Le molte vite di Sixto Rodrìguez

“And you can keep your symbols of success/Then I’ll pursue my own happiness/And you can keep your clocks and routines/Then I’ll go mend all my shattered dreams/Maybe today, yeah/I’ll slip away”

Non sono pochi i momenti memorabili di Searching For Sugar Man, il documentario di Malik Bendjelloul vincitore di una pletora di premi, dalla fiera delle vanità indipendenti del Sundance al tripudio patinato dell’Oscar. In particolare, a colpirmi è stata l’espressione di certi volti, illuminati da una specie di stupefatta rassegnazione. Come nella scena in cui il produttore Steve Rowland mette sul piatto Cause, la traccia finale di Coming For Reality, sottolinenadone l’intensa, devastante tristezza. “Come è possibile”, esclama con palpabile sconcerto, “che uno capace di scrivere canzoni tanto belle sia stato completamente ignorato?”. O come quando la figlia minore di Rodríguez, Regan, riferisce di come malgrado tutto l’hype improvviso suo padre si ostini a vivere una vita modesta, “molto modesta”, quasi a suggellare un destino da percorrere fino in fondo. Infine e soprattutto c’è lui, Sixto Rodríguez, palesemente a disagio di fronte alla telecamera, quando alla richiesta di spiegazioni circa il motivo per cui decise di arrendersi così presto, di mollare il sogno folk rock e rassegnarsi ad una vita di lavoro duro e anche durissimo, risponde: “non si può sfuggire alla realtà”.

Catena di eventi (negativi)

E’ una pellicola destinata a lasciare un segno profondo, Searching For Sugar Man. Una storia pazzesca proprio perché vera. Per quei tre o quattro che non ne abbiano ancora sentito parlare, possiamo riassumere così: nel 1970 Sixto Díaz Rodríguez, un manovale di Detroit neanche trentenne figlio di un immigrato messicano, pubblica Cold Fact, un album di folk rock tra il cantautorale e l’acido che viene apprezzato dagli addetti ai lavori ma non ottiene il benché minimo successo. Ci riprova l’anno successivo con Coming From Reality, ma è un altro flop, quello definitivo. Rodríguez getta la spugna e scompare dalle scene. Intanto però Cold Fact ha attraversato l’oceano, è arrivato non si sa bene come in Sudafrica dove in breve diventa un album di culto, censurato dal regime razzista del National Party e anche per questo colonna sonora clandestina di quanti anelavano libertà di espressione e la fine dell’apartheid.

Due generazioni di sudafricani credono ad una leggenda dalle origini oscure, che vorrebbe Rodríguez addirittura morto suicida sul palcoscenico (con un colpo di pistola? Si è cosparso di benzina e poi dato fuoco?). Ma nel 1997 un fan – il gioielliere Stephen “Sugar” Segerman – ed il giornalista musicale Craig Bartholomew Strydom decidono di saperne di più e con loro sorpresa, dopo frustranti cortocircuiti e vicoli ciechi apparentemente senza soluzione, decidono di aprire un sito, The Great Rodriguez Hunt, globalizzando così la loro “caccia”. E’ la svolta: un giorno ricevono l’e-mail di una donna che sostiene di essere Eva, una delle tre figlie di Rodrìguez, nella quale li informa che Sixto è vivo e vegeto, ha appeso la chitarra al chiodo e lavora come manovale a Detroit. In preda all’euforia si mettono in contatto con lui e gli comunicano che dalle loro parti è un idolo delle masse.

