I migliori 50 album del 2015 per sentireascoltare

Dopo la lista dei 100 brani (e relativa playlist) e quelle di alcuni addetti ai lavori, arriva anche quella degli album. Ne abbiamo selezionati 50, accompagnati da brevi testi, e anche questa volta abbiamo deciso di non dare un ordine gerarchico all’elenco, privilegiando le scelte più coraggiose e meno ovvie. Per la classifica canonica con il podio e la scaletta numerata vi diamo appuntamento per il primo dell’anno sul sito internet di SA, dove, come di consueto, stileremo la nostra TOP che congelerà definitivamente le operazioni di voto che hanno coinvolto redazione e staff fin dai primi mesi del 2015. Come al solito il nostro obiettivo primario è raccontarvi il motivo per cui questi dischi ci sono piaciuti, ma anche il contesto all’interno del quale si sono distinti, le storie che avevano da raccontarci.

Spesso abbiamo premiato l’innovazione, ovvero la capacità di rappresentare un presente iperconnesso, sovraesposto a livello di comunicazione, subdolamente controllato e guidato verso l’omologazione, in progressivo prosciugamento di risorse non solo economiche ma anche psichiche. Grossa attenzione però è stata riservata anche al songwriting, a coloro che sono stati in grado di scrivere e arrangiare buone canzoni riuscendo a veicolare la sfera dell’intimo e del personale verso qualcosa di condiviso, universale. Non ultimo, nel 2015 sono usciti anche dischi imbevuti di ’900, vive produzioni post-punk, beffarde pose slacker rock, country, folk e via dicendo, tanto che pure il pre-war è tornato agli onori della cronaca, pur nella sua torre d’avorio, con Joanna Newsom.

Il 2015 ha spaccato in due un decennio che sta cercando una propria strada alternativa all’overdose di retromania degli anni Zero; lo ha fatto nell’anno di quel futuro immaginato (e ben differente) da Ritorno al futuro, riagganciandosi agli anni ‘90 (Björk, Matmos, Autechre), ma anche aggiornando un immaginario legato a doppia mandata a film come Blade Runner o Matrix. Eppure è stato anche l’anno dove la black music ha ritrovato la sua strada maestra con lavori che, magari passando dalla porta dell’hip hop, sempre dei nineties, si sono ricollegati con grandi tradizioni di genere: molto, ottimo funk, generoso soul/r’n’b e jazz mutante ma anche fieramente ancorato alle origini. In UK abbiamo inoltre assistito (anche) a inaspettate attenzioni per il grime, mentre a Berlino la techno ha trovato nuovi scarti e contaminazioni per sfuggire alla morsa di musei dedicati e pianificati nell’ultimo biennio. Da trent’anni a questa parte, del resto, il presente è qualcosa di complesso e sfaccettato, con timeline e marce innescate differenti; qualcosa di sempre più fluido e slegato dai decenni del dopoguerra (dai Cinquanta ai Novanta) ma che ancora si serve di essi per rappresentarsi.

algiers_pakshot_lo

Algiers – Algiers

Da un lato le chitarre spigolose di Lee Tesche e il basso scuro di Ryan Mahan, in cui si rincorrono echi dei Gang Of Four e Pop Group, dall’altra la voce di Franklin James Fisher, che fa da contraltare con le sue linee melodiche dalla forte matrice gospel. Quando il vigore post-punk incontra la spiritualità della tradizione soul, il risultato è un groviglio incontrollabile di suoni aspri e claustrofobici. (FR)

arca_mutant_artwork_digital_NEW

Arca – Mutant

Nel suo sophomore Ghersi spazia dall’astratto al melodico, dalla pièce ambient alla chamber androide, in un dedalo di contorsioni aliene e suggestioni bladerunneriane con impalcature di synth cattedratiche e magnifiche. C’è spesso un lato romantico nel tingere queste tele cibernetiche, seppur nella marzialità dei tratteggi, tra le pieghe dei filtri o nei frastagli dei beat che schiudono e richiudono saghe melodiche sofferte, anche strazianti; di converso troviamo episodi rhythm driven dove spezie latine vengono stritolate da scorribande di synth e filtri magmatici, e stretti campionamenti di voci e percussioni africane che procedono per accartocciamenti e convulsioni. (EB)

