Loren Connors: una chitarra dal crepuscolo

Su Red Cross, ultima fatica da studio pubblicata postuma nel 2003, John Fahey incise uno dei brani più strazianti della propria discografia, oltre trenta album spalmati tra il 1959 e il 2001. Red Cross Disciple of Christ Today è sintesi di una ricerca “matta e disperatissima” che reinventò di fatto la chitarra folk solista, teorizzando un primitivismo fondato sul country blues ma edificato a partire dal misticismo orientale e, in parte, dalla crème delle avanguardie europee. Lo strumentale in questione è dedicato a “Guitar Robert”, uno degli pseudonimi impiegati da Loren Connors (Classe 1949), chitarrista del Connecticut di dieci anni più giovane di Fahey. Fu anche grazie all’esempio di sperimentatori come Connors che Fahey uscì dalla crisi creativa che l’attanagliava da oltre un decennio, svincolandosi dalla tecnica fingerpicking di cui era somma istituzione ma che l’aveva chiuso in una gabbia apparentemente priva di serratura. Prima come Loren Mazzacane, poi Loren Mazzacane Connors, infine Loren Connors («Ho un pessimo karma coi cani», si è giustificato il Nostro a margine dell’intervista a seguire), egli si conferma tra i più significativi improvvisatori degli ultimi tre decenni, un artista emozionante eppure avviticchiato a soluzioni formali che ne fanno innovatore papabilmente adatto alla cattedra. Il buon Loren preferisce però esprimere coi fatti il suo valore, beautiful looser in un mondo, quello dello show business, stipato da “vincenti” che esibiscono senza ritegno i loro volti inguardabili.

L’esordio discografico è all’insegna dell’astrazione massima: Solo Acoustic Guitar Improvisations, serie di otto vinili incisa, assai artigianalmente, nel biennio ’79-80, azzera sessant’anni di Storia della chitarra acustica moderna sputacchiando un bending magmatico su corde scordate a regola d’arte. L’esempio intellettuale e spesso didattico di Derek Bailey viene fagocitato da uno spirito selvaggio, che accompagna la sei corde mugugnando sugli assoli con voce demente. Si tratta di 33 giri con tiratura limitata a cinquanta copie ma gli appassionati non disperino: la serie è stata raccolta nel ‘99 dalla Ecstatic Yod in un elegante cofanetto CD con tracce rimasterizzate e bonus.

Nell’81 ha inizio una proficua avventura nel formato canzone, prima col trio Hanford, Bloom and Mazzacane in un album omonimo uscito per Daggett, poi con la sola Kath Bloom, cantautrice oggi assurta al rango di figura cult per il folk statunitense. Se in tre la formula resta legata alle radici del genere (paga pegno la vocalità senza carattere di Tom Hanford), in due il risultato è magico: la voce eterea ma polverosa della Bloom ricama linee melodiche senza tempo, elevate alle altezze di mondi sconosciuti dalla chitarra slide del Nostro, che gioca un ruolo chiave nel conio di un songwriting ancor oggi sottostimato. Sing The Children Over (’82, Ambiguous) e Round His Shoulders Gonna Be A Rainbow (’82, Daggett) riassumono il misticismo nord-americano incerto tra condanna e salvezza, glorificato nel decennio a venire dal rinato Johnny Cash; non disponendo di un Rick Rubin alla produzione artistica, le vette raggiunte in proprio dai Mazzacane-Bloom fanno ancora più onore al duo, il quale itera tanta bravura nei successivi Restless Faithful Desperate ‎(’83, St. Joan), Sand In My Shoe (’83, St. Joan) e soprattutto il conclusivo Moonlight (’84, St. Joan). Qui le dolcezze s’intrecciano a un chitarrismo fisico al punto da comprendere il sali-e-scendi sulle corde d’acciaio, i rumori delle meccaniche e le flessioni dal corpo ligneo dello strumento, che divengono parte integrante di un sound straniante, onirico nonostante la mancanza di facili scivoloni lisergici. La pasta sonora di Connors rammenta un Chet Atkins semiacustico filtrato dall’intimismo estremo del Nick Drake di Bryter Layter (Blues Song). Segue un silenzio di oltre cinque anni, altra attività nella quale Connors si dimostra egregio maestro. Risorgeranno entrambi in proprio dopo lunghe riflessioni, Connors e Bloom, nei nineties: lei con una manciata di album di buona fattura e uno struggente doppio tributo (Loving Takes This Course, 2009, Chapter Music), omaggiata tra gli altri da Bill Callahan e Devendra Banhart; lui rinvigorito dall’esercizio della poesia haiku e deciso a sperimentare un’ulteriore rarefazione stilistica.

