cinque individui sul palco che, come chimici vestiti di bianco da capo a piedi, ci riscaldarono e cullarono creando connubi sonori ammalianti, spargendo vibrazioni positive, mesmerizzando l’aria attorno e catalizzando l’attenzione. Ashram Equinox era il nome della potente pozione che gli emiliani Julie’s Haircut elargivano al pubblico, e che rimane tutt’ora una delle mie medicine preferite. Loro sono sicuramente una delle più rispettabili (e decisamente curiose) entità sonore dello stivale, che da una ventina d’anni a questa parte oscilla nel mare magnum dell’alternative italiano, vivendo e assistendo ai trend, pur rimanendone in un certo senso fuori, intonsa e libera di sguazzare in una ammaliante e positiva schizofrenia. Proprio per questo la band ha conosciuto varie incarnazioni (i membri fondatori, Luca Giovanardi e Nicola Caleffi, sono sempre al comando), di cui l’ultima sicuramente ricorda più un manipolo di oscuri druidi che un pool di lucidi scienziati (sebbene gli uomini a bordo siano sempre gli stessi, con una notevole aggiunta), e che ha dato da poco alle stampe il pregevole Invocation And Ritual Dance of my Demon Twin in uscita per la prestigiosa label Rocket Recordings.

Per disquisire un po’ sull’album, abbiamo contattato Andrea Scarfone, polistrumentista che provvede al basso, alla chitarra e a produrre effetti sonori spettrali, e che è nel nucleo fisso della band a partire da quella che lui definisce “Seconda Fase”: «Io ho iniziato a suonare con i Julie’s nel 2005, in seguito ad una-prova-una in cui nessuno mi disse niente. Non ci fu quasi dialogo, a parte i soliti convenevoli e le presentazioni di rito; entrammo in sala prove e loro iniziarono a improvvisare, mentre io mi accodai, e da lì è nata l’intesa». Il silenzio (quello verbale, almeno) imperversava nell’ipnagogico e luminoso Ashram Equinox, ed è nuovamente imperante nel pout-pourri oscuro ed electro-cosmico di Invocation…: «Il passo tra i due album è stato notevole, per quanto siano tutti e due una prosecuzione logica del percorso intrapreso sin dai tempi di After Dark, My Sweet. Sicuramente Ashram Equinox è più luminoso, per l’atmosfera e per la scelta dei suoni, ma è anche stato condizionato da un periodo di gestazione molto lungo, con una fase di produzione molto controllata e minuziosa; il processo che ha portato ad Invocation… invece è stato senza dubbio più immediato: il disco suona quasi com’è uscito all’inizio, è molto elettrico e viscerale, e ci siamo ispirati alle metodologie adottate da Theo Macero con Miles Davis, dapprima estraendo singole parti da ore e ore di materiale improvvisato, e poi mettendo tutti i pezzi insieme, per conferirgli una conformazione definitiva».

Sicuramente l’approdo su un’etichetta come Rocket Recordings ha influito sull’economia sonora dell’album: «L’etichetta è principalmente gestita da due ragazzi, Chris Reeder e John O’Carroll, che di musica ne sanno, e questo non è un mistero, anche guardando al roster eterogeneo che attualmente vantano e alle band di varia estrazione con cui hanno collaborato nel corso degli anni. Indubbiamente, venire in contatto con il loro giudizio ci ha dato molto una misura, un parametro mediante il quale siamo riusciti a migliorare l’album, a cambiare alcuni aspetti. Ad esempio Luca, che all’inizio non voleva inserire alcun tipo di linea vocale, ha cambiato idea in seguito al consiglio di Chris di inserire qualche parte in alcuni brani, capendo che effettivamente funzionavano. E questo è avvenuto anche con altre componenti sonore, con loro che hanno effettuato una sorta di produzione artistica per corrispondenza, dandoci dritte molto specifiche: “qui ci starebbe bene un certo tipo di chitarra”, “questa parte avrebbe bisogno di più tastiere”, e cose del genere, che hanno sensibilmente migliorato il prodotto finale».

