L’insostenibile leggerezza. Intervista ai Divine Comedy

«Non ho idea di dove mi trovo…», risponde Neil Hannon quando, raggiunto al telefono dopo alcune peripezie di fuso orario, proviamo ad esordire con un po’ di convenevoli che, in fin dei conti, possono rivelare ben più di una domanda pre-costruita. Per fortuna noi sappiamo dove Neil si trovi, ovvero a Bruxelles, preso dalla promozione del nuovo album Foreverland e in un tour che lo vedrà toccare l’Italia il 10 febbraio 2017 a Brescia. Ma, in fin dei conti, anche lui lo sa. Saranno passati decenni, ma l’immagine del viveur bohemian, suonatore di sitar squattrinato, sembra non scomparire dal repertorio del Divine Comedy. D’altronde, sebbene nei più di 25 anni di carriera si possano individuare momenti specifici di rottura (Regeneration, con la produzione di Nigel Godrich, poteva suggerire questa svolta), Hannon è passato indenne attraverso movimenti e tendenze (brit-pop, dandy-rivival e indie-pop su tutti), mantenendo le redini del gioco e uno stile compositivo del tutto originale. Anzi, proprio da Regeneration in poi sembra che il Nostro abbia deciso di accentrare il processo produttivo, mettendo da parte eventuali collaborazioni (se si eccettuano i continui cammeo della fidanzata/musa Cathy Davey), ma soprattutto riducendo drasticamente il numero di travestimenti attraverso i quali far emergere il suo flusso di coscienza. Foreverland è dunque il disco forse più onesto dell’artista nordirlandese e, non a caso, è quello che si separa dal precedente con un margine maggiore di anni. Anni nei quali Hannon ha pensato bene di sintetizzare lo stile Divine Comedy in altri progetti che nonostante tutto non si allontanano dalla matrice, ma gli permettono di espandere orizzonti e giocare con le passioni di sempre: la chamber opera, che è la versione ad orchestra ridotta della vera e propria opera lirica, e il musical.

Sei anni è un periodo di tempo importante…cosa c’è stato esattamente dopo Bang Goes The Knighthood? Ma soprattutto, data la tua esperienza al di fuori del moniker Divine Comedy, cosa ti fa decidere se ciò che scrivi sia materiale per i Divine Comedy o per altri progetti?

Sono stato in tour a lungo, per Bang Goes The Knighthood, e poi ho fatto un secondo cricket album con Thomas Walsh [il nome completo del duo è The Duckworth Lewis Method, e ha pubblicato due album, entrambi concept sul gioco del cricket, NdSA], con il quale siamo andati persino in tour. Inoltre ho scritto un’operetta per la Royal Opera House della durata di 30 minuti e un altro componimento dal titolo To Our Fathers In Distress per la Royal Festival Hall di Londra, in occasione del restauro del loro organo. Non so bene come, ma tutte queste cose semplicemente non andavano bene per i Divine Comedy… sono sicuro di aver fatto molto altro, ma non ricordo ora [ride, NdSA].

E quando è stato il momento in cui hai sentito il bisogno di lavorare a un nuovo album dei Divine Comedy?

Beh, semplicemente quando ho finito di scrivere le canzoni che ritenevo potessero entrare nel nuovo album. Non ci ho pensato più di tanto. Quando ho smesso di collaborare con tutti gli altri progetti, mi sono fermato e ho pensato: “fantastico! posso semplicemente fare un nuovo album”. Credo sia la cosa più bella del mio lavoro… è libertà assoluta, posso fare il diavolo che mi pare. Sfortunatamente ci sono voluti tre anni [ride, NdSA].

Trovo interessante che un lavoro come Sevastapol, composto per la Royal Opera House, affronti temi non del tutto esplorati in territori britannici, come la vita di Tolstoj e la storia russa in generale. Che rapporto c’è con Foreverland, considerando che nella tracklist ci sono pezzi come Napoleon Complex o Catherine The Great?

Non si tratta del nuovo album in generale, è piuttosto il sintomo del mio interesse per la storia. Mi diverte guardare documentari storici, e in più questa cosa si sposa perfettamente con il mio lavoro, direi…Vero, il nuovo album ha molti riferimenti storici, anche se, in fin dei conti, è molto personale.

… a differenza di Bang Goes The Knighthood, aggiungerei. A sentire Foreverland, dove l’ironia comunque non manca, sembra che ci sia un clima molto più intimo, riflessivo. È parte di un cambiamento programmato?