Tutto il resto è favola: organizzano un tour sudafricano di sei date, ovviamente esaurite, che si rivela un trionfo. Finalmente, dopo uno iato di un quarto di secolo, Sixto Rodríguez torna a congiungersi con il se stesso che avrebbe voluto – che avrebbe dovuto – essere. E’ un happy ending, certo, ma il documentario di Bendjelloul preferisce fermarsi dalle parti d’una sospensione agrodolce, ti lascia con la sensazione che nulla potrà essere davvero riparato. Anche se forse il messaggio vero è un altro, ovvero che in realtà non c’è molto da riparare perché ciò che è stato infranto è solo il circo illusorio del successo, mentre ciò che conta davvero – l’arte e la vita – ha compiuto i passi giusti. Rodríguez infatti vive la fama tardiva come un gradevole accidente, non se ne serve per stravolgere (in meglio) la propria esistenza. Continua ad abitare nella casa di sempre. Ha l’aspetto di chi è stato logorato dalla vita. Si muove con evidente difficoltà. E’ un bohemienne discreto, non conosce arroganza, parla con una modestia inscalfibile dissimulando una saggezza tenace.

La cosa che più intristisce è che fatichi a riconoscervi l’autore di quelle vecchie canzoni così intrise di lirismo e disincanto, così aspre eppure delicate. E neppure avverti traccia di quel fuoco che lo portò a mettersi in corsa per la poltrona di sindaco di Detroit negli anni Ottanta, guadagnando l’ennesimo inappellabile insuccesso. Da questa catena di sconfitte pubbliche sembra che sia uscito schiantato, sminuito, ridotto a più miti consigli. Spinto a ritirarsi nella dignitosa pienezza di una vita di basso profilo, sacrificando il talento e spezzandosi la schiena per garantire il miglior futuro possibile alle tre figlie. “Non si può sfuggire alla realtà”.

Cold Fact: romanticismo e asprezza

Ma al netto della struggente peculiarità di questa vicenda, e dell’inevitabile portato di drammatizzazione cui pure il documentario non rinuncia, musicalmente di cosa stiamo parlando? Merita davvero Sixto Rodríguez tanto tardivo riconoscimento? Detto che un ascolto distaccato non è facile, soprattutto dopo aver visto il film, la risposta non può che essere: sì. Cold Fact ed il pur minore Coming From Reality sono due dischi molto buoni, con momenti di vera e propria grandezza folk rock. Dentro puoi sentirci l’invettiva laconica – in forma talking blues – e visionaria di Bob Dylan, il ciondolio acido di un Arthur Lee,  l’attitudine soul insidiosa del Van Morrison più morbido, il caracollare asprigno di Donovan, l’irrequietezza trattenuta a stento degli Animals e lo strascicato languore d’un José Feliciano.

Un po’ crooner e un po’ beatnik – uno dei principali motivi di suggestione sta proprio nel non farti intendere dove finisca l’uno e inizi l’altro – ti mette alle corde con uno sguardo dal basso che sa porsi su un piedistallo di solennità precaria, forte di uno scarto umorale, poetico e culturale – a tratti persino morale – che gli consente di guardare la realtà negli occhi, descriverne le mancanze e invitarla a compiere un salto di qualità. Possiamo forse criticare certe eccessive caratterizzazioni acid-rock, espedienti modaioli che tentano di aggrapparsi alle vibrazioni dell’epoca impataccando di trovate bizzarre il tenore trepido del sound, il quale tuttavia può vantare proprio per questo una vaghezza differita, vintage e lunatica, preda di un blando intossicamento lisergico che non gli fa perdere il polso della situazione.

Come raccontano gli stessi Dennis Coffey e Mike Theodore, produttori di Cold Fact (Sussex, marzo 1970, 8.0/10), conobbero Rodríguez grazie alla soffiata di un amico: lo videro in concerto, solo con la sua chitarra, e malgrado tenesse le spalle al pubblico evidenziando uno “stage fright” di livello allarmante, ne intuirono le potenzialità.  All’epoca Sixto aveva già conosciuto qualche delusione: nel 1967 il suo 45 giri di debutto I’ll Slip Away (a nome Rod Riguez) era stato un totale buco nell’acqua. Ma Theodore e Coffey decisero di fare le cose per bene, affiancandogli un team di ottimi session man, tra i quali soprattutto il bassista Bob Babbitt, già nelle glorie cittadine Funk Brothers e al lavoro con Temptations, Marvin Gaye e Jimi Hendrix. Ne uscirono dodici pezzi (due dei quali firmati dal paroliere e compositore Gary W. Harvey) che dipingono un ritratto desolato della vita al tempo della metropoli, posto che la Motor City rappresentava all’epoca uno degli scenari più alienanti d’America, come avevano già avuto premura di narrare – ognuno a loro modo – MC5, The Stooges ed Alice Cooper tra gli altri.