Ma ecco, il silenzio di cui parlavamo prima – che in questo caso definiremmo in maniera più appropriata con la ben più nobile terminologia di telecinesi – sembra essere una prerogativa per musicisti così accordati, che dialogano con gli strumenti, ed è un elemento che avvicina molto questi Julie’s Haircut al concetto primordiale di “unico organo pulsante” che lo stregone dei Can, Irmin Schmidt, utilizzò per descrivere il sound della band – e non è un caso, visto che questa rinascita, questa nuova fase a lungo termine, è stata anche propiziata dalla collaborazione con Damo Suzuki, frontman dei Can dal 1970 al ’73. Il periodo di apprendimento dei Julie’s nel dojo del maestro Suzuki, ha senza dubbio aumentato l’armonia e l’intesa all’interno della band, e anche l’annullamento di certi preconcetti e procedimenti quando si giunge alla fase di scrittura: «Come detto, siamo una band che dialoga molto meglio con gli strumenti, che con le parole. Invocation… è forse il nostro disco che beneficia maggiormente delle nozioni apprese durante l’esperienza con Suzuki, dato che nella sua natura è centrale l’elemento dell’improvvisazione libera e priva di schemi». Scarfone racconta, con una certa nostalgia e un certo entusiasmo, di come le esibizioni free con Suzuki sul palco l’abbiano reso un musicista migliore: «A prescindere dalle volte in cui tutti e cinque suonavamo sul palco con lui, io ho avuto modo di partecipare ad altre esibizioni, trovandomi spesso a suonare con musicisti indubbiamente validissimi – ne ricordo uno tra i tanti, Thomas Wydler dei Bad Seeds alla batteria – ma senza alcun tipo di accordo preliminare o rodaggio in sala prove. Ci mettevamo d’accordo solo sul tipo di tonalità con cui iniziare il concerto, poi per il resto era tutto assolutamente improvvisato sul momento, e Suzuki decideva se era il caso o meno d’interrompere l’esibizione; dipendeva molto dalle vibrazioni che riceveva, e se ne percepiva di buone, potevamo stare sul palco anche per due ore e mezzo».

A ben pensarci, ci sono ben poche band nella penisola che sanno incarnare bene questo spirito come i Julie’s Haircut – e questa cosa fa decisamente male, se si pensa alla moltitudine di band che non ci riescono, ma soprattutto al limite che un certo tipo di pubblico, in Italia, palesa di fronte a formazioni come queste che sì, hanno indubbiamente il loro seguito, ma vengono maggiormente comprese all’estero, “arrivano” meglio. Comunque Andrea prova a esporre i punti a favore della questione: «Rocket Recordings ha, prima di noi, puntato su altre due band che stimo molto, ovvero i Mamuthones e i Lay Llamas. Invece ho recentemente letto che i miei amici Fuzz Orchestra s’imbarcheranno in un tour per il Giappone, e li invidio tantissimo, perché quello è un altro mondo, un mondo che mi affascina profondamente. Non faccio fatica ad immaginarmi il feedback del pubblico, considerata la loro proposta sonora: lì sono tutti molto legati ad un certo tipo di noise, o di musica rumorosa in senso lato, perché per loro ha a che fare con una sorta di catarsi primordiale. Basta pensare a quelle enormi sale giochi in cui molti giapponesi si rinchiudono, dai ragazzini che escono da scuola, agli impiegati che escono da lavoro; ce ne sono alcune, in particolare, in cui si gioca a questa sorta di flipper verticale, il pachinko, ed entrando in queste sale d’azzardo si viene investiti da uno schiaffone sonoro: da ciò, forse, si capisce perché siano così legati al rumore». E anche i Julie’s, d’altronde, hanno un loro seguito all’estero, dato che suoneranno nella prossima edizione del prestigioso Liverpool Psych Fest, anche grazie al sound cosmico e cosmo-polita che propongono, «ispirato dai nostri ascolti ossessivi di Zappa e Miles Davis», come mi dice Andrea, e senza dubbio impreziosito da un nuovo innesto, ovvero il sax di Laura Agnusdei: «Laura è entrata nei meccanismi della band molto bene, e riesce a conferire alla formazione quel quid che ci mancava. C’è da dire infatti che da tempo cercavamo un sassofonista (già dai tempi di Our Secret Ceremony), ed abbiamo avuto molto spesso l’occasione di collaborare con Enrico Gabrielli, che è nostro amico da molto tempo e che conoscemmo ad Arezzo Wave 2006: lui entrò nel camerino dopo il nostro set, si disse entusiasta della nostra musica, e volle in tutti i modi suonare con noi. Poco tempo dopo entrò negli Afterhours, e il resto è storia, ma recentemente ha reinterpretato nella sua collana 19’40” il nostro brano Tarazed in una maniera del tutto particolare, e ovviamente continua a seguirci e a sostenerci!».