Il rientro è squisitamente rappresentato dal live In Pittsburgh (Dexter’s Cigar), registrato nel 1989 ma dato alle stampe solo nel ’96. Connors trasfigura il sound di “mano lenta” Eric Clapton pervenendo a un blues moderno che ha fatto i conti con la sintesi pittorica di Mark Rothko. Le due versioni del traditional Trouble In Mind raggiungono una qualità crepuscolare di obnubilante perfezione. Fallen Son anticipa le trame piovose che saranno, tre anni più in là, del Tom Verlaine di Warm And Cool, sottraendo ben più del leader dei Television per giungere a inedite dimostrazioni di non-detto. Si chiude coi sussurri di Suzanne Langille su Blue Ghost Blues, convincente rievocazione di blues ancestrale Anni ’20. Ha qui inizio la spesso fruttifera collaborazione con la bella Suzanne, oggi moglie di Connors, che vanta nello sconosciuto The Enchanted Forests (’98, Secretly Canadian) la summa di un cantautorato straniante e scarno, adatto per ascolti iterati da uomini di buona volontà.

Il ’95 viene inaugurato con Live At Downtown Music Gallery, New York City, ‘92 (Persona Non Grata), la prima di una nutrita schiera di collaborazioni che coinvolgeranno con risultati di rilievo altri improvvisatori come Alan Licht, Jim O’Rourke, David Grubbs (fondatore dei Gastr del Sol e attivo per Codeine e Red Krayola), membri dei Sonic Youth e molti altri. Coprotagonista è stavolta Keiji Haino, istituzione del rock d’avanguardia nipponico: la partnership verrà iterata più in là nel più a fuoco Vol. 2 (’97, Menlo Park). Con A Possible Dawn (1998, HatNoir) le distorsioni si fanno pesanti soprattutto nell’atto finale, trentatre minuti free form ai quali partecipano i chitarristi Jean-Marc Montera e il più celebre Thurston Moore. Di per contro, Airs (Road Cone 1999) offre miniature che ottengono il massimo del pathos col minor numero di note possibile. L’album è un flusso di coscienza suddiviso per comodità in una ventina di tracce le quali raramente superano i due minuti. La chitarra è sola, rifugge la sovraincisione e vince la sfida di una dolcezza non pedante. Gli Anni ’90 sono conclusi con la nascita del trio free-rock Hanted House insieme alla fidata Suzanne e alla seconda chitarra di Andrew Burnes. Ne deriva un trittico di opere soniche e arrabbiate, martellate da distorsioni gusto tetano e spiritate dal quasi-recitato della voce femminile, la cui migliore uscita è forse Blue Ghost Blues (Northern Spy, 2011).

Il nuovo millennio si caratterizza per una produzione numericamente incontrollabile e non sempre imprescindibile. Nulla aggiungono a quanto detto i sei volumi The Departing Of A Dream (Family Vineyard) né, strano a dirsi, l’omaggio all’espressionismo astratto Blues: The “Dark Paintings” Of Mark Rothko (Family Vineyard). Di per contro, in Portrait Of A Soul (’00, Fbwl) si giunge al superamento della poesia desertica del Ry Cooder nella colonna sonora Paris, Texas; una tenerezza universale replicata, l’anno successivo, da Lullaby (Carbon Rec), raccolta di ninnananne arpeggiate in cui il lirismo rifugge melodie facili ma vaga sconsolato e commovente per buona parte delle quattordici tracce che compongono il disco.