Ti sorprenderà sapere che non lo è affatto. Semplicemente succede così…e succede perché io sono questo tipo di persona. Mi accorgo, conversando con amici o conoscenti, che ho la tendenza a essere particolarmente ironico, e la cosa importante quando scrivi canzoni è capire quanto tu riesca a trasmettere della tua personalità nella musica che fai. Quando pensi a cosa suggerire a giovani cantautori, puoi parlare per ore di struttura, tecnica e così via, ma in fin dei conti l’unica cosa che conti è che si esprimano nel modo più puro possibile per fare emergere la loro personalità. Sembra che questo manchi un po’ ultimamente.

E immagino che a volte venga fuori in maniera ironica e pungente, altre volte in maniera più intima e riflessiva…

Esattamente. Ed è quello che cerco di dire a chi mi chiede come funzioni il mio processo creativo.

The Complete Banker, dall’album precedente, e Catherine The Great, da Foreverland, credo rappresentino al meglio lo stato evolutivo dei Divine Comedy. Mentre l’ultima è un brano di coraggio, gioia, ottimismo, The Complete Banker è un brano di rabbia, forse l’unico a mia memoria nella tua carriera. Si può dire che i Divine Comedy si siano pacificati in tempi non pacifici?

Beh sì…Non mi arrabbio quasi mai nella mia musica. Ma ogni tanto, salta fuori qualcosa che devo veramente dire [ride, NdSA], e nel caso di Complete Banker avevo da dire sul sistema della finanza mondiale. Mi diverte molto farla dal vivo, perché ci puoi mettere molta passione, e questo porta al pubblico qualcosa della mia personalità, che spesso non è molto facile da carpire quando sono sul palco. Catherine The Great, invece, anche se sembra un po’ esoterico parlare di un’imperatrice russa del diciottesimo secolo, è un gioco ironico di comparazione con la mia ragazza! Anche qui, è un modo di parlare di se stessi e della propria vita, senza necessariamente sentirsi in imbarazzo. Come se indossassi una maschera!

Fa piacere sentire che hai tirato in ballo la maschera, perché c’è una scuola di pensiero che ritiene che la canzone pop ideale sia un bilanciamento fra il comunicare sentimenti di malinconia attraverso strumenti di ottimismo più gioiosi, che se ci pensiamo, è una forma di mascheramento. Foreverland, in questo senso, mette insieme le due cose magnificamente…

È esattamente quello che sono. Complessivamente mi ritengo una persona molto ottimista, e credo di poter dire che utilizzo la musica per investigare gli alti e i bassi, gli estremi, tutte quelle cose che non mi succedono abbastanza di frequente nella vita reale…

…eppure sembra essere una tradizione piuttosto radicata (penso ai Cure, a Morrissey e gli Smiths, ai New Order) quella di camuffare l’oscuro e la malinconia in brani all’apparenza “benevoli”…

Beh, le persone hanno sempre accusato Morrissey di essere deprimente nei suoi testi, ma io ho sempre pensato che alcuni dei suoi testi siano i più divertenti che abbia mai ascoltato. Beffardi, credo sia la parola giusta…che è un po’ tutto il sentimento del diciannovesimo secolo, se ci pensiamo: è più facile essere romantici guardando le stelle dal basso. Credo di avere un’anima un po’ romantica (con la “r” minuscola), non nel senso dell’amante feroce e passionale dei libri, ma nel senso di essere in grado di trovare il romantico nella vita, nel mondo, nelle storie.

Che è poi il senso etimologico corretto della parola romantico…

Esatto…

Cambiamo argomento. È stato detto molto spesso che la tua musica è sempre stata perfetta per cabaret satirici o musical, e tu stesso hai già avuto modo di metterti alla prova con quest’ultimo genere. Ci racconti questa esperienza? Hai intenzione di farlo di nuovo, magari in scala maggiore? E soprattutto: cosa pensi del musical moderno (Hamilton, La La Land, ecc…)?