Il taglio dolente e amaro di Sugar Man (rivolta ad un pusher come potrebbe un Lou Reed in vena di abbandono), il lirismo fiabesco di Gommorah (A Nursery Rhyme), lo stillicidio rapsodico (segnatamente dylaniano) di This Is Not a Song, It’s an Outburst: Or, the Establishment Blues, la falsa spensieratezza di I Wonder e la spietata disamina di Crucify Your Mind sono i momenti migliori di una scaletta che forse inciampa solo con la tirata Only Good for Conversation, corpo estraneo hard psych che sembra pagare gratuitamente dazio al trend dell’epoca. Se colpisce la scrittura, l’efficacia asciutta e l’intensità delle melodie, a lasciare stupefatti è la maturità della voce di Sixto, interprete capace di modulare romanticismo e asprezza, tepore speranzoso e cupo j’accuse, mantenendo una difficile statura da “cronista partecipe”, allo stesso tempo distaccato e profondamente coinvolto. Una dimensione espressiva intrigante, magnetica, degna dei grandi cantastorie del folk rock (tipo quelli già citati sopra).

Proprio questo piglio rende quasi insostenibile la forza di versi come “And you claim you got something going/Something you call unique/But I’ve seen your self-pity showing/As the tears rolled down your cheeks” (Crucify Your Mind) e tutt’altro che retorico l’impegno di Establishment Blues (“Woke up this morning with an ache in my head/I splashed on my clothes as I spilled out of bed/I opened the window to listen to the news/But all I heard was the Establishment’s Blues”) o Rich Folks Hoax (“Talking ‘bout the rich folks/The poor create the rich hoax/And only late breast-fed fools believe it”). Con tutto ciò, toccherà alla graziosa I Wonder, una stomp ballad dall’incedere spensierato ed il cuore indolenzito (“I wonder about the love you can’t find/And I wonder about the loneliness that’s mine”) diventare il pezzo-simbolo di Rodríguez, ovviamente – ahilui – fuori dagli States.

Sixto-Rodriguez. Still da SEARCHING FOR SUGAR MAN diretto da Malik Bendjelloul. Courtesy of Red Box Films Passion Pictures

Coming From Reality: secondo tentativo e resa

Come detto, tanta qualità lascerà indifferenti i compatrioti, fenomeno per il quale si possono ipotizzare diverse spiegazioni. In prima istanza – tanto per togliersi subito un dente scomodo – potremmo tirare in ballo il fattore razziale: può sembrare azzardato, certo, ma nel Paese che esaltava il talento dei Marvin Gaye e dei James Brown senza rinunciare peraltro a circoscriverli nel recinto della black music, probabilmente non era così scontato che si desse credito ad un musicista meticcio in un ambito “bianco” come quello cantautorale. Limitandosi invece agli aspetti musicali, altro fattore di insuccesso può essere individuato nel piccolo ma significativo ritardo rispetto all’evolversi dei gusti in quel convulso periodo: da un lato occorre considerare la specificità di Detroit, dalla quale ci si attendeva roba forte e acida, mentre più in generale era tramontata la stagione dei menestrelli sensibili dal piglio letterario.

Il nuovo decennio strizzava l’occhio ai sussulti hard (per non dire proto-heavy), alla formidabile baracconata del glam, ai fermenti acidi organizzati in sempre più strutturate architetture progressive. Oltre a questo, ci sono senz’altro aspetti più basali e per certi versi imponderabili, forse una certa superficialità in fase promozionale della Sussex, magari la stessa ritrosia di Rodríguez a prestarsi nel ruolo di performer. Fatto sta che Cold Fact nel firmamento sonoro statunitense fece l’effetto di una meteora in pieno giorno: stupefacente, ma solo per quei pochissimi che se ne accorsero. Tra questi ci fu Steve Rowland, ex attore hollywoodiano trasferitosi a Londra sulla scorta dell’entusiasmo per la scena musicale britannica, divenuto quindi musicista (nei Family Dogg assieme ad Albert Hammond) e produttore (aveva lavorato con i Pretty Things e coi The Herd di Peter Frampton).

Una vecchia volpe con agganci di un certo livello insomma, che si mise in testa di dare impulso alla carriera dell’incompreso talento di Detroit. Alla fine del 1970 lo portò con sé a Londra, gli mise a disposizione una band di livello – tra cui il percussionista di Donovan Tony Carr, il tastierista Phil Dennys (Cat Stevens e Bee Gees) e soprattutto il chitarrista  Chris Spedding, noto per i suoi trascorsi con Jack Bruce e Mike Gibbs dei Nucleus, più avanti al lavoro con Roxy  Music e Roy Harper nonché produttore dei primi demo targati Sex Pistols… – ed un mese di sala d’incisione (gli storici Lansdowne Studios, le cui mura videro le gesta di Animals, Rod Stewart, Marianne Faithfull e Uriah Heep tra i molti altri) che fruttarono il sophomore Coming From Reality (Sussex, novembre 1971, 7.2/10).

Tolta l’asprigna Heikki’s Suburbia Bus Tour – sorta di affresco rugginoso sulla fine dell’epoca hippie – ed il folk-psych resinoso (vagamente Traffic) di Climb Up On My Music, l’acidità resta sottotraccia per fare posto ad un languore disincantato e talora fin troppo accomodante.  Ferma restando la padronanza evidenziata nell’esordio, affiora un retrogusto di mestiere in To Whom It May Concern (aromi soul e sbuffi jazz, archi da Love Boat e wah wah discreto) e in una Halfway Up the Stairs – “la prima traccia che abbia mai scritto”, sosterrà qualche anno più tardi – che l’overdose di archi e gli espedienti di chitarra non salvano da una certa insulsaggine. Questa nuova più rilassata versione di Rodríguez non manca tuttavia di mettere a segno momenti di assoluto pregio, come quella I Think Of You che esala svenevolezza da mariachi bacharachiano (permettendosi romanticismo basale del tipo “Now these thoughts are haunting me/Of how complete I used to be/And in these times that we’re apart/I’ll hear this song that breaks my heart/And think of you”), una Silver Words che bazzica trepidazioni bucoliche Nick Drake (stordendoti con iperboli sentimentali del tipo: “But oh if you could see/The change you’ve made in me/That the angels in the skies/Were envious and surprised “), mentre It Started Out So Nice predica soffice apocalisse (“Now in the third millennium the crowded madness came/Crooked shadows roamed through the nights”) come un Lou Reed stregato da fremiti Caetano Veloso.

Se A Most Disgusting Song e Cause razzolano tra guittezza e letteratura con lirismo disincantato  un po’ Waits e un po’ Van Morrison, tocca a Lifestyles –  introdotta dallo strumentale (chitarra e violino) Sandrevan Lullaby – la parte di cuore dell’opera, col suo aggirarsi grave e palpitante da Tim Hardin preda di allucinazioni Dylan (“Idols and flags are slowly melting/Another shower of rice/To pair it for some will suffice/The mouthful asks for second helpings” ). Nel complesso è insomma un altro buon disco, più affabile del precedente – rispetto al quale è indubbiamente minore – ma che tra le righe sa raccontare il deteriorarsi delle dinamiche umane, sociali e interpersonali nel fermento suburbano.

Tuttavia, citando un inconsolabile Rowland, “non accadde niente”. Le vendite furono così scarse da indurre la Sussex a stracciare il contratto. Rodríguez decise di non insistere, chiuse i sogni nel cassetto e tornò a rompersi la schiena come operaio edile: c’era una famiglia, delle figlie cui riservare un abbozzo di futuro, il migliore possibile.

Compartimenti stagni

Intanto però Cold Fact aveva varcato l’oceano, atterrando – come un virus o una specie animale aliena – in un paese lontano. Leggenda vuole che una ragazza avesse portato con sé il vinile raggiungendo il suo fidanzato in Sudafrica: verità? Leggenda? Conta ben poco, anzi niente. Fatto è che la realtà non ammette camere stagne, neppure quando – un quarto di secolo prima della diffusione di internet – le distanze e le barriere politiche potevano giustificarle. Per colmo d’ironia, proprio l’isolamento provocato dall’apertheid creò in Sudafrica una situazione ideale perché un disco come Cold Fact ottenesse il successo fallito in patria. Una sorta di seconda chance senza le frenetiche mattane della moda e con l’identità ibrida di Sixto vissuta come un valore aggiunto, sorta di proiezione ideale dell’aspirazione post-razzista di un popolo desideroso di affrancarsi dalle angherie del National Party.

Le canzoni di Sixto divennero la colonna sonora e la distrazione di chi voleva gettare alle ortiche i laccioli della censura e del rigido moralismo afrikaans, nonché punto di riferimento e ispirazione per tante band sudafricane a venire. Nel volgere di pochi anni il disco venne ristampato e venduto in centinaia di migliaia di esemplari, e più o meno lo stesso accadde a Coming From Reality (furbescamente ribattezzato After The Fact). Tutto ciò senza che nessuna royalties arrivasse nelle tasche di un ignaro Rodrìguez: forse Clarence Avant,  il boss della Sussex, avrebbe bisogno di un esamino di coscienza…  Come dirà Segerman a Rodríguez nel suo primo, emozionatissimo contatto telefonico, per i sudafricani era un idolo assoluto, senz’altro “più famoso di Elvis”.

Bendjelloul è abile nel raccontarci questa vicenda di nemesi positiva restando in equilibrio tra asciuttezza da non-fiction e lirismo evocativo, concedendosi la “licenza poetica” di omettere un capitolo significativo, ovvero che nel frattempo – fine anni Settanta – a Sixto era già acacaduto qualcosa di simile, in un altro pianeta-isola come l’Australia, dove nel 1976 la Blue Goose Music pensò di smerciare le migliaia di copie di Cold Fact rimaste invendute in un magazzino newyorkese della Sussex. Il risultato fu più che lusinghiero – posizione numero 23 delle classifiche di vendita, nelle quali stazionò per un anno intero – considerato soprattutto come il Continente Nuovo non fosse certo l’ultimo arrivato dal punto di vista rock, vedi i contemporanei o imminenti exploit di gente come AC/DC, Radio Birdman, The Saints, The Triffids, The Go-Betweens,  Midnight Oil, The Church, Hoodoo Gurus e ovviamente Nick Cave.

La carriera di Rodríguez ebbe quindi un sussulto:  alla pubblicazione di At His Best (Blue Goose, giugno 1977, 7.0/10) – un best of contenente tre pezzi inediti incisi nel ’72, Can’t Get Away, Street Boy e una I’ll Slip Away rimessa a nuovo – seguì due anni più tardi un tour nella terra dei canguri da cui fu tratto anche un album dal vivo (Rodríguez Alive – Blue Goose, 1981, 6.3/10). Tanto per quantificare, il concerto del marzo ’79 al Regent Theatre di Sydney si svolse davanti a 12.000 persone, soltanto 3.000 in meno di quelle che accorsero alla data di febbraio del pubblicizzatissimo Blondes Have More Fun World Tour della superstar mondiale Rod Stewart. Insomma, le cose in terra australiana si stavano mettendo piuttosto bene, tanto che la tournée fu replicata nell’81, con i Midnight Oil a fare da band di supporto.