Il triplo Night Through (’06, Family Vineyard) è acquisto ghiotto poiché ripesca inediti, singoli e progetti accantonati che vanno dal 1976 al 2004. Una miniera di schizzi e reperti di insospettabile validità che tra i suoi meriti ha quello di fornire testimonianze degli esordi blues di Connors (Ribbon O’ Blues), genere destreggiato anche nell’accezione più “classica” del termine. Per Two Nice Catholic Boys (Family Vineyard ‘09), sulle ampie campiture distorte di Jim O’Rourke, si fa strada la grazia misticheggiante che fu per una manciata di minuti del John Martyn di Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhail. In totale, tre lunghi brani in cui trionfa un dialogo di rimandi sontuoso eppure dall’animo rock, capace di volumi alti ma pure di teneri pianissimo. Red Mars (‘11, Family Vineyard) è una delle avventure in solitaria più spettrali dell’intero catalogo, un soliloquio che raccoglie grida afone alla volta di Multiversi solo ipotizzabili eppure qui mappati a volo d’uccello.

A penalizzare la completezza di un qualsiasi discorso critico sull’opera di Connors incorrono, unitamente alla quantità del materiale, le edizioni limitate e limitatissime che spesso si esauriscono non lasciando testimonianze umanamente rintracciabili. Non sono pochi, ci auguriamo, ad agognare il vinile dedicato alla memoria di Fahey Meditations On The Ascension Of Blind Joe Death Vol. One (’05, Ecstatic Yod) o il doppio Sails per Table of Elements (‘06). Le “Vele” spiegate in questo caso dal chitarrista del Connecticut portano all’orecchio un prezioso duetto proprio col maestro Fahey, omaggio apparente al bluesman Blind Willie Johnson (titolo Dark Is The Night, Cold Is The Ground) che consta della spettrale manifestazione d’un girovagare senza meta.

I motivi di eccellenza non finiscono con il termine di questa parziale monografia: si pensi al minialbum digitale Natch 8 (’13, Natch) in coppia con tale Bill Orcutt: quattro tracce sostenute da un’effettistica che spinge Connors verso alcuni dei suoi assoli più originali di sempre; oppure al recente Live In New York (’15, Family Vineyard) in cui, nonostante il progredire del morbo di Parkinson diagnosticato al chitarrista nel ’97, egli si dimostra più vitale che mai, stendendo campiture che rammentano la sintesi totale del pittore Barnett Newman, qui riprodotta con tonalità prossime al buio. La morale è: certuni nascono per mancare le classifiche e centrare il bersaglio di una creatività in fioritura continua. È questa condanna o salvazione?

 

L’intervista

Loren, si sa poco del tuo passato. Un ricordo d’infanzia?

Mia madre, Mary Mazzacane, era una cantante soprano. Ricordo questo piccolo bambino spaurito dalle vicende più drammatiche delle Opere Liriche. Nonostante ciò volevano che recitassi il ruolo del figlio di Cio Cio-san nella Madame Butterfly, ma non se ne fece nulla poiché non riuscivo a sostenere la scena in cui mia madre si toglieva la vita.

Tuo padre?

Un inventore di strani macchinari. Ma trascorreva anche molto tempo libero dipingendo. Credo di avere ancora qualche suo quadro. Ah, e poi mi ricordo dei combattimenti contro le bambine… che vincevano sempre. Soprattutto mia sorella. Dio se era tosta!

Adolescenza. Quale ascolto ha cambiato la tua maniera di ascoltare?

I Cream erano un riferimento importante a quel tempo. Mi servirono per realizzare che praticamente tutto può diventare musica.

Quali sono le tue influenze principali?

Tra tutte, quella che ancor oggi amo ricordare è la pittura di Rothko.

Quando ti sei detto: «Ho trovato il mio sound»?

Avevo circa vent’anni. Al tempo ero preso dall’arte visiva ma a un certo punto realizzai che con la chitarra stavo tirando fuori qualcosa di nuovo. Per me diventò subito un’ossessione. Ci diedi dentro per molti anni. Poi smisi: dovevo riprendere fiato e mi dedicai alla scrittura, specialmente di haiku. Quando ripresi con la musica la mia improvvisazione conteneva molta più “composizione” di quanto credessi. Poi tornai nuovamente alla pittura e anche quel periodo finì col contaminare il mio stile chitarristico.

