Dubstep pornography

È sempre amaro constatare come le mosse più artisticamente dissacranti e nocive siano anche quelle che riscuotano maggior successo, e ve lo dice uno che rideva compiaciuto e beffardo quando l'anno scorso si accusava (senza fondamento) Katy B di mercificazione della materia dubstep. Nell'anno dei tre grammy a Skrillex, della nuova generazione brostep, della definitiva conquista del mainstream e della diffusione dei tag più strambi (abbiam voluto fermarci prima di thugstep e illstep), va bene togliersi il cappello per i risultati ottenuti in termini di diffusione (e lo abbiam fatto), ma tocca tracciare alcune nuove linee di confine.

La verità è che questa nuova cosa non è solo distante anni luce dal vero dubstep (cosa ormai ovvia), ma si discosta anche dal mainstream stesso, col quale non condivide le intenzioni di alleggerimento, semplificazione e allargamento della base di fruibilità, cosa che può ancora esser fatta con qualità: al contrario, la drop culture non può esser misurata sotto nessun criterio qualitativo (prevale chi ha il drop più grosso? Chi lo infila nel posto più giusto?) e resta solo un calderone di espedienti hardcore studiati per scatenarsi nei club o nei concerti, un indistinto magma di facili meccanismi di stomaco che, una volta sottoposti alla prova d'ascolto, perdono ogni appeal: meri mezzi circostanziati alle dinamiche da sballo, prodotti esclusivamente a questo scopo.

Da Chicago arrivano ora i Krewella, spottati dalla premiere sul Rolling Stone magazine e dotati della lineup perfetta, due sorelle civettuole a dispensare vocal femminili e un producer ghetto-style a lanciare bombe 'ardkore. Basta l'EP di debutto Play Hard per smascherare tutti i limiti di un sound iper-riciclato, fondato su sonorità prese in prestito da altrove e sottoposto a un incestuoso taglia-incolla, che mette in mezzo ad ogni traccia due o tre refrain di drop, annegando la piattezza nello sballo. Stavolta il background di partenza non è il metal di Skrillex o Borgore ma sembra esser più l'hip-hop (il cantato nella loro hit Killin' It) e l'eredità dei '90 eurodance (Feel Me e Alive, nel voler seguire l'onda di Katy B, in realtà sono puro revival commerciale), e i drop raramente son stati tanto fuori posto prima d'ora, buttati lì per caso in un brano dalle buone potenzialità pop come Play Hard (come se non esistessero alternative) o addirittura appiccicati su Can't Control Myself (la riscoperta dei La Bouche) con una pigrizia di missaggio imbarazzante, che non prova nemmeno ad adeguarsi al pattern della canzone.

Allora il trucco è platealmente svelato e queste non son più canzoni ma riempitivi d'attesa che danno l'assist al drop, per far scatenare in un surrogato di 'ardkore chi non ha orecchie per sentire differenze di spirito e contenuti. Adrenalina per cavalli da corsa. È contro a tutto questo, e non semplicemente per rancore verso i Krewella, che la comunità elettronica prende oggi una posizione netta: contro un modo di far musica che rifiuta in modo programmatico e convinto dignità e valori, vomitando stimoli espliciti come fosse pornografia a budget ridotto. Qui il pericolo non è che tutto si riduca a "una sfida a chi piscia più lontano", per dirla con le parole di James Blake. Qui si vuole evitare che il clubbing del prossimo futuro sia una cumshot compilation.

25 giugno 2012
25 giugno 2012
Leggi tutto