AtLongLastASAPCover

A$AP Rocky – At. Long. Last. A$AP

Abbandonate le pose dell’esordio, il rapper di Harlem dà vita a un disco più introspettivo, drogato e intriso di psichedelia radicalmente black, sopperendo alle lacune in sede di scrittura e abilità tecnica con un melting pot sonoro che riesce a costruirsi un’identità, un’estetica e un immaginario precisissimi e inconfondibili. Uno stile personale e originale. (LR)

capibara-gonzo-artwork

Capibara – Gonzo

Gonzo, sophomore distribuito in free-download del producer romano Luca Albino, apre un nuovo capitolo nel percorso di Capibara abbracciando un nuovo tipo di pop rispetto all’ottimo esordio Jordan: più ritmico e freak, storto e genuinamente lo-fi, schizofrenico e oscuro, ma senza mai perdere un grammo dell’ironia e della divertita attitudine al “cazzeggio” tipiche del co-fondatore della label elettronica White Forest. Disco figlio di un viscerale amore per l’hip hop e la dancehall più obliqua, ma aperto anche a contaminazioni inaspettate (dalla simil-witch house alla techno tribale con atmosfere spaghetti-psych). (LR)

Carter Tutti Play Chris & Cosey

Carter Tutti – Carter tutti Plays Chris & Cosey

Quando i Throbbing Gristle si sciolsero, nel 1981, due membri del gruppo, Chris Carter e Cosey Fanni Tutti, realizzarono una serie di dischi sotto la sigla Chris & Cosey con un’inedita miscela di synth wave e pionieristica pre-techno. Carter Tutti Plays Chris & Cosey è un ottimo lavoro, concepito dopo il grande successo delle recenti live performance, che presenta nuove interpretazioni e remix dei loro classici degli anni Ottanta e Novanta. (MdB)

chelsea-wolfe-abyss-cover-art

Chelsea Wolfe – Abyss

Chelsea Wolfe conferma quest’anno il suo status di sacerdotessa dell’apocalisse con un album dedicato agli abissi del tempo. Uno sguardo a ritroso che vuole scandagliare i fondali della psiche: la fragilità umana, l’intimità, l’ansia, il desiderio, ma anche gettare uno sguardo melanconico e oscuro sul subconscio, con un’attenzione particolare per i momenti ipnagogici dell’esistenza. Prodotto da John Congleton, già al lavoro con gli Swans, il disco suona robusto, strutturato e più ruvido rispetto al precedente lavoro, forse anche per merito della chitarra di Sullivan. (MdB)

chevel - blurse

Chevel – Blurse

Italiani a Berlino. Il trevigiano Dario Tronchin trova nella Stroboscopic Artefacts di Lucy (aka Luca Mortellaro) perfetta sponda e comunanza d’intenti: qui la cassa in quattro è presupposta ma non sbandierata, spesso e volentieri trascesa da intrecci di ritmiche provenienti da una delle più ampie tavolozze timbriche mai utilizzate in un album techno. Berlino sì, ma in sintonia con il contemporaneo sottobosco UK. (AP)

courtney barnett -Sometimes I Sit and Think and Sometimes I Just Sit

Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit

Come una sorta di Beck al femminile, Courtney Barnett ha qualcosa da dire al mondo, e lo si sente sia quando propone singoli, sia quando assume pose più raccolte. Quel che le piace di più è disegnare quadretti quotidiani con impressioni e osservazioni su fatti, cose e persone che si configurano naturalmente come qualcosa che ha già il sapore del generazionale. (EB)

C+C-TYPO-PROVE3

C+C Maxigross – Fluttarn

Col terzo lavoro lungo questi buontemponi della Lessinia consolidano la sensazione – sconcertante – di grande band che sembra muoversi come un giocattolo, manipolando un immaginario sempre più espanso e sparso fin dove può spingersi il mantra psych. Dagli Zombies alla Band, dai Grant Lee Buffalo a McCartney, tutto gioca a favore di questi siparietti freak sempre più lucidi e strutturati, segnali di fumo sulla linea frastagliata di un orizzonte montano a indicare un “luogo” dove l’indie nostrana sembra realmente capace di reinventarsi. (SS)

d'angelo - black messiah

D’Angelo and The Vanguard – Black Messiah

Quindici anni di vuoto dopo il celebre Voodoo, ed ecco l’opera terza nella quale D’Angelo – esaurita la tensione d’avanguardia patinata – sviluppa trame e prospettiva nella profondità del qui e ora. Un intreccio di ipotesi black music fidando nella intatta capacità di rappresentare tutto il rappresentabile, senza frenesia né clamore, ma con una presa forte sulla realtà. È neo-soul che rincula funk-soul, con la chitarra a segnare i tratti salienti della faccenda. (SS)

disappears_irreal

Disappears – Irreal

La sempre meno evidente vena chitarristica di matrice post-punk/kraut dei chicagoani Disappears, trova la sua completa evanescenza in questo Irreal, pubblicato non a caso da Kranky. Come se l’anima dilatata e ectoplasmica della casa avesse essiccato il suono del quartetto, facendo emergere macerie dub dal taglio scheletrico, sfuggenti rimasugli motorik in negativo, al limite, una sorta di wave fredda e algida alla maniera dei This Heat. In definitiva, puro industrial dub-kraut for the vanishing youth. (SP)

father murphy_croce

Father Murphy – Croce

Registrato ad Albuquerque da John Dieterich dei Deerhoof e mixato da Greg Saunier (sempre dei Deerhoof), il quinto full-length della band di Treviso è l’ennesimo, avvincente, capitolo di un romanzo (non solo ipotetico) che parla di integrità artistica, originalità e grande personalità. Croce è ancora più organico e coerente del precedente Anyway Your Children Will Deny It: dove questo era massiccio e debordante, il qui presente diventa narrativo, impegnato in un logorio ai fianchi che ti trascina senza forzarti. (FZ)

floating points Elaenia

Floating Points – Elaenia

Sam Shepherd, nel suo esordio in LP, cambia completamente il tiro rispetto alla sua precedente produzione: Elaenia è un disco che suona immobile e cristallino, quasi fuori dal tempo. Il Nostro prende un approccio elettronico minimalista e vagamente sinfonico, assieme a certe distensive visioni ambientali catartiche e un poco asettiche (la title-track) – diciamo tra un Philip Glass e un Brian Eno arredatore sonoro di interni – aggiornate verso certa organic ambient techno tanto in voga di questi tempi e arricchita da ariosità sintetiche “jarriane”, innervando poi il tutto con una sensibilità squisitamente jazz, tra live drumming e saliscendi free-form (LR).

How Big How Blue How Beautiful florence

Florence And The Machine – How Big How Blue How Beautiful

Nuove splendide delusioni sentimentali nel terzo album di Florence Welch che danno vita a un disco elegante, in bianco e nero come la sua copertina, il disco di un’artista pop in piena regola che, in barba al mainstream nel quale si è voluta inserire a forza, non bada solo alla forma ma dipinge un contenuto importante. (NC)

freddie-gibbs-shadow-doubt

Freddie Gibbs – Shadow of a Doubt

L’erede legittimo di Tupac ha un’anima g funk e un flow impressionante, beat mai banali e un’attitudine intelligentemente gangsta profondamente calata nei propri stereotipi ma senza esserne dominata: un’estetica urbana coerente e mai macchiettistica, con un’anima equamente divisa tra crime e consciousness. (LC)

giovanni di domenico_jim o'rourke

Giovanni Di Domenico & Jim O’ Rourke – Arco

Il flusso di una nota che si riverbera su se stessa verso l’infinito, grazie all’interazione tra le corde dell’ensemble condotto da Giovanni Di Domenico e rielaborate dall’elettronica di Jim O’Rourke. Un disco che è una “canzone” (spalmata su due lati di un vinile graficamente bellissimo) e una nota (poche di più, in realtà) che si avviluppa su se stessa trasformandosi in musica avvolgente e magmatica, ipnotica e fluviale. Un disco che è un interstizio, e in cui l’attesa si fa forma essa stessa, ricordandoci come per il minimalismo valga sempre non solo la sottrazione, ma anche la classe cristallina degli autori. (SP)