Preferenze in fatto di chitarre: acustica…

L’acustica non la suono più, ma quando lo facevo ero per le Martin e le Gibson. Mi piaceva suonarle scordate, sicché le corde erano perfette per arrivare alla nota giusta usando il bending. Completavo il tutto col mio particolare vibrato.

Elettrica…

Fender Stratocaster. E uso solo corde ultra leggere. Per molti anni l’ho amplificata con un amp della Fender, senza pedali. Ora ne uso uno della Vox con un pedale wahwah e uno per il delay/riverbero.

Com’è cambiato nel tempo il tuo approccio allo strumento?

Ho cominciato con uno stile assolutamente improvvisato e selvaggio che se ne infischiava di regole e trascendeva i cliché. Successivamente mi affiancai al folk, esperienza che mi aiutò a impiegare le mie abilità anche in un contesto cantato. Presto però mi stancai di quelle strutture imbrigliate dagli accordi. Avevo un multitracce della Tascam che mi ha stimolato a realizzare le mie composizioni soliste. Ho lavorato per molti anni, dunque, con un modus operandi votato alle “stratificazioni”. Finì che il Tascam si ruppe. Un amico me ne diede un altro: si ruppe anche quello. Decisi di lavorare sui pedali avvalendomi eventualmente del Vox, scelta che mi aprì a nuove possibilità. A volte la mia musica è quieta, altre rumorosa. L’unica certezza è che cambia ogni giorno.

Altra certezza: impossibile districarsi nella tua infinita discografia…

E tieni conto che ci sono cose particolarmente interessanti che in pochissimi hanno sentito come, a esempio, The Carmelites (1997, P-Vine), ispirato all’ordine delle monache carmelitane, donne che abbandonano il mondo per darsi completamente alla preghiera. Credimi: questa mole di musica in continua crescita per me è sfibrante, tuttavia, come dire, la musica continua ad “accadere” in me. Non so da dove provenga. La sensazione è che, fintanto che resterò aderente alla Verità senza compromettermi, ci sarà sempre nuova musica ad aspettare di essere svelata.

Altri titoli significativi non presenti nel nostro articolo monografico?

St Vincent’s Newsboy Home (’99, Item Rec), incentrato sui ragazzini “senzatetto” che distribuiscono giornali per le strade di New York e sul parroco che si è fatto carico di raccogliere denaro sufficiente per garantire loro una casa.

John Coltrane: «La mia musica è l’espressione spirituale di ciò che sono». Cos’è per te la tua musica?

È il seme da cui può nascere il frutto.

Quali meriti riconosci a Jim O’Rourke?

È un grande. Mi fa scompisciare dal ridere. E ha musicalità. Mi piace suonarci assieme. Un anno ci siamo fatti un tour per l’Europa suonando insieme quasi ogni sera. Bei tempi quelli. Inoltre ha una profonda conoscenza della musica, anche sotto il profilo “accademico”, se vogliamo. Aggiungici che ha un ottimo orecchio quando si tratta di capire cosa deve finire su disco. Viveva a Brooklyn e bazzicavo spesso a casa sua. Ora sta a Tokyo ma siamo rimasti in contatto.

Cosa vuoi ricordare di Fahey?

Ci incontrammo grazie alla comune conoscenza con Jim, appunto, e finimmo col diventare buoni amici. Non si dice spesso ma era un tipo divertente, davvero. Avevamo molte cose in comune. Mi sarebbe piaciuto registrare più materiale insieme a lui ma al tempo era già malato e morì dopo poco. Una grandissima perdita, musicalmente parlando, soprattutto perché negli ultimi anni era tornato a incidere cose di grande valore.

Hai suonato su Manhattan Tuesday del misterioso Jandek…

Avevo sentito parlare molto di Jandek e alla fine ci conoscemmo. Abbiamo circa la stessa età e anche con lui nacque una sincera amicizia. Suonammo un paio di date insieme a Manhattan e Houston, esperienze memorabili. Furono tra le sue primissime incursioni dal vivo: prima di allora lui esisteva da decenni, ma solo come cantautore da studio. Come me, non è uno che ami viaggiare per esibirsi.