Ho una relazione lunga e duratura con i musical. Sento che voglio proprio farne uno, perché non ho amato moltissimi musical moderni. Potrò sembrare un montato, ma credo che avrei fatto un lavoro migliore rispetto a molti dei musical di recente uscita. Sarebbe bello provare. Swallows and Amazons [il musical per bambini da lui composto, NdSA] è stato divertente da fare. È stato bello iniziare con qualcosa per bambini, perché toglie un po’ di pressione dai temi e dalle aspettative che avrebbero gli adulti. Va in giro in piccoli teatri, ma è un’esperienza magnifica. Ci sono tante cose che bollono in pentola: qualcosa appartenente alla famiglia del musical theatre verrà fuori, ma ancora non so cosa…

Tornando a Foreverland, c’è un brano, To The Rescue, che è stato presentato come un omaggio all’operato di Cathy nella cura e nel salvataggio di cavalli. Il che è naturalmente onorabilissimo, anche se mi chiedo fino a che punto il brano parli di questo e non, più in generale, di un sentimento di “umanesimo” (ogni riferimento ai recenti fatti di cronaca riguardo a rifugiati e al Presidente Trump non sono del tutto casuali)…

[ride, NdSA]. Il brano è stato scritto molto prima però! Come per molte canzoni che compongo, anche in questa avevo inizialmente intenzione di scrivere di un “piccolo” tema riguardante la mia relazione. Ma poi, come ascoltatore, sei liberissimo di scegliere il significato che preferisci. Anche se, principalmente, To The Rescue è una canzone che ha a che fare con il mio essere incazzato perché non vedo la mia ragazza abbastanza, dato che lei è in giro a salvare animali. Questo, poi, è un paradosso, perché amo tantissimo quello che fa, sebbene la porti lontana da me. La canzone nasce perché cerco di dare un senso a tutto ciò nella mia testa. Amo poter dire in una canzone di essere orgoglioso di lei e, sì, puoi leggerla come un brano sull’essere empatici, sul prendersi cura di chi è meno fortunato di te. Esseri umani o animali che siano! Fortunatamente la relazione funziona molto meglio ora, perché quello che va via per lungo tempo in tour sono io! [ride NdSA]

Immagino che il sentimento di To The Rescue riguardo al tuo essere lasciato solo troppo spesso da Cathy sia condiviso da brani come How Can You Leave Me Here On My Own? o The Happy Place. Sembra che il tredicenne Neil Hannon abbia alla fine avuto il sopravvento…

[ride a lungo, NdSA] Ma dico…come puoi lasciare da solo un irascibile teenager come me? Come ti permetti di non pensare a me? Ho sempre amato le canzoni one hit wonder un po’ sciocche degli anni Ottanta come S-S-S-Single Bed di Fox: sono canzoni semplicissime con alla base una sola idea, che però possono essere davvero divertenti, se le sai fare. Ci sono abbastanza canzoni su sentimenti profondi: è bello ogni tanto avere una canzone su una cazzata qualunque [ride, NdSA].

Sei in tour con la band, anche se qualche anno fa ti abbiamo visto suonare da solo. C’è una delle due versioni che preferisci?

[lungo sospiro, NdSA] Questa è difficile! Adoro fare gli show solo piano, perché mi fa sentire incredibilmente vicino al pubblico, ma, devo ammettere che, in termini di puro divertimento, mi piace di più suonare con la band, perché posso rilassarmi e condividere il piacere con più persone. In più, facciamo un bel po’ di casino, che non guasta mai…

Hai ricordi particolari legati a qualche concerto in Italia che vuoi condividere con noi?

Sfortunatamente non abbiamo suonato abbastanza in Italia, giusto qualche show qua e là. È molto difficile avviare le cose lì, per qualche ragione. Il mio ricordo migliore è stato quando sono stato nel vostro Paese di supporto a Tori Amos. Avevo appena iniziato. Ricordo questa data a Roma in cui stavo eseguendo Lucy [da Liberation (1993), NdSA] e ho cantato la lunga nota verso la fine: improvvisamente il pubblico, che aveva passato il mio set chiacchierando, si ferma e mi fa: «BRAVOOO!». Visivamente scioccato, sono caduto sul monitor e sono rimasto a terra sul palco per alcuni imbarazzanti istanti.

6 febbraio 2017
6 febbraio 2017
Leggi tutto
Precedente
FLOW #019 – Alcol e “fumo” rallentano i riflessi L’insostenibile leggerezza. Intervista ai Divine Comedy - FLOW #019 – Alcol e “fumo” rallentano i riflessi
Successivo
Ricerca come vocazione. Intervista ad Amerigo Verardi Amerigo Verardi - Ricerca come vocazione. Intervista ad Amerigo Verardi

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite