Il lato intimo dell’elettronica

Noto negli ambienti di arte grafica come autore delle copertine di Motorpsycho e dei musicisti di etichette quali la Smalltown Supersound e la Rune Grammofon, Kim Hiorthøy, timido e ossuto trentenne nato a Trondheim nel nord della Norvegia, è un ragazzo tutt’altro che statico.
Poliedrico e iper-produttivo sin dalla metà degli anni novanta, l’artista è attivo in molteplici campi: oltre al design si occupa anche di regia e scrittura e, non da ultimo, si è cimentato con la musica elettronica e concreta destando l’attenzione della critica.

Accostato a nomi legati alla scena IDM per l’uso di timbri analogici e ritmi pastello, Hiorthøy è stato paragonato all’Aphex Twin ambientale di Selected Ambient Works II e I Care Because You Do; quest’illustre influenza/infatuazione gli ha permesso di ottenere ampi riscontri a livello internazionale sin dal 2000, data di pubblicazione dell’esordio discografico Hei.
Benché l’approccio fanciullesco di Hiorthøy permetta l’accostamento al genio della Cornovaglia, la sua arte timida rileva da subito un carattere più mite e per nulla vertiginoso, diurno più che notturno, alla ricerca di semplicità più che di desolazione, proiettato nella dimensione quotidiana più che in quella metafisica.

Non sorprende che nelle influenze musicali del Nostro compaia perciò il nitore della musica nipponica, weltanshaung intrisa di tinte anche forti, ma compresa in figure minute e ordinate; come non desta stupore nemmeno la vicinanza alla scena che alcuni critici cominciano a chiamare nu folk tronica, ovvero quel genere strumentale che vira le sonorità della scuola Warp inizio novanta verso forme più sensibili e emotive.

Four Tet amabilmente prima e Arovane propriamente dopo – e in un certo senso Milosh – potrebbero essere alcuni punti di riferimento per comprendere la musica di Hiorthøy: un suono casalingo che si avvale dell’uso di macchine analogiche e di teneri motivi fanciulleschi, lontano dalle fascinazioni metalliche e acquatiche, dall’intellighenzia glitch, dalle logorroiche ricerche di errori software, fruscii e reiterazioni sonore.

Suoni più o meno organizzati, talvolta solamente concreti (come nel caso di For The Ladies), sempre home-made, casalinghi per bisogno ma anche per attitudine, alla ricerca di un mezzo espressivo che si lascia alle spalle il significante più vicino al concetto di modernità e progresso kraftwerkiano.
Musica portatile come stile di vita, o meglio archivio sonoro portato a spasso per gli ambienti del vivere, magari dimenticato in un angolo con il tasto play (non volevi dire rec?) in funzione, o magari spento. Oppure dispensa di idee e spunti da proporre agli amici, per anche ballarci sopra …ma senza esagerare (si ascolti Live Shet).

La musica di Hiorthøy, per certi versi una versione elettronica della sensibilità dei Kings Of Convenience (anch’essi norvegesi, ma di Bergen), rivela quanto di questi tempi l’esplorazione sonora si leghi alla semplicità e quindi costituisca la confidente preferita per esprimere, senza l’ausilio delle parole, il valore della quotidianità.

1 gennaio 2004
1 gennaio 2004
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