Godblesscomputers - Plush And Safe

Godblesscomputers – Plush & Safe

Brillante ed incisiva allo stesso tempo, la seconda opera del bolognese Lorenzo Nada è un romantico quadretto delineato da rotonde e profonde tinte color pastello. Un hip hop autobiografico che parte gelido ma arriva al traguardo travolgente ed enfatico, per uno scambio colmo di sentimento tra macchina e cuore: una siderale distanza tra due poli lontani che solo l’ascoltatore può accorciare. (DR)

HEROIN IN TAHITI - SUN AND VIOLENCE

Heroin In Tahiti – Sun And Violence

I più alti rappresentanti dell’ala hauntologica della Italian Occult Psychedelia tornano con un doppio che è la manifestazione più finita e perfetta di quel retro-futurismo sfatto, oppiaceo, riarso, in grado di sintetizzare folk, psych, etno-antropologia, tradizione popolare e quant’altro in una sorta di “new weird italia” che è insieme passatista e avanguardia. Un vero e proprio viaggio epico negli abissi del Mediterraneo. E molto di più. (SP)

holly-herndon-platform

Holly Herndon – Platform

Dopo la sbornia di retromania che ha caratterizzato l’intero decennio precedente, gli anni ’10 sembrano, dopo un lustro, aver imbracciato con convinzione e autorevolezza alcune istanze chiave della cultura degli anni ’90. Con Platform, Holly Herdon torna a rappresentare la contemporaneità digitale che ci circonda e sigla un’autorevole risposta al Far Side Virtual di Ferraro e al R Plus Seven di Lopatin. (EB)

hudson mohawke - lantern

Hudson Mohawke – Lantern

Ross Birchard si smarca da quanto fatto in precedenza, in primis dalla rave trap dell’esperienza TNGHT che rischiava di intrappolarlo in un pericoloso cliché. Lantern punta a un gospel grime tra ricche orchestrazioni e un suono tridimensionale che testimonia la sincera volontà del suo autore di non adagiarsi su quanto già fatto. Un disco godibilissimo firmato da un producer che sembra avere ancora tanto da dire. (LR)

iacampo-flores-big

Marco Iacampo – Flores

Con Flores Marco Iacampo arriva a una canzone d’autore adulta e riconoscibile, elegante e particolarissima, arrangiata in suoni affascinanti e dall’ampio respiro (Sud America, Africa) racchiusi in una bolla di 44 minuti capace di trasportarti senza forzature in un mondo inventato e lontanissimo. Una scrittura dagli accenti tronchi che al tempo stesso disperde malinconie bellissime da pomeriggi troppo azzurri, blues a maglie larghe, sviluppi strumentali ergonomici e immacolati. (FZ)

Ibeyi copertina-cd

Ibeyi – Ibeyi

Le Ibeyi rappresentano uno dei casi discografici del 2015 per un tutt’uno di fascinazioni estetiche, culturali e non di meno musicali. “Ibeyi” significa “gemelle” in Yoruba, la lingua e la cultura che dall’Africa Occidentale gli schiavi si sono portati nei canti fino ai Caraibi. Ibeyi  è anche il nome dell’esordio delle sorelle Diaz, figlie di un artista cubano del giro dei Buona Vista Social Club, un lavoro dalle idee chiare riguardo al soul e al gospel, all’hip hop e all’Africa. (MB)

iosonouncane-die

Iosonouncane – Die

Solo sei brani, per uno dei dischi dell’anno. Die è il sole che sorge nella Sardegna di Iosonouncane ma anche la morte appesa al concept alla base del secondo album del musicista. Una narrazione in technicolor in bilico tra prog, pop, elettronica, psichedelia, canzone d’autore. Le staffilate sarcastiche dell’esordio La macarena su Roma diventano un atto politico esistenzialista, una scelta di campo, un’epica della terra, un Pet Sounds del sampling. (FZ)

jamie-xx-in-colour

Jamie XX – In Colour

Uk garage e patine house, ombrosità soul e post dubstep, fascinazioni da club dimenticato e atmosfere post rave, esotismi folktronici assortiti e loop irruviditi. Quel che fa meravigliosamente bene Jamie XX nel suo primo vero album solista non è nulla di nuovo, ed è prendere quel Kieran Hebden che da sempre ne è mentore e faro guida rivestendolo con la propria, inconfondibile sensibilità. (LR)

jim o rourke simple-songs

Jim O’Rourke – Simple Songs

Canzoni semplici”, che nella testa di Jim O’Rourke equivalgono a una gimkana imprevedibile dall’evidente grana pop ma tutt’altro che lineare. Cambi di tempo, inseguimenti tra melodie periferiche che diventano il tema principale, un po’ di Wilco, pop-funk arioso, ballad malinconiche e inafferrabili, i Settanta rock americani, prog-pop surriscaldato: un’ingegneria della creatività al servizio del lato più “sociale” e comunicativo del musicista americano. (FZ)