Tornando all’album, chiedo delucidazioni sull’impegnativo titolo, che cela una duplice citazione, facendo riferimento ad un brano di Zappa (rieccolo) e ad un film di culto: «Il titolo cita, simultaneamente, Invocation and Ritual Dance of the Young Pumpkin di Frank Zappa [tratto dall’album Absolutely Free, ndSA] ma anche Invocation of my Demon Brother, pellicola di culto di uno dei registi più controversi e curiosi del secolo scorso, Kenneth Anger; Nicola ci ha somministrato a viva forza la colonna sonora di un altro suo corto, Lucifer Rising: è celebre perché ne uscirono due versioni – una, che non convinse il regista, fu realizzata da Jimmy Page». Una passione, quella per il cinema, che sembra accomunare tutti loro: «Luca è un grandissimo appassionato di cinema, e gestisce un negozio che vende oggettistica legata alla cinematografia. Per il resto, siamo più o meno tutti affascinati da quel mondo, anche perché, in un certo senso, la nostra musica è molto cinematografica e, come fatto nel tour di Ashram…, vorremmo continuare a far scorrere immagini di repertorio ed oscuri filmati dagli anni Sessanta e Settanta durante le nostre esibizioni – non escludiamo peraltro l’ipotesi di metterci al lavoro su qualche sonorizzazione, dato che la nostra musica si presterebbe senz’altro a quel tipo di soluzione».

D’altronde, è un fatto di attitudine; se è vero che i Julie’s, volenti o nolenti, spontaneamente o meno, stanno spostando il loro baricentro sonoro verso l’infinito, perseguendo l’archetipo assoluto di “musica cosmica ed eliocentrica” voluta dai Tangerine Dream e dai Popol Vuh e profetizzata e messa in atto dal sommo Sun Ra, mi chiedo cosa ne pensino loro dell’assurda iniezione di motorik nei tessuti della psichedelia moderna: «Quella del kraut, del ritmo motorik, è indubbiamente un elemento inflazionato e molto diffuso presso i nuovi gruppi di musica psichedelica che si stanno formando e che stanno cominciando ad uscire dai propri recinti, in Europa e nel resto del mondo; non è una cosa necessariamente negativa, ma effettivamente è logico e costruttivo cercare di interpretare la psichedelia con più chiavi di lettura, di rintracciarla in diverse forme sonore. Come mi spiega spesso Luca, con psichedelico si può intendere un album degli Orb o di Alice Coltrane, o magari di Miles Davis; prendi ad esempio un live di Davis che si chiama Black Beauty, registrato al Fillmore West di San Francisco: è quanto di più psichedelico si possa trovare, oltre la mera categorizzazione dei generi. E’ una questione che rischia di mettere dei paletti nella musica, di dividerla in compartimenti stagni, e di disorientare e fraintendere chi la musica la fa e l’ascolta. Sta ai fruitori di musica ed ai musicisti stessi provare ad abbattere queste barriere concettuali». E i Julie’s Haircut, con le loro invocazioni e danze rituali, sono sicuramente riusciti ad abbattere una di queste barriere, per portarci in un luogo alieno, altro e soltanto loro.

20 marzo 2017
20 marzo 2017
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