Altro nome di rilievo è quello di Kath Bloom…

Un’infinità di tempo fa. Bella musica, certo, ma sono cambiato molto da allora. E non mi sono mai considerato un musicista folk. A quei tempi non esistevano tanti musicisti indipendenti com’ero io davvero interessati alla ricerca di nuovi linguaggi.

Qualche eccezione?

Nel mio circuito c’era un chitarrista blues da cui ho imparato molto esibendomici assieme: Robert Crotty. Mi porto dietro ancor oggi le sue vibrazioni. Family Vineyard sta pianificando di stampare un album con nostro materiale inedito proveniente da quei giorni lontani. Lì ci puoi trovare le mie vere radici.

Sei più a tuo agio in studio o su un palco?

Tieni conto che non faccio più vita on the road. Viaggiare mi è troppo difficoltoso. Ma suonare dal vivo, beh quello continuo a farlo, mi dà energia. Diciamo che compongo attraverso l’esibizione dal vivo. C’è che amo “confinare” alcune esibizioni in un album. Amo ancora il supporto “fisico”.

Quali sono i cambiamenti degli ultimi anni avvenuti negli States che più ti impressionano?

Ecco appunto: l’inesorabile chiusura dei negozi di dischi e quindi l’addio a LP, 45 giri, ecc… Per non parlare dell’ascesa e caduta del supporto CD. Cosa sta succedendo? Rivoglio indietro i negozi di un tempo! E nessuno che sappia come aggiustare la situazione!

Bluesmen che fanno al caso tuo?

Amo Robert Johnson, Skip James, Son House, Elmore James, Blind Willie Johnson, Sleepy John Estes, Lightning Hopkins, il blues del Delta del Mississippi e quello di Chicago. Mi prendono meno i tizi della “costa”, troppo folk, tipo Blind Willie McTell, Pink Anderson, Mississippi John Hurt o Leadbelly.

La musica “popolare” ti attrae?

Di musica popolare non so nulla.

Il futuro?

Continuare a mutare. Credo di avere ancora qualche anno davanti.

Perché l’Europa tende ad americanizzarsi?

Beh, se ne fai un discorso musicale, il blues è nato qui e la maggior parte delle forme musicali attuali derivano dal blues. Ma l’Europa ha una sua antica tradizione Classica che noi non possiamo vantare.

Potessi scegliere di collaborare con un musicista del passato…

Naaa… credo di essere capitato al momento giusto.

Hai sempre saputo cosa volevi dire con la tua musica?

No, mai.

Che ami fare nel tempo libero?

Continuo a dipingere. Ultimamente uso il PC per creare immagini. A volte scrivo. Io e mia moglie Suzanne amiamo uscire per sentire altri musicisti. Questo è un fatto di crescita importante.

Figli?

Mio figlio è un talentuoso montatore: ha appena terminato il lavoro per un importante documentario su un gruppo di donne che si sono battute per ottenere una legge che vieti il porto d’armi a quelli che si sono macchiati del reato di violenza domestica.

Palinsesto televisivo negli States: qualche eccellenza?

Della televisione non mi piace nulla. Mi capita di incrociare solo qualche tiggì.

I social media hanno sottratto mistero al mondo delle sette note?

Tutt’altro. Permettono a tanti artisti di ottenere quella visibilità che gli sarebbe impossibile ottenere attraverso le forme distributive tradizionali. Quando ho esordito le uniche possibilità per un musicista indipendente stavano nelle stazioni radio dei college. Anche i posti dove esibirsi erano davvero pochi. I social facilitano comunicazioni e collaborazioni su scala mondiale, e perciò c’è da esserne contenti.

Jello Biafra sostiene: «Se ami Dio/Brucia la chiesa»…

Nelle religioni non ci credo. La vita è una questione fisica. E se ci pensi lo stesso vale per l’arte.

Oggi sei un uomo sereno?

Sì.

Cos’hai imparato recentemente su te stesso?

Che agitarsi non serve a niente.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Tiri fuori quello che davvero c’è dentro di te.

 

[La foto in testata è di Peter Gannushkin – downtownmusic.net]

16 novembre 2016
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