Ma a quel punto qualcosa si spense, oppure – dipende dal punto di vista – qualcos’altro si accese nella vita di Sixto. Altre istanze presero il sopravvento: si laureò in filosofia, decise – con fare un po’ donchisciottesco – di tentare la carriera politica, si lasciò prendere dalle esigenze della vita e accantonò quel sogno che non lo ripagava come avrebbe sperato. Non si può sfuggire alla realtà.

Sixto-Rodriguez. Foto ritratto 2013

Catena di eventi (favorevoli)

Non le si può sfuggire neppure quando decide di restituire il maltolto. Dal 1998 Sixto è tornato ad essere Rodrìguez senza smettere di essere se stesso. E’ stato riscoperto in patria e nel mondo, i suoi concerti sono spesso sold-out, le apparizioni televisive si sono ovviamente moltiplicate dopo l’uscita del film. Pare che abbia una trentina di canzoni pronte, composte in queste lunghe quattro decadi, e che sia in trattativa con Rowland per realizzare l’album del clamoroso ritorno sugli scaffali. Una vicenda la cui fine coincide con un nuovo inizio, come ogni favola che si rispetti. Difficile restare indifferenti, ma  non tanto per questa nemesi da Cenerentola folk-rock: la sua storia ci colpisce perché mette il dito su diverse piaghe. Inannzitutto fa luce sul fatto che il successo nel rock è spesso soggetto a leggi non inerenti il talento, semmai ad un incrocio di situazioni eterogenee che, mosse da un innesco strettamente musicale, coinvolgono aspetti promozionali, iconografici, sociali, persino politici. Da proiettarsi talora in un quadro di situazioni “altre” del tutto casuali.

E’ il vecchio gioco del “what if…?”: le combinazioni imponderabili di fattori contrapposte alla determinazione, al genio, all’intuizione. Le porte scorrevoli del destino. A tal proposito, l’esordio cinematografico come regista di Tom Hanks, il poco più che simpatico That Thing You Do! del 1996, ci propone una parabola significativa: se il batterista dei debuttanti Oneders non si rompesse il braccio per un giochetto stupido a poche ore da un pop-contest cittadino, la band non avrebbe potuto contare sulla carburazione beat ai tamburi dell’occasionale sostituto, il carismatico Guy Patterson, che di fatto trasforma una canzonetta mielosa in una intrigante fast-ballad. E se il talent scout Phil Horace non fosse passato da quelle parti col suo camper-ufficio rimanendone colpito, non li avrebbe presentati al manager della Play-Tone Mr. White, il quale quindi non li avrebbe mai accolti sotto la propria ala plasmandone i modi e l’aspetto, trasformandoli così in una macchina da intrattenimento col singolo in top ten nel giro di poche settimane.  Se alla base di tutto c’è un’intuizione melodica piuttosto azzeccata, è però la catena di eventi favorevoli a farne un fenomeno da classifica.

Fuori dal paradigma di celluloide, ascoltando pezzi come Sugar Man o Crucify Your Mind sembra quasi incredibile che fino a poco tempo fa non fossero considerati dei classici al livello di un The Needle  And The Damage Done o una Reason To Believe. Ma per una serie di circostanze tanto sfortunate quanto comuni, non ce ne eravamo accorti. O almeno l’emisfero occidentale rock non aveva ritenuto di dover prestare loro attenzione. Se oggi lo fa, è solo per una catena di eventi favorevoli dal passo molto più lungo e complicato del solito. Viene da ipotizzare – ed è un pensiero vertiginoso – che la storia del rock nasconda cento, mille tesori del genere, in attesa solo di essere (ri)scoperti. Casomai, il web renderà tutto più semplice (con Rodrìguez è andata così). Il rock ha un grande futuro dietro le spalle, e non è mai stato tanto vicino dal realizzarsi.