Jlin dark energy

Jlin – Dark Energy

Se Dubby di DJ Spinn e DJ Rashad (con feat. di Danny Brown) è il miglior brano footwork dell’anno, e perciò si è meritato un posto nella nostra sezione delle migliori 100 tracce del 2015, Dark Energy, pubblicato sull’etichetta di chi sdoganò il genere a livello internazionale all’inizio degli anni ’10 (la Planet Mu), è senz’altro il lavoro che si è più distinto in quest’ambito, sia per l’ortodossia dell’approccio – dieci tracce originali fortemente basate sul ritmo e su sample unicamente catturati da voci prese da videogiochi (in particolare i vocioni di Tekken e Mortal Combat) e dalla televisione – sia per la capacità della producer di Gary, una cittadina a 40 chilometri dalla downtown di Chicago, di veicolarlo in una cruda missiva urbana dove dolore, oppressione, controllo e violenza formano un personalissimo affresco politico. È un album che si cala nelle strade dunque, ma unicamente per trascenderle, con il feat. di Holly Herndon ad indagare sul linguaggio e sulla sua impossibilità all’azione/soluzione. (EB)

Have You In My Wilderness is Julia Holter

Julia Holter – Have You In My Wilderness

Presentato come l’album più intimo mai scritto dalla songwriter californiana, questo disco, registrato in casa ma successivamente sviluppato e orchestrato in studio assieme al produttore Cole Greif-Neill, riesce magistralmente a parlare di «amore, fiducia e potere nelle relazioni interpersonali» in dieci brani dall’attitudine letteraria, attenti ai dettagli più minuti, sempre pregni di citazioni mai banali: arty, colto, semplicemente il miglior pop di questo 2015. (MB)

kamasi-washington-epic

Kamasi Washington – The Epic

L’esordio discografico di Kamasi Washington per la Brainfeeder di Flying Lotus è una mastodontica opera monstre tripartita, un impressionante calderone sonoro dal respiro orgogliosamente enciclopedico che ammanta di modernità una rielaborazione passatista e ortodossa di stilemi jazz e contaminazioni altre tra le più disparate. Un suono opulento e camaleontico, multiforme e sfuggente, che ammalia e delizia. (LR)

kendrick-lamar-album-cover-2015

Kendrick Lamar – To Pimp A butterfly

Il ritorno di Kendrick Lamar dopo Good Kid, m.A.A.d. city è un album doloroso e combattivo, dove il dolore è quello razziale e storico del melting pot statunitense e la lotta è quella sospinta dall’amor proprio. Nas, Tupac, George Clinton, il funk e l’hip hop old school sono le fondamenta di questa cattedrale ritmica e narrativa, a volte dispersiva, a volte densissima. Un attestato di salute per la cultura hip hop, l’ennesimo di questo secondo decennio del nuovo millennio. (LR)

Kerridge - Always Offended Never Ashamed

Kerridge – Always Offended Never Ashamed

Con Always Offended, Never Ashamed, Samuel Kerridge si addentra ancora di più nella strada verso il buio “ctonio” post industriale, una via intrapresa con A Fallen Empire che ci porta lontano dalla materia techno iniziale, verso nuove forme di disperata e consapevole fisicità. Un lavoro emblematico della recente onda neo-techno industrial. (MdB)

Laura Marling_short Movie

Laura Marling – Short Movie

Il nervo scoperto di un carattere forte e al tempo stesso fragile, rigore ed elasticità formale nei brani di una musicista che scardina il proprio vissuto con un flusso sonoro intelligibile, eppure angolare e dinamico: la Marling di Short Movies gioca con la psichedelia e con Nick Drake, manovra un blues elettrico e crepuscolare, veste i panni di una Tori Amos folk-rock, dando vita a un lavoro puntuale e di grande personalità, nitido ed empatico. (FZ)

matana roberts Coin Coin Chapter Three river run thee

Matana Roberts – Coin Coin Chapter Three: The Run Thee

Terzo disco, terzo cambio di rotta, terzo centro per Matana Roberts, che continua imperterrita il suo percorso alla ricerca delle origini (sue e della propria famiglia). Questa volta essicca il suono latamente jazz dei precedenti due volumi e lo sporca di trattamenti elettronici, dilatazioni droning, rielaborazioni sonore di fonti d’antan e field-recordings da vagabondaggi psichici, per un disco che sovrappone tempi e spazi, l’oggi e lo ieri, il qui e l’altrove. (SP)

melampus-Hexagon-Garden

Melampus – Hexagon Garden

Frutto di una ricerca sulla psicoacustica, con tanto di field recordings catturati in forme estemporanee e rielaborati e riassemblati come tappeto sonoro basico, Hexagon Garden riprende il melange umbratile ed elegantemente algido tipico del duo, ma lo sporca di elettronica per far risaltare i chiaroscuri emozionali à la 4AD. Un disco che è l’ennesima conferma della bontà di una band in grado di spostarsi sempre un passo oltre senza perdere in identità. (SP)

mumdance & logos - Proto

Mumdance & Logos – Proto

Nell’album lungo della coppia outsider grime per eccellenza si torna ad indagare sulle zone di confine dei continuum britannici, specificatamente su quel particolare periodo storico in cui i producer UK avevano escogitato le prime soluzioni per emancipare la scena techno autoctona rispetto a quella americana. Il nuovo banger, non a caso, si chiama Dance Energy (89 Mix) ed è un eccitante trip che riporta dritti alla scena bleep degli LFO e alle primissime uscite Warp. (EB)

Mz.412 - Hekatomb cover

Mz.412 – Hekatomb

Mz.412 è il progetto “black industrial” del musicista svedese Henrik “Nordvargr” Björkk ed Hekatomb, uscito a marzo 2015 per Cold Spring, è la registrazione di una sua performance realizzata a Londra nel 2011. Prendete i primi Throbbing Gristle e immergeteli sino al midollo nello spirito black metal scandinavo primigenio, poi condite il tutto con il death industrial di marca Brighter Death Now: il risultato sarà una perfetta ecatombe. (MdB)

necks_vertigo

The Necks – Vertigo

Una sola traccia da quasi tre quarti d’ora per un caleidoscopio sonoro che ingloba ambient, modern classical, avant-jazz, dilatazioni visionarie e altro ancora. Un trio che fa scuola da almeno un ventennio, procedendo per la propria strada e spostandone sempre i confini un passo oltre. Stavolta, nomen omen, è una vertigine quella che colpisce chi decida di abbandonarsi a questo saliscendi emotivo che svanisce e si riprende in un continuo fluire. Mini-massimalismo travolgente e riflessivo, privo di orpelli, tutto sostanza e poesia. (SP)

neon-indian-vega-intl-night-school

Neon Indian – Vega INTL. Night School

Se Era Extraña era l’album indie di Paolomo, questo è quello black: in perenne piroetta tra battute in levare, un bel po’ di funky e melodie rigorosamente giostrate tra soul e r’n’b, l’intingolo è pieno di interludi e preziosismi arrangiativi che vanno a disturbare puntualmente i falsetti del Nostro, e questo non fa che aggiungere qualità alla proposta. Dentro troviamo un po’ di tutto: nastri in reverse, chitarrismi new age, tocchi prog e fusion, house di scuola Daft Punk, 8bit, assoli trash, sketch song à la Ariel Pink, soundtrack music e quant’altro, il tutto infiocchetto, con mentalità da mixtape, da ottima disco music. (EB)

sentireascoltare_simona_norato_la_fine_del_mondo

Simona Norato – La fine del mondo

Non siamo di fronte alla solita debuttante tutta modelli di riferimento: la palermitana Simona Norato, prodotta artisticamente dal catanese Cesare Basile, confeziona un album assieme teatrale e ferino, spaziando da siparietti noir nevrotici a spurghi art-wave, da dissonanze pseudo-prog ad ebbrezze electroclash. Contrasti stordenti dominati da un’autorevolezza istintiva prima che cerebrale, che le consente di confrontarsi senza timore con la tradizione melodica italiana, nutrendosene con enigmatica voluttà. (SS)

oneohtrix-point-never-garden-of-delete

Oneohtrix Point Never – Garden Of Delete

Il nuovo lavoro di Lopatin si muove ancora una volta all’interno di un frame tra l’impalpabile e il familiare, l’androide e l’umano, e che promette, ancora una volta, di restituirci ciò che è rimasto di noi dopo quasi vent’anni di internet domestico: synth di vetro, pad aerei, stretti loop fatti da primi campionatori, per quello che è stato giocosamente battezzato come l’album “più rock” e zappiano del producer americano. Il Nostro ha trovato nell’immaginario più pacchiano dei Novanta (il crossover, il nu metal, i NIN e cloneria assortita, ma non solo, anche la trance e la techno puntiforme di Senni, le sigle crack dei videogame) un terreno ideale per centrifugare il più appassionante patchwork di scarti degli ultimi trent’anni della nostra memoria. (EB)

pearson-sound-album-cover

Pearson Sound – Pearson Sound

Nelle nove tracce del suo omonimo album Pearson Sound sceglie una strada tangente a sound design e dancefloor, intersecando più volte i segnali e mantenendo un approccio assieme fisico e poliritmico, foscamente aereo, tonale e macchinico. Togliendo la luce alle sue prime produzioni e applicando un metodo compositivo ben preciso, Kennedy immerge l’ascoltatore in un mondo primitivo e afrofuturista che a tratti sembra una lucida visione immaginata da Kode9, a tratti Shackleton alle prese con il cubismo, tra richiami trasfigurati alla ghetto music, a Chicago e a Düsseldorf. Un disco fuori dal tempo proprio come i migliori album degli Autechre, lontano dalle facili visioni distopiche e da tanta fragile moody electronic music di oggi. (EB)

prefuse-73-rivington-nao-rio

Prefuse 73 – Rivington Não Rio

Il ritorno di Scott Herren è un liquido flusso di coscienza senza stacchi troppo netti che mostra un artista in forma smagliante, perfettamente conscio del proprio trascorso e della contemporaneità, e con un’immutata e sempre impressionante abilità nel forgiare beats che dal cut up e dall’hip hop partono, affastellando rimandi plurimi e disparati. Una stratificata complessità che riesce tuttavia a rimanere quasi pop, alla stregua dei Boards of Canada o degli altrettanto seminali cLOUDDEAD, simili e distanti, diversamente e analogamente raffinati (LR).

Shapednoise - Different Selves

Shapednoise – Different Selves

Degno continuatore della storia dell’industrial anni Ottanta e Novanta, in pochi anni il palermitano Nino Pedone è arrivato a rivestire un ruolo pivotale nella scena noise berlinese. L’album rappresenta in pieno la sua impattante proposta, efficacemente definita da lui stesso come “Grinding electronics / Noise and speaker ripping techno”: uno strumento in grado di affilare, fresandoli, i denti più affamati di suoni. (AP)

sonic jesus - neither virtue nor anger

Sonic Jesus – Neither Virtue Nor Anger

La dimostrazione che lo shoegaze/psych-sound all’italiana può esistere, ma anche la dimostrazione vivente che a sottolineare il fatto che siano italiani siamo solo noi, malati di una specie di autoghettizzazione vittimistica. Alla Fuzz Records (come alla Rocket con Mamuthones, Lay Llamas e altri) non se ne preoccupano quando i risultati sono come questo doppio vinile: neo-psych/shoegaze dall’alto tasso chitarristico e acido, in apparenza refrattario alle novità e ben ancorato alla propria, lunga, eccitante tradizione, ma con un tiro, una classe, dei pezzi che nulla hanno da invidiare ai mostri sacri del genere. Peccato o per fortuna, sono italiani. (SP)

Stefano Pilia_Blind Sun New Century Christology

Stefano Pilia – Blind Sun New Century Christology

Non confonda il titolo col riferimento cristologico: spesso il nome di un’opera è solo l’unico indizio che viene dato ai critici per dischi strumentali come quello di Pilia, indizi cui ci si attacca per dare interpretazioni. Questo è un album dove forte si sente la mano atmosferica di Ry Cooder e il primitivismo di John Fahey, ma leggermente innaffiati di digitalizzazione, dove la figura di Cristo è solo la scusa per la stilizzazione del suono, le sue varie parti prese singolarmente a diventare una singola ossatura possente. Uno di quei dischi che ricordano che essere “avant” significa semplicemente scavare più a fondo nell’umano e nelle componenti minime della semplicità. (AM)

paolo spaccamonti rumors

Paolo Spaccamonti – Rumors

Forse il più personale e intimo dei lavori del chitarrista torinese. Rumors, il più privato e “provato” – nel senso di messo alla prova, segnato nell’animo, sofferto – dimostra come Spaccamonti sia in grado di sviscerare un suono sempre più caratterizzato e sviscerarsi in una sorta di seduta psichiatrica pubblica e, udite udite, priva di parole. Come se il gesto chitarristico, la nota appesa al filo, il riverbero azionato siano essi stessi parola. Dolce e amaro, doomy e cinematografico, malinconico e riflessivo, questo è un album catartico. Per l’autore e per chi lo ascolta. (SP)

Sufjan Stevens - Carrie & Lowell

Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Dopo l’immaginifico The Age Of Adz, Sufjan Stevens torna con un album solista all’insegna di un folk trepido e mutante. Undici ballate a luci basse, scritte in memoria della madre e del di lei compagno. Melodicamente superbe, capaci di un intimismo vertiginoso, impregnate di dolore ma assolte da un lirismo dolciastro, tratteggiano un percorso suggestivo tra memoria e affetto, aggirando gli ostacoli e le oscurità senza nascondere e nascondersi nulla. (SS)

Altri Occhi Ci Guardano

Squadra Omega – Altri Occhi Ci Guardano

Un silenzio di cinque anni e poi tre album in nemmeno sei mesi, per la congrega Squadra Omega.  A concludere il trittico, accanto alle improvvisazioni ambient de Il Serpente Nel Cielo e alla sonorizzazione di Lost Coast, arriva Altri Occhi Ci Guardano: doppio vinile in cui motorik krauto, jazz-rock sui generis, psichedelia hard, kosmische freak, svisate etno-prog, mondi distanti, percezioni aliene e molto altro ancora trovano la perfetta quadratura del cerchio. (SP)

tame impala-currents

Tame Impala  – Currents

La continua metamorfosi di Kevin Parker e soci approda ad un electro-psych-funk che mischia, divertendosi, i Daft Punk vintage-lovers dell’ultimo Random Access Memory con il consueto gusto melodico marchio di fabbrica della band australiana. Un approccio dichiaratamente figlio dei ‘70, tra disco music e George Clinton, rimasugli heavy-psych e qualche vaga spruzzatina di kraut, al servizio di una rielaborazione psichedelica della pop-song (LR).

Live At Maxxi

Voices From The Lake – Live At MAXXI

Parlare di ambient techno per questo lavoro sarebbe riduttivo e impreciso: non è ambient nell’accezione satie-enoiana di “musica d’arredamento”, non può essere ridotto a sottofondo, non è mera sonorizzazione, ma è essa stessa opera d’arte. E qui non si trova techno ma casomai téchne (τέχνη): perizia tecnica, maestria artigianale nella tessitura sonora e nella cura dei dettagli, confermate tra le doti migliori di Donato Dozzy e Giuseppe Tillieci / Neel. (AP)

Yakamoto Kotsuga - Usually Nowhere

Yakamoto Kotzuga – Usually Nowhere

Con Usually Nowhere, Giacomo Mazzucato svolta pagina rispetto ai bozzetti di fragile intimismo del passato e sforna un disco magnifico e completo, buio e malato, ma al contempo caleidoscopico nella sua poliedricità, da ascoltare chiusi in casa e con le finestre oscurate. Centro pieno per un giovane producer che all’esordio effettivo mostra già una maturità impressionante (LR).

28 dicembre 2015
28 dicembre 2015
Leggi tutto
Precedente
I migliori album del 2015 per gli addetti ai lavori I migliori album del 2015 per gli addetti ai lavori
Successivo
Riposi in talent Appino - Riposi in talent

Altre notizie suggerite