Tracce lunghe e profonde

Ma tutto ciò – e qui veniamo ad un’altra piaga – è anche una specie di specchio che ci mostra quello che siamo diventati. Perché la vicenda di Sixto appartiene ad un’altra concezione di mondo, di vita, di vivere il tempo e condividere le emozioni. Tra le altre cose, ci induce a riflettere sul complesso e squilibrato rapporto tra il successo e la “normalità”:  la vicenda di Sixto, un individuo che ha fallito molti appuntamenti con la realizzazione di un suo possibile sé mentre questa accadeva altrove a sua insaputa, ci dimostra quanto le due dimensioni – la fama e la vita – possano seguire piani autonomi o almeno non necessariamente correlati. Suggerendoci che forse il successo non è che un’accidente della normalità.

Dell’uomo Sixto Rodríguez ammiriamo l’esistenza generosamente banale, condotta mentre il suo avatar rapiva l’immaginario di migliaia di persone, addirittura accompagnandole in un percorso di affrancamento politico che ha segnato la fine dello scorso secolo. In ragione di ciò è lecito sospettare – ed è motivo di grande sollievo – che il rock continui ad avere valore non “grazie a” ma nonostante tutto l’apparato di hype, le liturgie promozionali e commerciali, la cadenza delle produzioni, il cascame critico. La musica può vivere ancora – in pieno terzo millennio – ad altezza d’uomo. Può benissimo presentarsi come evento espressivo d’eccellenza sbocciando in un contesto di normalità, sporcandosi le mani con la vita comune. E’ un aspetto da tenere in debita considerazione visti gli scenari paventati da più parti, i più estremi dei quali addirittura ipotizzano la scomparsa del professionismo musicale. Scenari oramai non più futuribili, nei quali anzi ci troviamo già immersi fino ai capelli.

Rispetto ai quali c’è un altro messaggio, forse il più importante, che possiamo distillare dalla storia di Rodrìguez: la possibilità che la musica – il (folk) rock – possa lasciare una traccia lunga e profonda, indifferente alle modalità percettive che stiamo mettendo a punto nello tsunami del “big data”. Deliziosamente immersi come siamo nella pratica costante del social, ci stiamo abituando all’idea che non sia possibile non sapere, che ogni frutto dell’umana esigenza di esprimere debba necessariamente trovare sbocco e pubblico grazie alla capillare struttura di condivisione, resa immanente dalla pandemia di smartphone e tablet. Ed è una solenne – e forse un po’ fedifraga – illusione, perché il profetico quarto d’ora di gloria warholiano si è realizzato come struttura fenomenica ancora più effimera, una messinscena di gloria autoreferenziale che svanisce dopo un rapido giro di “like”.

Il passo lungo di Sixto Rodríguez invece è una parabola di persistenza artistica capace di sopravvivere alle leggi capricciose della società-spettacolo (di cui i social network sono la più attuale mutazione), persino oggi che la rete sembra essersi invaghita della sua figura. Certo, questa Rodrìguez-mania presto si affievolirà, ma le sue canzoni hanno già sfidato il tempo e continueranno a farlo. Mentre ci illudiamo di dovere e potere controllare tutto il flusso delle informazioni e dei gusti, la vita accade ugualmente. Invitandoci a porci tra le altre cose una domanda: siamo uomini o smart citizen? Siamo carne e neuroni per pasturare il data mining o vogliamo concedere ancora possibilità all’accadere caotico, alle motivazioni svincolate dall’opportunismo, all’armonia random degli eventi concreti? Oppure, se preferite: si può sfuggire alla realtà? A questa domanda Sixto Rodrìguez ha già risposto, in molti bellissimi modi.

8 luglio 2013
8 luglio 2013
Leggi tutto
Precedente
Mount Kimbie. Maturità istantanea Mount Kimbie - Mount Kimbie. Maturità istantanea
Successivo
sub:stance talk Scuba - sub:stance talk

artista

artista

artista

artista

artista

artista

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite